Mali

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Mali: report di maggio 2024

Maggio è stato un mese pieno di sviluppi per la regione. Sul piano militare gli eserciti della neonata alleanza degli stati del Sahel hanno tenuto un’esercitazione congiunta con gli eserciti di Ciad e Togo, definita “di ampiezza” da parte dei rispettivi stati maggiori in un comunicato congiunto. Fine ultimo dell’esercitazione è quello di migliorare il coordinamento delle forze armate della regione. Inoltre, l’operazione sembrerebbe indicare la possibilità di un progressivo allargamento della cooperazione tra i regimi golpisti e il resto dei paesi della regione.

In questo contesto si sono concluse, seppur tra le polemiche, le elezioni presidenziali in Ciad con la vittoria, largamente prevista, di Mahamat Déby. Il primo effetto politico delle elezioni sono state le dimissioni del primo ministro Succés Masra, capo del partito politico Les Transformateurs, che ha annunciato ricorsi contro l’esito della consultazione elettorale che lo ha visto ottenere il 19,8% dei voti. Déby ha promesso di essere il presidente di tutti i ciadiani e adesso si appresta ad affrontare le questioni della prosecuzione della cooperazione militare con USA e Francia – un evento che, considerando le attuali dinamiche all’opera nel Sahel, preannuncia di essere particolarmente turbolento.

Nel frattempo, la giunta nigerina torna al centro dei riflettori dopo le ultime indiscrezioni sulle trattative in corso con l’Iran. Secondo quanto emerge, i colonnelli di Niamey starebbero trattando con gli Ayatollah per la vendita di 300 chili di uranio che Teheran potrebbe impiegare nel contesto del proprio programma nucleare. Sarebbero state proprio queste trattative a provocare le critiche americane e la successiva richiesta di Tchiani di procedere al ritiro delle truppe di stanza nel paese. Sebbene Niamey smentisca ufficialmente che vi siano trattative in corso, la vendita dell’uranio, sarebbe perfettamente in linea con la politica adottata dalla giunta per fronteggiare la crisi finanziaria che affligge i conti pubblici, rispetto ai quali la vendita di materie prima rappresenta la principale voce in entrata. Nell’ultimo mese, Niamey ha ingaggiato un braccio di ferro con Pechino, conclusosi con la sigla di un MoU tra la cinese CNPC e il governo nigerino – dal valore di 490 milioni di dollari – per la vendita di petrolio lungo l’oleodotto Niger-Benin. In questo contesto si sono registrate tensioni anche con il governo di Porto-Novo che ha bloccato la vendita del petrolio nigerino in seguito alla mancata riapertura dei confini da parte di Niamey. L’impasse è stata sbloccata solo dalla mediazione di una delegazione cinese di alto livello, che è riuscita a rompere lo stallo garantendo l’esportazione dei primi barili di greggio.

Nel frattempo, prosegue (non senza contraccolpi) il consolidamento delle giunte di Mali e Burkina Faso. Rispetto a quest’ultimo, il governo di transizione guidato da Traoré ha annunciato il prolungamento della transizione fino al 2029. Una scelta, questa, largamente attesa che nondimeno aumenta la preoccupazione della comunità internazionale per il paese e la crisi umanitaria in corso al suo interno. In questo contesto va segnalato anche lo strano caso dei colpi di arma da fuoco esplosi davanti alla sede della presidenza burkinabé il 26 maggio, i quali hanno provocato l’ennesimo allarme rispetto a un possibile golpe in corso e la consueta mobilitazione della popolazione di Ouagadougou a difesa della presidenza. Nonostante il prolungamento, la transizione in Burkina Faso non sembra salda, con le forze di sicurezza burkinabé che devono fare i conti con i primi casi di defezioni anche tra le milizie filogovernative dei VDP.

In Mali si assiste a una sostanziale revisione degli schieramenti nel contesto della transizione. Nel nord del paese il CSP ha annunciato di aver avviato colloqui con i gruppi filoqaedisti del JNIM per comprendere se vi siano dei punti in comune nel contesto della lotta contro il governo di transizione. Si tratta di un elemento atteso da tempo, che conferma come la guerra del governo di transizione abbia per il momento prodotto solo il ricompattamento del fronte tuareg. Infine, si segnalano le spaccature tra civili e militari nel governo di transizione e in particolare tra la presidenza e il primo ministro Choguel Maïga. Il primo ministro ha duramente criticato la gestione della transizione e supportato le posizioni del movimento politico da cui proviene il M5-RFP, che ha criticato la sospensione dei partiti politici, il prolungamento della transizione e l’incapacità del governo nella gestione dello stato. In questo contesto, le opposizioni annunciano l’instaurazione di un governo in esilio che secondo le ricostruzioni dovrebbe avere sede a Ginevra. Il primo ministro del governo è Mohamed Cherif Kone, figura storica della politica maliana e attualmente in esilio dopo l’ascesa di Goita.

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