Gagauzia, la sfida dell’identità
Nella regione autonoma della Moldova, il voto del 15 novembre riporta al centro il delicato equilibrio fra una singolare comunità e lo Stato moldavo. Sullo sfondo della competizione geopolitica fra Russia, Turchia e Unione europea si gioca anche il futuro di una lingua e di un patrimonio culturale che rischiano di perdere la propria funzione nella vita quotidiana.
Il 15 novembre 2026, la Gagauzia sarà chiamata a rinnovare l’Assemblea popolare e a eleggere il proprio governatore, il başkan. Il voto arriva dopo una prolungata controversia istituzionale e ripetuti rinvii del calendario elettorale, in un territorio autonomo della Moldova nel quale il rapporto con Chișinău si intreccia con la competizione d’influenza fra Russia, Turchia e Unione europea. La questione non riguarda soltanto gli equilibri politici regionali: investe il modo in cui una comunità difende la propria identità e trova il proprio posto nello Stato.
A Comrat, il capoluogo della Gagauzia, nel sud della Repubblica di Moldova, l’identità non coincide con una sola appartenenza. La lingua tradizionale è turcica, la religione storicamente prevalente è il cristianesimo ortodosso, la lingua russa conserva una funzione importante nella comunicazione pubblica e nella vita quotidiana. La lingua ufficiale dello Stato è il romeno, denominato moldavo nella precedente terminologia costituzionale e amministrativa. Ma queste sovrapposizioni non sono un dettaglio folkloristico: sono il risultato di una storia di migrazioni, imperi e successive trasformazioni dei confini. I Gagauzi appartengono al ramo oghuz delle lingue turciche, al quale appartengono anche il turco, l’azero e il turkmeno. La loro particolarità storica è l’appartenenza alla tradizione cristiano-ortodossa, a differenza della maggioranza delle popolazioni turcofone dell’Anatolia che sono di fede musulmana. La lingua presenta affinità con il turco, ma porta anche le tracce dei lunghi rapporti con le società slave e balcaniche.
Le origini della comunità restano oggetto di discussione scientifica. Le ricostruzioni collegano la sua formazione alle popolazioni turcofone dei Balcani e alle migrazioni verso la Bessarabia, ma non autorizzano a ricondurre l’identità gagauza a una discendenza unica, semplice e definitivamente accertata. Più che una genealogia lineare, sono stati la lingua, la religione e la storia condivisa a contribuire alla continuità del gruppo.
La geografia aiuta a comprendere la posta in gioco. La Gagauzia è un’unità territoriale autonoma nel sud della Moldova, non uno Stato indipendente. Comrat è il suo capoluogo; fra gli altri centri principali figurano Ceadîr-Lunga e Vulcănești. La vicinanza alla regione ucraina di Odessa e al bacino del Mar Nero colloca questo territorio in una fascia strategica nella quale si sovrappongono la sicurezza regionale, i rapporti con Mosca e Ankara e il percorso verso l’integrazione europea di Chișinău, capitale della Moldova.
L’autonomia gagauza è regolata dalla legge moldava n. 344 del 23 dicembre 1994. Il testo riconosce alla Gagauzia uno statuto giuridico speciale e la definisce parte integrante della Repubblica di Moldova, attribuendole competenze proprie per lo sviluppo politico, economico e culturale. È una soluzione istituzionale concepita per conciliare la tutela di una comunità minoritaria con l’integrità dello Stato moldavo.
Questa architettura, tuttavia, non elimina la questione dell’appartenenza. La stessa persona può riconoscersi nella Moldova come Stato, nella Gagauzia come territorio politico e nella cultura turcica come spazio storico. Il problema emerge quando queste dimensioni vengono trasformate in alternative geopolitiche: Europa oppure Russia, integrazione nazionale oppure autonomia, lingua locale oppure lingua di maggiore utilità sociale.
Il primo luogo in cui si misura la fragilità dell’identità gagauza non è un monumento, ma la famiglia. La lingua gagauza è classificata dall’Unesco come definitely endangered, cioè in pericolo certo, nel suo Atlante delle lingue a rischio. Il numero di persone che dichiarano un’appartenenza gagauza, tuttavia, non coincide con quello di chi parla la lingua ed è in grado di trasmetterla alle nuove generazioni.
