Insights

Il piano della Nigeria per la sovranità energetica

Abuja punta sulla raffineria Dangote per emancipare il settore petrolifero dalle importazioni attraendo interessi da tutto il continente. Il percorso per l’autonomia però resta accidentato.

Bisogna partire da un altro dei paradossi nigeriani. La Nigeria, pur galleggiando sul petrolio del Delta, ha subito negli anni, con cadenza quasi ciclica, una crisi di approvvigionamento dei carburanti. È difficile immaginare che in un paese così ricco di greggio le stazioni di rifornimento possano chiudere per assenza di carburanti e i suoi cittadini restare senza benzina; eppure, così è stato per molto tempo. Le istantanee delle code ai distributori a Lagos, Abuja e Kano sono la dimostrazione plastica di due tendenze del mercato energetico nigeriano: la prima è una gestione finanziaria non esattamente virtuosa del settore energetico, con i sussidi al consumo che hanno spesso portato a grandi disavanzi di bilancio; la seconda, ancor più paradossale, è quella delle importazioni. Infatti, nonostante l’abbondanza di materie prime, la Nigeria ad oggi continua a importare la maggioranza dei derivati del petrolio, tra cui il carburante per aerei e il diesel per auto e motoveicoli, così come altri semilavorati quali i materiali plastici da utilizzare nelle industrie. A livello più profondo, però, le crisi energetiche fino al 2022 hanno offerto una rappresentazione plastica dei limiti dell’establishment del gigante africano. La vecchia classe dirigente non è stata capace di mettere il settore energetico al passo coi tempi e di tutelare i consumatori a fronte degli shock petroliferi mondiali legati prima alla pandemia del COVID e poi al proliferare dei conflitti dall’Ucraina a Gaza, passando per il Sudan. È da qui che bisogna partire per capire le radici del cambio di passo che la Nigeria sta cercando di imprimere sul piano energetico: una variazione che non riguarda solo il piano della politica energetica dello Stato, ma anche e soprattutto una mutazione negli equilibri di potere interni.

Ascesa e limiti della Dangote Refinery

Al centro della nuova strategia energetica nigeriana c’è la Dangote Refinery, creata da Aliko Dangote l’uomo più ricco d’Africa con un patrimonio stimato di 33,6 miliardi di dollari. Nel 2013 il magnate nigeriano ha cominciato a progettare la costruzione della raffineria con un duplice obiettivo: garantire la sovranità energetica nazionale e trasformare la Nigeria in un hub esportatore capace di dettare i ritmi dell’approvvigionamento in Africa Occidentale e Centrale, invertendo flussi commerciali consolidati da oltre mezzo secolo. La raffinazione dei derivati del petrolio in questa visione diventa funzionale non solo a garantire l’approvvigionamento di carburanti, ma anche ad assicurare la disponibilità di quei materiali necessari per il processo di industrializzazione africano, cioè quella quota di sviluppo economico indispensabile per assorbire e bilanciare la crescita demografica del paese. Le aspirazioni del progetto Dangote vanno però al di là dell’Africa occidentale: il piano punta anche alla produzione di urea, necessaria per i fertilizzanti, con un occhio rivolto ai mercati di USA e America Latina. Inaugurata nel maggio 2023 ed entrata in produzione nel 2024, la raffineria Dangote si è presentata sul mercato forte dei suoi numeri monstre nel settore. Si tratta di un complesso petrolchimico integrato da 20 miliardi di dollari, situato nella Zona Franca di Lekki (Lagos), capace di raffinare 650.000 barili al giorno lavorando a pieno regime.

Tuttavia, al netto delle aspettative sugli effetti della produzione dell’impianto il bilancio dopo due anni di produzione è abbastanza in chiaroscuro. Da una parte, a livello strutturale, la Dangote ha risolto il problema dell’approvvigionamento energetico in Nigeria. Tuttavia, anche se ad oggi le pompe di benzina restano piene e la disponibilità del prodotto rimane ampia, la presenza della raffineria di Lekki non ha risolto il problema dell’aumento dei prezzi, aggravato dallo scoppio della guerra in Iran. Il motivo principale risiede nel fatto che, nonostante la raffinazione avvenga interamente all'interno dei confini nazionali a Lekki, la struttura opera in un regime di mercato totalmente deregolamentato dopo l’abolizione dei sussidi statali. L’azienda acquista il petrolio greggio basandosi sui parametri di prezzo del benchmark globale, il che significa che l’impennata del prezzo del barile causata dalle tensioni geopolitiche internazionali si riflette immediatamente sui prezzi interni nigeriani. Questa deregolamentazione è il riflesso di una lotta interna tra poteri che vede contrapposto Dangote contro pezzi del vecchio establishment nigeriano gelosi delle relazioni privilegiate con i paesi esportatori. Un segnale tangibile di questa frizione si è avuto in occasione del dietrofront del governo Tinubu sulla tassa all'importazione dei carburanti del 15%, inizialmente approvata per proteggere i raffinatori locali e poi sospesa.

