Farewell Iraq
Il ritiro degli Usa dai territori iracheni lascia un nuovo spazio d’azione
Il 30 settembre si è conclusa l’operazione “Inherent Resolve” con l’evacuazione del contingente statunitense dalla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, ponendo fine a oltre vent’anni di presenza militare sul territorio iracheno.
L’uscita di scena degli Stati Uniti pone Baghdad davanti ad uno scenario complesso su come gestire le milizie armate sostenute dall’Iran e colmare l’eventuale vuoto di sicurezza. La tempistica colpisce. Uno degli obiettivi di Teheran è da anni l'uscita delle forze americane dalla regione, uscita che avviene in un momento di conflitto – in cui Washington sembrerebbe così concedere uno spazio di azione all’Iran – mentre è in corso uno stallo sul fronte dei negoziati di Hormuz. Lo stesso 30 settembre era inoltre il termine entro cui Baghdad si era impegnata a disarmare le milizie filoiraniane, operazione poi rinviata al giugno 2027.
Il calendario per il ritiro era stato negoziato dall'amministrazione Biden nel 2024, e la sua esecuzione si accorda con la promessa di Trump di chiudere ulteriori scenari di conflitto internazionali in vista delle elezioni di metà mandato. C'è poi la questione militare. Dall'inizio della guerra con l'Iran, le truppe americane in Iraq erano diventate un obiettivo sensibile: nella fase più intensa la base di Erbil ha subito fino a 28 attacchi di droni e missili al giorno, e 7 dei 18 militari statunitensi uccisi quest'anno sono morti in territorio iracheno. Un ulteriore elemento riguarda la tempistica. Secondo il premier Al-Zaidi, sia Washington sia le milizie si sono impegnate a non attaccarsi per 90 giorni dopo il ritiro, un periodo che copre le elezioni di mid-term statunitensi del 3 novembre.
Le conseguenze più immediate riguardano l'equilibrio interno iracheno. Per alcuni analisti iracheni sentiti da Reuters (1) l'Iran perderebbe un contrappeso alla propria influenza e le milizie sciite potrebbero cercare di trasformare il ritiro in uno strumento per ottenere maggiore peso politico e di sicurezza. Renad Mansour di Chatham House(2) avverte che le milizie restano "in piena modalità di guerra" insieme ai Pasdaran. Tra i possibili attori regionali che potrebbero riacquisire influenza rientrano anche alcune cellule dello Stato Islamico. Risultano particolarmente esposti i territori del Kurdistan iracheno, che nelle due settimane successive all’annuncio del ritiro hanno registrato un incremento di movimenti di alcune cellule dormienti dell’ISIS. Inoltre, le forze statali irachene, equipaggiate prevalentemente per la contro-insurrezione via terra, rimangono prive di una rete radar integrata e di difese antiaeree a corto raggio, esponendo lo spazio aereo a bassa quota al rischio di attacchi condotti con droni esplosivi da parte dell’ISIS e di incursioni da parte delle milizie filo-iraniane.
Washington però non esce totalmente di scena. La task force della coalizione è stata trasferita in Giordania e gli Stati Uniti continueranno a fornire intelligence e addestramento alle forze irachene. In particolare, mantengono un’importante leva finanziaria: dal 2003 i proventi petroliferi iracheni sono custoditi presso la Federal Reserve di New York, e nel 2026 Washington ha limitato le spedizioni di dollari all'Iraq per contrastare i flussi verso le milizie e l'Iran. Attraverso tale asset finanziario gli Stati Uniti potrebbero sfruttare il ritiro come un'occasione per ridefinire il proprio rapporto con Baghdad, combinando cooperazione nella difesa, investimenti e una pressione finanziaria discreta a sostegno di una riforma delle milizie guidata dagli iracheni. L'ex ambasciatore in Iraq, Douglas Silliman(3), ha dichiarato che il ritiro potrebbe rappresentare un supporto alla strategia di Al-Zaidi per indebolire politicamente le milizie, privandole del loro principale argomento di mobilitazione contro il governo centrale.
Pertanto, gli Stati Uniti sembrerebbero sostituire la leva militare con quella finanziaria, mantenendo una linea dura con Teheran al tavolo negoziale e facendo pressione sulle casse statali di Baghdad, mentre cedono presenza sul terreno. Questa lettura si regge però su due scommesse. La prima è che il controllo dei dollari basti a contenere l'influenza iraniana, la seconda è che Al-Zaidi riesca effettivamente a disarmare le milizie senza truppe americane. Se entrambe dovessero fallire, gli Stati Uniti avrebbero così concesso all'Iran un possibile spazio di azione nel quale ampliare ulteriormente la propria sfera di influenza. Nello scacchiere regionale Baghdad dovrà ora dimostrare di essere in grado di controllare la propria sovranità statale.
Fonti
US forces exit Iraq after two decades, leaving opening for Iran (Reuters)
(3) Iraq begins high-stakes security balancing act as US troops withdraw (Al Jazeera)