Uno studio pubblicato nel 2021 da Nesibe Ayşe Sağlam e Yusuf Adıgüzel, basato su 28 interviste condotte nella regione nell’aprile e maggio del 2018, ha rilevato che l’identità gagauza viene trasmessa soltanto parzialmente attraverso la famiglia, la scuola, la chiesa e i media. La diffusione del russo come lingua d’uso – figlia degli anni di dominazione prima zarista poi sovietica – e i matrimoni misti contribuiscono a rendere ancora più vulnerabile la trasmissione intergenerazionale.
Un secondo studio, pubblicato nel 2025 sul Journal of Multilingual and Multicultural Development, ha esaminato le scelte linguistiche di 14 madri gagauze emigrate in Turchia. Molte privilegiavano il russo per le opportunità offerte nella scuola, nel commercio e nel lavoro; altre utilizzavano il turco in famiglia. La scarsità di materiali educativi e audiovisivi in gagauzo rendeva più difficile trasmettere la lingua ai figli.
Il campione è molto circoscritto e non può essere esteso automaticamente all’intera popolazione, ma mette in evidenza un meccanismo significativo: una lingua può continuare a rappresentare un simbolo identitario, ma perde terreno come strumento quotidiano di comunicazione. È in questa distanza fra appartenenza dichiarata e uso effettivo che si misura una delle principali vulnerabilità culturali di questa comunità.
La storia della lingua scritta chiarisce ulteriormente il problema. Il sacerdote e studioso Mihail Çakir, noto anche come Mihail Ciachir, ebbe un ruolo fondamentale nella sua codificazione e nella produzione di testi religiosi e didattici. Le prime pubblicazioni moderne si svilupparono in un contesto nel quale la lingua della comunità doveva trovare spazio fra tradizione orale, istituzioni religiose e amministrazioni imperiali. Nel periodo sovietico si affermò l’alfabeto cirillico, ma dal 1993 la lingua scritta gagauza utilizza, invece, l’alfabeto latino.
Il passaggio non è meramente grafico. Gli alfabeti collegano i parlanti a sistemi scolastici, editoria, reti culturali e istituzioni differenti. Per sopravvivere come lingua viva, il gagauzo contemporaneo deve poter circolare in libri, giornali, contenuti digitali e strumenti didattici, senza rimanere confinato alla rappresentazione folkloristica.
Anche il patrimonio musicale e orale va letto in questa prospettiva. Canti, racconti, proverbi, feste e tradizioni familiari custodiscono lessico, formule narrative e riferimenti alla vita rurale della Bessarabia. Ma registrare un canto non equivale a garantire che la lingua continui a essere parlata: la documentazione conserva una testimonianza, mentre la trasmissione richiede parlanti, insegnanti, occasioni sociali e produzione culturale contemporanea.
La stessa distinzione vale per l’architettura. Le abitazioni rurali, i cortili, gli edifici comunitari e le chiese ortodosse possono essere documentati come parte del paesaggio storico gagauzo, ma non devono essere presentati come forme esclusive di questa popolazione senza confronti architettonici e rilievi sul campo. In un’area condivisa per secoli con moldavi, bulgari, ucraini e altre comunità, il patrimonio costruito è spesso il risultato di scambi e adattamenti, non di confini etnici netti.
È proprio questo intreccio a rendere la Gagauzia interessante per una ricerca sul patrimonio: la sua identità non si conserva isolando gli oggetti, ma ricostruendo le relazioni fra lingua, religione, insediamenti e pratiche sociali.
Per Ankara, però, la Gagauzia rappresenta un interlocutore particolare: una comunità cristiana che parla una lingua appartenente alla stessa famiglia del turco. Questa affinità offre alla Turchia la possibilità di sviluppare iniziative culturali e formative in uno spazio europeo orientale nel quale la propria proiezione linguistica e storica incontra quella russa.
Ma l’affinità linguistica non significa automaticamente allineamento politico. I Gagauzi non costituiscono un’estensione della società turca e la loro identità ortodossa non può essere separata dalla storia locale. La cooperazione culturale, gli scambi universitari, l’insegnamento linguistico e le iniziative rivolte alla comunità sono strumenti di relazione, ma il loro impatto effettivo deve essere valutato attraverso programmi, finanziamenti e risultati verificabili.
La Turchia dispone di una rete di istituzioni culturali e formative che promuovono la lingua e i rapporti con tutte le comunità turcofone. Per valutare la sua presenza in Gagauzia occorre distinguere fra progetti realizzati, accordi formali e dichiarazioni politiche. Senza questa verifica, il rischio è quello di attribuire ad Ankara un’influenza che deriva anche dalla storia locale e dalle scelte autonome degli abitanti.
