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Gli Usa sanzionano i militari ruandesi

La strategia della stabilità nella regione dei Grandi Laghi

Doveva essere “America first” sinché l’Africa, per Donald Trump, non è assurta a periferia strategica dell’impero. Elemento di una possibile grandezza ritrovata. Ed è in tale quadro, allora, che le autorità americane hanno deciso di sanzionare ogni coinvolgimento di violenza nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Qui, Washington mira in particolare a diversi alti funzionari del Ruanda tacciati oggi di alimentare l’instabilità nella regione dei Grandi Laghi. Là dove i ruandesi sarebbero giocoforza responsabili del sostegno al M23, la ribellione armata particolarmente operosa nella provincia del Nord-Kivu – zona ricca di risorse naturali. In questione, per gli Stati Uniti, ci sarebbe dunque la violazione degli accordi di Washington – siglati soltanto un anno fa – e dunque lo sforzo per la pacificazione tra Kinshasa e Kigali. M23, acronimo di Movimento del 23 marzo, è la pietra dello scandalo. Ed è la milizia – invisa agli Usa e supportata dal Ruanda – che si compone di ex combattenti del Congresso nazionale. Uomini integrati nell’esercito congolese dopo la pace del 2009, i quali accusarono il governo di non aver rispettato gli impegni presi.

Dal 2012 i miliziani sostengono quindi le comunità tutsi congolesi, chiedendo riforme politiche e di sicurezza nella regione. Diversi rapporti internazionali – dall’Onu a Human Rights Watch – suffragano il supporto del Ruanda che Kigali di contro smentisce. A questo punto è evidente come l’esistenza di M23 intrecci così rivalità etniche, violenza, e, ancor più, competizione per il controllo delle risorse minerarie. Un gomitolo di concause che spingono gli Stati Uniti, oggi, ad agire.

Sanzioni per gradi

Il 2 marzo scorso ben quattro ruandesi, appartenenti ad alti ranghi dell’esercito, vengono sanzionati: decisione che segna un inasprimento dei rapporti tra Usa e Kigali, già tesi dopo le sanzioni ad altri cinque generali. Se Washington non decreta un embargo, prende però di mira l’istituzione militare nel suo complesso. Una scelta, questa, che indica una graduale presa di distanza. Una pressione volta a disimpegnare il Ruanda nella Repubblica Democratica. E tuttavia, al di là del rapporto tra i due paesi, l’operazione trumpiana viaggia anche per perimetri di cerchi concentrici. Afrik.com sottolinea come il target indiretto siano i paesi partner di Kigali: le imprese coinvolte nelle catene di approvvigionamento nel settore della difesa che oltre alle grandi e medie potenze, secondo Defenceweb, includono anche il Sudafrica. I diversi paesi – e investitori – potrebbero così ridisegnare la relazione con Kigali nell’ottica di una maggiore prudenza.

A completare il quadro, comunque, è l’atteggiamento degli Usa con Kinshasa che, in conformità al trattato di Washington, intende essere equanime. Tanto che, oltre alle sanzioni, chiede ora alle autorità congolesi di neutralizzare il retaggio del genocidio ruandese: le Forze democratiche di liberazione (Fdlr) che generano instabilità al confine difendendo gli interessi hutu.

Sul fondo della crisi dei Grandi Laghi, però, s’impone anche uno snodo economico e tecnologico che sollecita l’amministrazione americana nel ruolo di ago della bilancia.

Sanzioni e competizioni. Il regno del cobalto

La Repubblica Democratica del Congo, com’è noto, è uno dei paesi più ricchi di minerali critici. Da sola, Kinshasa garantisce la produzione di circa il 70 per cento del cobalto mondiale essenziale per gli ioni di litio. Ossia per l’elettronica avanzata. La centralità del paese nelle catene di approvvigionamento industriale è tale, quindi, che qualsiasi interruzione delle esportazioni congolesi ha effetti immediati sui mercati globali. Sanzionare i ruandesi – e poi spingere i congolesi al controllo reale delle cellule ribelli – è giocoforza una precondizione. Un aiuto strategico che si allontana soltanto in apparenza dall’America first targato Maga. A maggior ragione se negli ultimi due decenni l’espansionismo cinese in quest’ambito ha raggiunto picchi vertiginosi (secondo il Cobalt Market Report, nel 2022 Pechino rappresenta il 76 per cento della produzione globale di cobalto raffinato; il che fa il paio con il 70 per cento della produzione congolese).

A tal proposito, studi della Banca mondiale indicano come otto delle quattordici maggiori miniere di cobalto congolesi siano controllate, negli ultimi anni, da gruppi cinesi. Aziende di Pechino partecipano a gran parte dei principali progetti minerari della provincia del Katanga. In alcuni casi – come la Tenke Fungurume o il complesso di Kamoa-Kakula – gli investimenti cinesi hanno progressivamente sostituito poi quelli occidentali. Assicurandosi l’accesso diretto alla materia prima. Sicché è su questo terreno che Washington tenta oggi una correzione. Stabilizzare e ridurre le tensioni regionali significa, per gli Usa di Trump, riequilibrare altresì una filiera industriale centrale nella competizione globale.

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