Gestire la rivalità: la nuova logica della stabilità strategica tra Stati Uniti e Cina
L’incontro tra Trump e Xi ha mostrato una gestione della rivalità sino-americana, non una risoluzione. Entrambe le potenze vogliono mantenere prevedibile la competizione, ma conservano strumenti di pressione economica e tecnologica. L’IA è una sfida: la sua autonomia e complessità potrebbero causare crisi difficili da gestire e attribuire
L’ultimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping ha prodotto poco di ciò che normalmente definiremmo una svolta diplomatica. Non c’è stato un accordo politico complessivo, né il tentativo di ridefinire il rapporto bilaterale. Anche su alcuni dei dossier destinati a pesare maggiormente sulla competizione futura, a partire dall’intelligenza artificiale, i progressi sono stati limitati. Eppure, proprio la scarsa ambizione del vertice può essere la sua indicazione più interessante. Il risultato più immediato è che, dopo l’incontro di maggio e quello settembre, i leader delle due principali potenze globali si vedranno ancora entro la fine dell’anno – forse per due volte (al vertice APEC e al G20).
Washington e Pechino sembrano oggi più interessate a gestire la propria rivalità che a risolverla. È un obiettivo più circoscritto, ma non necessariamente meno rilevante. La competizione rimane aperta sul piano commerciale, tecnologico e della sicurezza, mentre le cause strutturali della tensione non sono venute meno. Ciò che sembra emergere è piuttosto un interesse reciproco a evitare che ciascuno di questi fronti produca automaticamente una crisi più ampia.
È una distinzione importante. La stabilità strategica tra Stati Uniti e Cina non richiede convergenza politica, né implica un ritorno alla stagione dell’engagement. Presuppone invece che entrambe le parti riconoscano i costi di un’escalation non controllata e, di conseguenza, mantengano aperti strumenti attraverso i quali contenere la competizione entro limiti gestibili.
Il vertice alla Casa Bianca ha offerto alcuni segnali in questa direzione. Le questioni più controverse non hanno dominato l’incontro. Il negoziato commerciale è proseguito nonostante il deterioramento della fiducia politica e Trump e Xi hanno annunciato riduzioni tariffarie per circa 60 miliardi di dollari. Anche la copertura relativamente ordinaria riservata all’incontro dai media cinesi suggerisce un appuntamento orientato più alla manutenzione del rapporto che alla rappresentazione di un nuovo corso.
Non si tratta quindi di una distensione. È una forma più limitata di stabilità, costruita non sulla fiducia ma sulla necessità di rendere la competizione sufficientemente prevedibile. La dimensione economica mostra allo stesso tempo perché questa gestione sia necessaria e perché rimanga difficile.
Negli ultimi anni, il dibattito sulla sicurezza economica tra Stati Uniti e Cina si è concentrato sul decoupling, sul de-risking e sulla riduzione delle dipendenze strategiche. Nella pratica, tuttavia, l’interdipendenza si è dimostrata più resistente della retorica politica che la circonda. Soprattutto, non è semplicemente sopravvissuta alla competizione: ne è diventata parte.
Tariffe, controlli sulle esportazioni, accesso alle tecnologie, materie prime critiche e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento non sono più soltanto strumenti di politica economica. Sono fonti di leverage. Entrambi i governi cercano di ridurre le dipendenze che possono essere sfruttate dalla controparte e, contemporaneamente, di preservare quelle che attribuiscono loro capacità di pressione.
Le restrizioni cinesi sulle esportazioni di minerali critici hanno mostrato con particolare chiarezza questa dinamica. Hanno evidenziato quanto sia difficile riorganizzare rapidamente filiere industriali sofisticate e quanto la posizione acquisita da Pechino in alcuni settori possa tradursi in capacità di condizionamento. Ma il leverage non è unidirezionale. Washington mantiene strumenti rilevanti attraverso i controlli tecnologici, l’accesso al mercato americano, il peso finanziario degli Stati Uniti e la posizione statunitense negli ecosistemi tecnologici più avanzati.
Il rapporto è quindi meno caratterizzato da una separazione progressiva che da una forma di interdipendenza competitiva. Stati Uniti e Cina cercano contemporaneamente di limitare le proprie vulnerabilità e di conservare strumenti capaci di imporre costi alla controparte. La sicurezza economica diventa così parte del negoziato strategico, non semplicemente una politica finalizzata a ridurre i rapporti economici.
Questo aiuta anche a spiegare perché negoziati commerciali e competizione sistemica possano procedere insieme. Il negoziato non segnala necessariamente una riduzione della rivalità geoeconomica. È uno degli strumenti attraverso cui quella rivalità viene amministrata.