Per difendere i propri margini operativi dai costi del greggio, la raffineria Dangote ha dovuto ritoccare i propri listini verso l’alto più volte, fissando il prezzo di vendita all'ingrosso per i distributori a livelli elevati, che i commercianti al dettaglio scaricano automaticamente sui consumatori finali. A questo scenario si aggiunge la debolezza della moneta locale. Nonostante l’introduzione di un accordo speciale con il governo per l’acquisto di una parte del greggio locale direttamente in Naira, la forte instabilità e la svalutazione del tasso di cambio continuano a pesare sulla filiera logistica e sui costi operativi dell'impianto, mantenendo alta la pressione inflazionistica.

La produzione interna costante mette al riparo il Paese dal rischio di rimanere materialmente a secco e consente all’azienda di effettuare interventi calmieranti mirati per i settori strategici in difficoltà, come nel caso del carburante per l’aviazione ma il prezzo della benzina per i cittadini, tuttavia, resta saldamente ancorato alle leggi del mercato globale.

L’espansione verso il Corno d’Africa

L’esperimento della Dangote Refinery, oltre ad aver ispirato iniziative simili in altri paesi dell’Africa occidentale (Senegal e Ghana stanno avviando nuovi progetti di raffinazione petrolifera), ha anche attratto l’interesse di altre regioni del continente. In particolare, diversi governi del Corno d’Africa sono rimasti positivamente impressionati dalla capacità del gruppo Dangote di operare queste iniziative di raffinazione, aprendosi alla possibilità di lavorare con la conglomerata nigeriana. In Etiopia, la collaborazione con la Ethiopian Investment Holdings (EIH) sta delineando una nuova architettura logistica. Nelle scorse settimane EIH, Dangote e il governo di Gibuti hanno siglato un accordo per un piano in due fasi volto a cementare l'integrazione tra Addis Abeba e Gibuti. Tra le infrastrutture del progetto ci saranno un oleodotto che collegherà le strutture portuali di Gibuti all'hub etiope di Daweleh, garantendo un flusso costante di carburante raffinato verso l'interno, e un deposito da 150.000 cbm presso il Damerjog Industrial Park, posizionato strategicamente per servire come riserva regionale. A questo si aggiunge anche il megaprogetto Fertilizzanti di Gode: l'investimento nel complesso industriale della regione somala è passato da 2,5 a 4 miliardi di dollari, includendo una centrale elettrica da 120 MW e un gasdotto di 110 km dal campo di Calub, trasformando l'area in un polo di esportazione di idrocarburi e derivati verso i mercati globali via Gibuti. Questa espansione si inserisce in una più ampia logica di downstream integration, che prevede una pipeline per prodotti raffinati mirata a collegare i porti di Gibuti all'hub logistico etiope di Daweleh, affiancata da una strategia di upstream export focalizzata sullo sviluppo di condotte destinate a esportare gli idrocarburi etiopi dal Bacino dell'Ogaden verso i mercati internazionali. Sul piano della Sicurezza Strategica, il progetto include la costruzione di un deposito di stoccaggio da 150.000 cbm presso il Damerjog Industrial Park a Gibuti, un'infrastruttura chiave che permette di gestire riserve strategiche, mitigando così i rischi di interruzione delle forniture per l'intera regione del Corno d'Africa. Se il progetto dovesse andare a buon fine questo doterebbe uno dei paesi più industrializzati del continente, l’Etiopia, dei lavorati essenziali per le proprie industrie e il comparto agricolo tutelando la manifattura etiope dagli shock esogeni.

Conclusione

Il binomio Dangote-Nigeria rappresenta il tentativo più audace di spezzare la "maledizione delle risorse" africana. Tuttavia, bisogna essere cauti sugli esiti: la stabilità garantita dall'autosufficienza industriale è minata da una volatilità sociale che non può essere sottovalutata. Il rincaro del 65% dei prezzi del carburante e il costo di 1.400 Naira al litro hanno già innescato proteste a Lagos e Abuja. Perché il modello Dangote possa sortire gli effetti sperati, la Nigeria deve evolvere oltre la pura produzione industriale. Senza una protezione per il consumatore finale e una reale sovranità sul greggio estratto, la raffineria rimarrà un'imponente cattedrale nel deserto: un trionfo della macroeconomia che fatica a tradursi in benessere per la microeconomia del cittadino comune. Resta comunque il fatto che l’attenzione attratta dal progetto in altre regioni del continente conferma la volontà dei governi africani di procedere lungo la via dell’autonomia energetica, dell’industrializzazione e della produzione di semilavorati. L’Africa potrebbe non aver ancora trovato la soluzione definitiva, ma sembra essersi messa sulla strada giusta.

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