Benin e Niger. Lungo la frontiera
L'articolo di Ginevra Leganza
Molto è stato fatto, molto resta ancora da fare. Benin e Niger proseguono nel cammino di riavvicinamento. Una normalizzazione progressiva che, da settimane, intende arrivare a un’intesa per la riapertura della frontiera.
A Cotonou – la più popolosa città del Benin – una delegazione nigerina ha incontrato gli omologhi beninesi lo scorso fine settimana. Il ministro dell’Interno Mohamed Toumba ha portato al tavolo – e all’attenzione del ministro titolare degli investimenti privati Shegun Adjadi Bakari – le ragioni di Niamey. Sono state presentate quindi valutazioni tecniche, poi rapporti trasmessi ai rispettivi capi di stato, e soprattutto valutazioni diplomatiche. La missione, del resto, aveva come obiettivo dichiarato il passaggio dal piano tecnico a quello politico, al fine di ripristinare la libera circolazione di merci e uomini lungo la frontiera – direttrice commerciale importantissima dell’Africa occidentale.
Ma se da un lato i due stati hanno manifestato, appunto, la volontà di addivenire a una soluzione, è anche vero che per Niamey è indispensabile affrontare una questione preliminare. Ovvero il nodo della sicurezza. Già da tempo il Niger ha indicato infatti nell’autodifesa la sua priorità, che nel rapporto col Benin prende due direzioni. In primis, la conclusione di un accordo fondato sul principio di non aggressione reciproca – con la garanzia che nessuno dei due territori possa essere utilizzato per sostenere attività ostili contro l’altro. In secondo luogo, una richiesta sulla presenza di forze militari straniere prossime al confine. In particolare, Niamey ha accusato per mesi Cotonou di ospitare contingenti francesi che, secondo il governo di Tiani, potrebbero costituire una minaccia per la sicurezza nazionale. E benché il Benin e Parigi abbiano sempre respinto tale accusa, il Niger ha proposto dal canto suo l’istituzione di meccanismi permanenti di scambio informativo con lo stato limitrofo. D’altra parte, il controllo delle frontiere, per Tiani, è considerato essenziale anche per via del focolaio jihadista che nell’area del Liptako-Gourma – l’esatto crocevia tra Niger, Burkina Faso e Mali – trova uno dei suoi picchi.
Sicurezza fisica e sicurezza economica
Ebbene, accanto alle prioritarie preoccupazioni sulla sicurezza, resta tuttavia cruciale il fattore economico. Come sottolinea Afrik.com, la chiusura della frontiera ha infatti intaccato, nel tempo, gli scambi commerciali. Per il Niger, privo di accesso al mare, il corridoio che collega Niamey al porto di Cotonou rappresenta storicamente la via più breve per raggiungere l’Oceano – e garantire così l’approvvigionamento di merci estere. È in tale cornice, dunque, che operatori economici e trasportatori sono spesso ricorsi a itinerari alternativi, attraverso Togo e Burkina Faso. Una soluzione, questa, che ha comportato tempi di percorrenza più lunghi. Nonché una più elevata esposizione ai rischi legati all’incolumità, per non dire dei prezzi finali dei prodotti destinati ai consumatori nigerini.
E se commercianti e trasportatori hanno denunciato, nel tempo, le perdite causate dalla chiusura del passaggio, anche le famiglie hanno risentito dell’aumento dei costi. Ed ecco allora come, nonostante le divergenze ancora presenti, la crisi prema sul clima politico, che appare oggi più favorevole.
L’antefatto
Per il presidente beninese Romuald Wadagni, insediatosi recentemente, il rilancio delle relazioni con Tiani rappresenta oggi un’urgenza diplomatica. Ma se volessimo riprendere il bandolo, tutto ebbe inizio tre anni fa. Il gelo tra Benin e Niger, infatti, affonda le sue radici nella crisi esplosa dopo il colpo di stato del 26 luglio 2023 a Niamey. Trauma che portò, allora, alla destituzione del presidente Mohamed Bazoum e all’insediamento della giunta guidata dal generale Tiani.
Come ricostruito da Reuters, la reazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) – di cui il Benin è membro – fu immediata. E si tradusse in un pacchetto di sanzioni politiche ed economiche contro il Niger carico di effetti diretti sulla circolazione delle merci e sulla gestione dei confini. In quel contesto, la frontiera divenne così uno dei principali punti di applicazione delle misure. Centinaia di camion rimasero bloccati per settimane, nell’agosto del 2024, a Malanville: città-simbolo dell’interruzione degli scambi tra i due paesi.
In questa combinazione di fattori – crisi regionale seguita al golpe, misure sanzionatorie dell’Ecowas, preoccupazioni securitarie ed economiche – si è dunque consolidato il lungo stallo. Il blocco che è oggi al centro del tentativo di ricomposizione in cui sicurezza ed economia s’intrecciano. E dove, in questa doppia esigenza, si misura la possibilità di una riapertura stabile e la graduale ricostruzione della fiducia.