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Fine corsa per la missione ONU nel Sahara occidentale

Il veto incrociato di Russia e Stati Uniti blocca il rinnovo di MINURSO dopo trent’anni di attività. Le tensioni al Consiglio di sicurezza rispecchiano il surriscaldarsi di Nord Africa e Sahel

La missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale – in breve MINURSO – ha ufficialmente terminato il suo mandato il 31 ottobre, quando il Consiglio di Sicurezza ha mancato di rinnovarne il mandato, decretandone lo scioglimento dopo oltre trent’anni di operazioni nel Sahara occidentale. Hanno chiuso la partita i veti incrociati di Russia e Stati Uniti, a segnalare come l’annosa questione sahariana si sia saldata, negli ultimi anni, a più ampie tensioni regionali e globali.

Talora definito “l’ultima colonia d’Africa”, il territorio del Sahara occidentale – la vasta striscia costiera incuneata tra Oceano Atlantico, Marocco, Algeria e Mauritania – è contesa da oltre cinquant’anni tra il Marocco (che ne ha occupata gran parte con la Marcia verde del 1975 e la considera parte delle proprie province meridionali) e le milizie indipendentiste del Fronte Polisario, acquartierate e sostenute dall’Algeria.

Nata nel 1991, la MINURSO aveva il compito di facilitare l’organizzazione di un referendum attraverso cui gli autoctoni sahrawi potessero decidere se unirsi al Marocco o costituire un’entità statuale autonoma. Impresa in corso sulla carta, ma naufragata di fatto sullo sfondo della guerra fredda tra Marocco e Algeria, le cui rivalità territoriali, nate sull’onda della decolonizzazione, ruotano sul perno del Sahara occidentale.

A informare la disputa l’accesso ai mercati dell’Africa occidentale, il controllo delle riserve di fosfati e minerali critici, l’utilizzo del territorio per la massiccia installazione di impianti energetici. Ma l’eco della questione travalica i confini nordafricani. Nel dicembre 2020, in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, il Marocco aveva ricevuto dagli Stati Uniti – principali sponsor della distensione regionale tramite i cosiddetti Accordi di Abramo – il riconoscimento della propria primazia sul Sahara occidentale: riconoscimento imitato negli anni successivi anche da Spagna, Francia, Kenya e dallo stesso Israele. Per contrastare il Piano di autonomia marocchino, che prevederebbe il riconoscimento della sovranità di Rabat sul territorio, l’Algeria si è parimenti appoggiata alla Russia, con cui intrattiene storici rapporti politici e commerciali.

Di qui l’approdo della disputa al consesso onusiano. Già nel 2025 gli USA – forti delle vittorie diplomatiche ottenute da Rabat sul dossier sahariano – avevano avviato un negoziato tra Algeria, Marocco e Fronte Polisario sotto gli auspici del consigliere di Trump agli affari africani, Massad Boulos. Washington aveva quindi guadagnato l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, con astensione russa, per un rinnovo MINURSO. Il testo della relativa risoluzione, che per la prima volta si pronunciava a favore dell’autonomia amministrativa dei sahrawi sotto la sovranità di Rabat, vincolava formalmente la missione al supporto dell’ONU per i negoziati di Boulos – ufficialmente condotti “sulla base del Piano di autonomia marocchino” come opzione preferenziale. Svuotata di senso la missione referendaria, MINURSO veniva così ridotta a forza di interposizione tra le province occidentali dell’Algeria (dove i combattenti del Polisario fanno base presso i campi profughi attorno a Tindouf) e la porzione di Sahara occidentale controllata dal Marocco.

L’astensione della Russia filo-algerina segnalava, in questo quadro, cauta fiducia nella possibilità che il negoziato USA portasse a una ricomposizione tra Marocco e Algeria, evitando a Mosca di doversi schierare dalla parte di Algeri e danneggiare così i pur buoni rapporti con il Marocco. Incoraggiante anche, dopo anni, il ritorno al tavolo negoziale dell’Algeria, ricondotta alle trattative (pur in veste di “osservatore”) sia dagli investimenti delle holding USA su gas e petrolio algerino, sia dalla possibilità che Washington le imponesse sanzioni per l’acquisto di caccia russi di nuova generazione.

Fiducia potenzialmente prematura: nell’arco di tre vertici tra Washington e Madrid, i primi mesi del 2026 hanno fruttato pochi risultati all’iniziativa USA, senza che l’influenza algerina volesse, o potesse, piegare il Polisario a più miti consigli: troppo netta la divergenza tra il Sahara marocchino auspicato dai mediatori e le ambizioni di indipendenza delle milizie sahrawi. In marzo, anzi, i mortai del Fronte hanno colpito la cittadina di Es-Smara, nel Sahara marocchino, a negoziati ancora in corso.

Uno smacco che sembra avere spinto gli Stati Uniti, in vista del rinnovo di MINURSO questo ottobre, a premere sull’acceleratore. La risoluzione proposta dagli USA per il rinnovo annuo prevedeva l’espunzione di ogni riferimento al referendum da nome e obiettivi della missione (per l’occasione ribattezzata MINUSO). Una spinta intesa come ammonimento, o come ritorsione, contro la riottosità del Polisario: e forse, a fronte di una prevedibile reazione dei delegati russi, un modo per tirarsi fuori dal vicolo cieco dei negoziati.

Anche il veto opposto da Mosca alla risoluzione USA risponde a interessi in mutamento. In difficoltà di fronte all’avanzata delle insurrezioni jihadiste nei paesi del Sahel (dove i mercenari Africa Corps si sono dimostrati più efficaci come pretoriani delle giunte filorusse che come argine al dilagare di JNIM e Stato Islamico), il Cremlino ha facilitato la distensione dei rapporti tra l’Algeria, interessata a proteggere i propri confini meridionali, e i regimi golpisti di Mali e Niger, maldisposti verso le ingerenze algerine nel Sahel ma persuasi a digerire un riavvicinamento per salvare il salvabile.

Rompendo mezzo secolo di ufficiale neutralità, le truppe algerine si schiereranno in Niger nei prossimi mesi per garantire la sicurezza del paese: mossa funzionale, al di là della protezione frontaliera, tanto a limitare le iniziative commerciali del Marocco nel Sahel (e la parallela influenza dei filo-marocchini Israele ed Emirati Arabi Uniti) quanto a salvaguardare la presenza russa a fianco del governo di Niamey. La necessità di assicurarsi la cooperazione con le forze algerine nel Sahel diventa così incentivo sensibile perché la Russia (già dubbiosa sulle sorti della mediazione Boulos) accentui il suo sostegno ad Algeri in sede ONU.

Al veto di Mosca, che ha riproposto un testo revisionato secondo i termini delle precedenti risoluzioni sul tema, Washington ha risposto con un contro-veto. La MINURSO lascerà il Sahara occidentale nell’arco dei prossimi mesi: alle spalle un progetto referendario consegnato alla storia dopo trent’anni di stasi.

Finora, insomma, il negoziato americano non registra progressi e finisce col minare la presenza onusiana nel Sahara occidentale. A questo punto le truppe marocchine potrebbero occupare la zona cuscinetto abbandonata da MINURSO, estendendo il proprio controllo sull’intero territorio conteso. A sua volta il Polisario, che conduceva le proprie incursioni attraverso il buffer onusiano, potrebbe ora colpire direttamente da territorio algerino, alzando sensibilmente la soglia dello scontro Rabat-Algeri. Altro segnale che le tensioni tra Mediterraneo, Maghreb e Sahel stanno raggiungendo i livelli di guardia.

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