La prospettiva è interessante proprio perché mette in discussione una lettura esclusivamente religiosa della geopolitica. Una popolazione cristiana può appartenere al mondo linguistico turco senza diventare musulmana; può coltivare rapporti con Ankara senza rinunciare alla propria tradizione ortodossa. L’identità gagauza dimostra che lingua, confessione religiosa e orientamento internazionale non coincidono necessariamente.
La relazione con Mosca ha radici differenti. Per decenni il russo è stato la lingua centrale dell’istruzione, dell’amministrazione, dei media e della mobilità sociale nello spazio sovietico. La sua diffusione in Gagauzia non è quindi spiegabile soltanto attraverso le preferenze politiche contemporanee: dipende anche da infrastrutture linguistiche, percorsi scolastici e reti familiari costruite nel corso di generazioni.
Questo patrimonio storico è diventato politicamente sensibile dopo l’indipendenza della Moldova nel 1991. Il russo continua a facilitare l’accesso a contenuti mediatici e reti culturali provenienti dalla Federazione Russa, mentre l’integrazione europea in corso richiede una crescente familiarità con il romeno, le istituzioni moldave e gli strumenti normativi della Ue.
La crisi non va tuttavia rappresentata come uno scontro fra una comunità uniformemente filorussa e uno Stato uniformemente europeista. Le preferenze degli abitanti sono diversificate e risentono di fattori economici, generazionali, linguistici e politici. Ridurre le scelte della popolazione a una contrapposizione fra Mosca e Bruxelles significherebbe trascurare proprio quella complessità che rende la piccola Gagauzia (meno di 2000 chilometri quadrati e circa 150mila abitanti) un caso geopolitico rilevante.
Le elezioni moldave del 2024 hanno mostrato quanto il percorso europeo del Paese sia vulnerabile alla disinformazione e alle operazioni di influenza esterna. Le istituzioni moldave e diversi organismi internazionali hanno documentato tentativi di interferenza e di finanziamento politico illecito riconducibili a reti vicine all’oligarca Ilan Șor. L’Unione europea ha adottato misure restrittive nei confronti di soggetti coinvolti in attività che minacciano la democrazia e la stabilità della Moldova.
Questi fatti non autorizzano, però, a identificare l’intera comunità gagauza con tali reti o a interpretare ogni dissenso verso Chișinău come un effetto di manipolazione straniera. La distinzione è essenziale anche per la politica culturale: proteggere una minoranza non significa ignorare le interferenze, così come contrastarle non dovrebbe comportare la delegittimazione della lingua, della religione o delle rivendicazioni della comunità.
È in questo contesto che le elezioni del 15 novembre acquistano un significato più ampio. La Gagauzia è chiamata a rinnovare l’Assemblea popolare e a eleggere il proprio başkan – il governatore – dopo una prolungata controversia istituzionale. Il mandato dell’Assemblea popolare è scaduto nel novembre 2025 e il calendario elettorale è stato rinviato più volte.
Il 9 luglio 2026 la Corte costituzionale moldava ha finalmente chiarito che il sistema elettorale, comprese le elezioni regionali, rientra nella competenza normativa del Parlamento nazionale di Chișinău. La decisione non cancella l’autonomia gagauza, ma ne delimita l’esercizio entro la Costituzione e la legislazione dello Stato unitario.
L’organizzazione Promo-LEX ha avviato il 16 settembre una missione di osservazione elettorale di lungo periodo destinata a seguire la campagna, il voto e la fase successiva. L’obiettivo dichiarato è contribuire al ripristino del pieno funzionamento delle istituzioni regionali e alla tutela dei diritti elettorali.
Il voto sarà quindi anche un test della capacità di Chișinău e Comrat di risolvere un conflitto di competenze attraverso procedure riconosciute. In un territorio nel quale l’autonomia ha una forte dimensione identitaria, la legittimità delle istituzioni è parte della più generale sicurezza politica della Moldova. E non si può escludere che il risultato delle elezioni del 15 novembre possa accendere delle tensioni.
La posta in gioco, tuttavia, non si esaurisce nell’esito elettorale. La capacità di una comunità di partecipare alla vita pubblica dipende anche dalla possibilità di accedere all’istruzione, all’informazione e alle istituzioni senza dover rinunciare alla propria lingua e alla propria memoria. È qui che il patrimonio culturale assume una rilevanza geopolitica concreta.