C’è però una condizione perché questo meccanismo contribuisca alla stabilità: le parti devono poter leggere le rispettive azioni. Una restrizione sulle esportazioni può essere calibrata. Un dazio può essere negoziato. Un controllo tecnologico può essere rafforzato o attenuato. Soprattutto, è generalmente possibile identificare chi ha preso una decisione, quale strumento ha utilizzato e, almeno in una certa misura, quale segnale intende inviare. Il problema diventa più difficile quando intenzione, attribuzione e responsabilità sono meno chiare. Ed è qui che l’intelligenza artificiale assume un significato che va oltre la competizione tecnologica.
La mancanza di progressi significativi sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale durante il vertice merita attenzione soprattutto per questo motivo. Stati Uniti e Cina non hanno soltanto approcci differenti alla governance dell’AI. Stanno sviluppando tecnologie sempre più capaci senza che si sia sviluppata, con la stessa rapidità, un’architettura internazionale, tantomeno bilaterale, adeguata a gestire gli incidenti che quelle tecnologie potrebbero produrre.
Si consideri un incidente plausibile: un agente AI sviluppato da una società americana penetra nei sistemi di un’azienda cinese o di un’istituzione governativa. L’intrusione potrebbe derivare da un utilizzo malevolo, da salvaguardie insufficienti oppure da un comportamento del sistema non previsto o non autorizzato dallo sviluppatore. Dal punto di vista tecnico, sono circostanze molto diverse. Per il governo che subisce l’intrusione, tuttavia, potrebbe essere inizialmente impossibile distinguerle.
A quel punto il problema diventerebbe politico prima ancora che tecnologico. Pechino dovrebbe stabilire se si trova davanti a un’attività criminale, alla negligenza di un’impresa privata, al comportamento imprevisto di un sistema autonomo oppure a un’operazione riconducibile al governo statunitense. Washington, parallelamente, potrebbe non disporre immediatamente delle informazioni necessarie per ricostruire l’incidente e fornire una spiegazione credibile.
È qui che l’AI mette sotto pressione alcuni presupposti tradizionali del crisis management. La gestione delle crisi dipende dalla possibilità di attribuire un’azione, interpretarne il segnale e comprendere almeno approssimativamente la catena decisionale dell’avversario. Sistemi dotati di maggiore autonomia possono rendere più incerti tutti e tre gli elementi. L’attore coinvolto può essere privato; il comportamento del sistema può non corrispondere pienamente all’intenzione del suo operatore; la velocità dell’incidente può superare quella necessaria alla diplomazia per chiarire responsabilità e intenzioni.
Il confronto con la competizione geoeconomica è utile. Quando Pechino limita l’esportazione di una materia prima critica, Washington sa chi ha agito e può interpretare la misura nel contesto di un rapporto politico più ampio. Quando gli Stati Uniti impongono controlli sull’accesso a determinate tecnologie, la Cina può identificare la decisione, l’autorità responsabile e il segnale strategico. Le due parti possono considerare queste misure ostili, ma la struttura dell’interazione rimane leggibile. Un incidente legato all’AI potrebbe non offrire nessuna di queste certezze.
È forse questo il punto più delicato del modello di competizione che sta emergendo. Washington e Pechino stanno sviluppando strumenti per gestire quei terreni sui quali l’escalation è prevalentemente intenzionale e quindi, almeno in parte, negoziabile. Sono molto meno preparate ad affrontare crisi prodotte dall’ambiguità, dall’autonomia tecnologica o da soggetti che non ricadono interamente sotto il controllo dello Stato.
L’ultimo vertice tra Trump e Xi conta dunque meno per gli accordi raggiunti che per ciò che suggerisce sulla relazione che le due potenze stanno cercando di mantenere. Nessuna delle due sembra intenzionata a rinunciare alla competizione strategica, così come nessuna rinuncerà facilmente agli strumenti economici e tecnologici che le garantiscono leverage sull’altra. L’obiettivo più realistico è costruire sufficiente prevedibilità attorno a questa competizione da impedire che una singola controversia destabilizzi il rapporto nel suo complesso.
Questo approccio può funzionare nei settori in cui pressione, segnalazione e ritorsione rimangono prevalentemente sotto il controllo degli Stati. L’intelligenza artificiale ne mostra invece un possibile limite. Se la stabilità strategica sta diventando una delle funzioni centrali del dialogo sino-americano, la questione non sarà soltanto come Washington e Pechino gestiranno i confronti che scelgono di avere. Sarà come riusciranno a gestire le crisi che nessuna delle due aveva intenzione di provocare.