Cento giorni di guerra in Iran. Trump e Bibi in cerca di risultati
A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, il cessate il fuoco di aprile continua a reggere più sulla volontà politica delle parti che su un’effettiva stabilizzazione del conflitto. Le ultime quarantotto ore hanno mostrato quanto rapidamente la situazione possa deteriorarsi.
L’attacco israeliano contro obiettivi di Hezbollah a Beirut dei giorni scorsi e la successiva risposta iraniana con una nuova raffica di missili verso Israele, a cui è poi seguita una salva di bombardamenti israeliani contro la Repubblica Islamica, hanno riportato la regione vicino a una ripresa delle ostilità su larga scala. Per diverse ore il rischio di un ritorno alla guerra aperta è apparso concreto.
A quanto pare, Donald Trump è intervenuto personalmente per fermare l’escalation. Il presidente americano ha parlato più volte con Benjamin Netanyahu e ha chiesto di evitare ulteriori attacchi. Poi ha scelto di rendere pubblica la sua posizione. “I call all the shots”, ha dichiarato, aggiungendo che il premier israeliano “non avrà scelta” se Washington riuscirà a chiudere un accordo con Teheran.
Dietro lo scambio di dichiarazioni si intravede una divergenza che nelle prime settimane di guerra era rimasta in secondo piano, per quanto percepibile. Stati Uniti e Israele continuano a condividere l’obiettivo di limitare le capacità iraniane, ma guardano alla fase successiva del conflitto da prospettive diverse.
Per la Casa Bianca la priorità è evitare che gli Stati Uniti vengano trascinati in una nuova campagna militare nel Medio Oriente, soprattutto in vista delle MidTerms. Da settimane l’amministrazione lavora a un memorandum d’intesa destinato a fare da cornice ai negoziati con la Repubblica islamica. Restano aperte questioni importanti, dalle sanzioni agli asset iraniani congelati all’estero, ma sul dossier nucleare sono emersi alcuni segnali di movimento.
Le dichiarazioni del direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica hanno suggerito la possibilità di un’intesa sulla gestione delle scorte iraniane di uranio arricchito. Nello stesso periodo, i principali negoziatori americani hanno avviato consultazioni con esperti nucleari statunitensi per esaminare possibili soluzioni tecniche compatibili con le richieste avanzate da Teheran. Questi progressi restano però esposti alle dinamiche del campo di battaglia.
L’Iran continua a utilizzare la pressione militare come strumento negoziale. Gli attacchi contro il traffico marittimo nel Golfo, le azioni contro obiettivi collegati agli Stati Uniti e le iniziative nello Stretto di Hormuz servono a ricordare che Teheran conserva capacità di escalation ben oltre il fronte diretto con Israele. La leadership iraniana sembra convinta che Washington abbia interesse a evitare una nuova fase della guerra e che questa esigenza possa tradursi in ulteriori concessioni al tavolo negoziale. Alzare la posta per poi negoziare condizioni migliori?
Anche per questo il Libano è diventato parte integrante di questo calcolo. Teheran ha collegato l’avanzamento delle trattative con Washington alla richiesta di limitare le operazioni israeliane contro Hezbollah. Israele continua invece a considerare il fronte libanese una questione separata. Da questa differenza di approccio sono nate molte delle tensioni emerse negli ultimi giorni.
Per l’amministrazione Trump, un attacco profondo israeliano in Libano rischia di compromettere settimane di negoziati e di provocare una risposta iraniana capace di coinvolgere nuovamente gli Stati Uniti. Per Netanyahu, lasciare senza risposta le attività di Hezbollah significa accettare un deterioramento della deterrenza israeliana lungo il confine settentrionale. Per l’Iran, inserire il destino del gruppo sciita libanese nell’equlibrio post-bellico significherebbe dimostrare che la Repubblica Islamica ha a cuore il destino dei suoi proxy, nonché mantenerne una linea vita – parte degli interessi strategici regionali di Teheran.
Le valutazioni strategiche si intrecciano con esigenze politiche interne. Trump affronta una guerra che non ha ancora prodotto un risultato definitivo e che continua a generare instabilità energetica e tensioni regionali. Ogni nuova escalation aumenta il rischio di un coinvolgimento americano più diretto, uno scenario che la Casa Bianca appare determinata a evitare.
Netanyahu si trova davanti a un problema diverso. In Israele cresce il dibattito sull’efficacia della campagna contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Le opposizioni accusano il governo di non avere una chiara strategia di uscita e osservano con crescente attenzione i limiti imposti dai rapporti con Washington.
Le ultime intense giornate hanno mostrato quanto queste due agende possano entrare in collisione. Trump ha passato gran parte dello scorso fine settimana tentando di evitare una nuova escalation. Netanyahu ha continuato a sostenere la necessità di mantenere la pressione militare. Nessuno dei due sembra disposto ad abbandonare la propria impostazione.
Sul dossier nucleare, Washington e Teheran appaiono più vicine di quanto fossero alcune settimane fa. Sul piano regionale il quadro resta molto più instabile. Libano, Hormuz e gli scambi di fuoco tra Israele e Iran continuano a produrre crisi che sfuggono alla logica del negoziato. Per Trump la sfida non consiste soltanto nel raggiungere un accordo con Teheran. Consiste nel farlo prima che una nuova escalation renda quell’accordo politicamente o militarmente irrilevante.