Una lingua poco utilizzata nella scuola e nell’amministrazione, una produzione editoriale limitata e la dipendenza da media in altre lingue possono aumentare la distanza fra istituzioni e cittadini. La risposta, però, non può consistere nel trasformare la cultura gagauza in uno strumento di propaganda pro o contro il percorso della Moldova verso l’integrazione europea: deve offrire alla comunità la possibilità di partecipare alla vita pubblica senza perdere la propria specificità.
Che cosa servirebbe, dunque, per evitare che la Gagauzia rimanga soltanto un oggetto di competizione fra potenze?
La prima priorità è documentare e rendere accessibile il patrimonio linguistico. Un archivio digitale di registrazioni orali, canti, racconti, proverbi e testimonianze storiche, corredato di trascrizioni, traduzioni e metadati, permetterebbe di collegare la ricerca accademica alla scuola e alla produzione culturale contemporanea. I materiali dovrebbero essere conservati con il consenso dei parlanti e nel rispetto di regole chiare sulla proprietà intellettuale.
La seconda è sostenere la produzione originale in gagauzo: libri per bambini, programmi radiofonici, podcast, giornalismo locale, dizionari aggiornati e strumenti digitali. Non basta finanziare festival annuali se la lingua non è disponibile nei luoghi in cui si formano le abitudini linguistiche. La continuità culturale richiede occasioni d’uso, interlocutori e contenuti capaci di raggiungere le nuove generazioni.
La terza priorità riguarda il patrimonio materiale. Un inventario degli edifici storici, delle chiese, delle abitazioni rurali e dei luoghi della memoria, accompagnato da rilievi architettonici e studi comparativi con le regioni vicine, permetterebbe di distinguere le caratteristiche specifiche gagauze dagli elementi condivisi nel paesaggio della Bessarabia.
La conservazione dovrebbe coinvolgere università, autorità locali, comunità religiose e istituzioni moldave, evitando di costruire identità esclusive attraverso reperti o edifici che raccontano storie intrecciate. Il patrimonio può diventare uno spazio di conoscenza, cooperazione e reciproco rispetto proprio perché documenta le relazioni storiche fra comunità differenti.
Infine, la cooperazione internazionale dovrebbe essere valutata sulla base di risultati misurabili: ore di insegnamento della lingua, numero di docenti formati, materiali pubblicati, studenti coinvolti, edifici restaurati, archivi accessibili e accordi di ricerca effettivamente attuati. È questo il modo per distinguere la diplomazia culturale dalla semplice competizione simbolica.
Una simile strategia non escluderebbe la partecipazione di partner stranieri, compresi quelli turchi, europei e di altri Paesi, Federazione Russa compresa. Richiederebbe, però, che le iniziative fossero costruite intorno alle esigenze della comunità e alla salvaguardia del suo patrimonio, anziché intorno alla ricerca di un’affermazione di primato geopolitico. La qualità della cooperazione si misurerebbe nella capacità di produrre conoscenza, rafforzare le competenze locali e garantire continuità ai progetti.
La Gagauzia non è importante perché rappresenta un’eccezione esotica all’interno dell’Europa. È importante perché rende visibile un problema comune a molti territori di frontiera: la distanza fra confini politici, appartenenze linguistiche e memorie collettive.
Il suo patrimonio non appartiene esclusivamente alla Russia, alla Turchia, alla Moldova o all’Unione europea: la responsabilità primaria della sua tutela ricade sulle istituzioni moldave e sulla comunità che lo trasmette. La cooperazione esterna può contribuire, purché non trasformi la conservazione in una prova di fedeltà geopolitica.
La questione decisiva non è scegliere quale potenza abbia il diritto di rivendicare i Gagauzi, ma creare le condizioni perché possano continuare a parlare la propria lingua, praticare la propria tradizione religiosa e partecipare alle istituzioni democratiche senza dover scegliere fra queste dimensioni.
In un’Europa segnata dalla guerra in Ucraina e dalla competizione per l’influenza nel Mar Nero, la sopravvivenza di una lingua minoritaria è anche una questione di resilienza istituzionale. Non perché ogni lingua minacciata sia automaticamente una risorsa strategica, ma perché una comunità capace di trasmettere il proprio patrimonio dispone di strumenti in più per negoziare il proprio posto nello Stato e nei rapporti internazionali.
È questa la sfida della Gagauzia: preservare un’identità complessa senza trasformarla in una frontiera fra potenze. O, peggio, in uno scontro. E dimostrare che la diplomazia culturale può contribuire alla stabilità non quando impone un’appartenenza, ma quando crea le condizioni perché una comunità possa scegliere consapevolmente il proprio futuro.