Il corridoio eurasiatico nel complesso rapporto dell’Ue con Tbilisi
Il punto di Ginevra Leganza
Snodo tra i continenti, la Georgia appare oggi come un ponte sempre meno sicuro. La guerra in Ucraina e l’instabilità mediorientale hanno certamente accresciuto l’importanza del Caucaso e, di conseguenza, del Middle Corridor. Ma qual è, in questo contesto, il ruolo di Tbilisi? Se da un lato il paese conserva un valore strategico per il transito di merci e risorse energetiche, dall’altro i rapporti sempre più tesi con l’Europa rischiano di indebolirne la posizione.
Il Middle Corridor – sappiamo – ha rappresentato sinora un’alternativa alla rotta settentrionale che attraversa la Russia, diventata più problematica dopo il 2022. La rotta transcaspica non è ancora in grado di competere pienamente con quella settentrionale, che nel 2025 movimentava un traffico container circa quattro volte superiore a quello del Middle Corridor. E nondimeno è alla base della strategia per l’indipendenza che, oggi, non prescinde dalla diversificazione.
Nell’assetto attuale, quindi, il corridoio attraversa l’Azerbaigian e la Georgia per proseguire verso la Turchia e i porti del Mar Nero. Se Baku costituisce la principale porta d’ingresso delle merci provenienti dall’Asia centrale, Tbilisi assicura il collegamento terrestre verso ovest. Un’infrastruttura cruciale è, in questo senso, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars. Dove nel 2024, i lavori di ammodernamento della sezione georgiana hanno portato la capacità annua prevista da uno a cinque milioni di tonnellate.
Eppure, in un’analisi pubblicata il 6 maggio 2026, il Centre for Eastern Studies di Varsavia (OSW) individuava alcuni fattori che potrebbero ridimensionare, nel lungo periodo, il ruolo privilegiato della Georgia: le tensioni con Bruxelles, l’evoluzione dei rapporti con Mosca, la possibilità di sviluppare nuove connessioni attraverso l’Armenia. Secondo l’analisi, il principale enigma per Tbilisi potrebbe non riguardare tanto la capacità operativa della rete di trasporto, quanto la sua imprevedibilità politica. Il deterioramento delle relazioni con Bruxelles rischia infatti di compromettere anche la fiducia degli investitori e dei partner regionali.
Il limbo geoeconomico
La piattaforma JAMnews, specializzata in politica caucasica, descrive precisamente uno scontro tra assetto logistico e paradosso politico. Secondo i dati europei riportati dalla testata, il tasso di allineamento di Tbilisi all’Unione è sceso al 40 per cento. Anche in seguito alla riluttanza del governo a sostenere l’Ucraina. Uno strappo, questo, che ha contribuito alla decisione di congelare l’apertura dei negoziati di adesione sino al 2028, trasformando lo status di paese candidato in una sorta di guscio vuoto. Il corollario, evidenziato da JAMnews, è il progressivo scivolamento della Georgia in quello che viene definito un limbo geoeconomico, con possibili ripercussioni sui transiti energetici e commerciali. Nonostante a settembre la Commissione europea abbia quindi annunciato di voler mobilitare 12 miliardi di euro – per triplicare i flussi tra Europa e Asia – gli investimenti diretti nel privato calano. In un recente rapporto dell’ambasciata statunitense si sottolinea proprio che se le istituzioni finanziarie internazionali, come la Banca Mondiale, continuano a sostenere le ferrovie statali, gli investitori privati preferiscono tenersi alla larga. Ma quali sono le pietre dello scandalo che tengono lontane le imprese straniere?
Elogi e iettatura
La domanda acquista ancor più senso se si considera un secondo paradosso georgiano. Vale a dire quello di un’economia che si mantiene solida, con una crescita del Pil superiore al 5 per cento nel 2025 e picchi nel settore dell’Ict, e del calo di investimenti internazionali che lo scorso anno erano inferiori del 24 per cento rispetto al 2022. Dati che la politica interna non manca di accentuare. Soprattutto, ovviamente, per quanto riguarda la macroeconomia.
A tal proposito, il presidente del parlamento Shalva Papuashvili ha contrapposto la crescita georgiana alle affermazioni provenienti da Bruxelles. In particolare, al paragone con la Moldavia avanzato da Marta Kos, commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato. La quale aveva tessuto le lodi dei progressi di Chişinău al cui confronto la Georgia finisce per apparire come la cugina discola. “La Moldavia merita sempre più elogi – ha dichiarato Papuashvili – ma la nostra esperienza ci insegna che più Bruxelles ti elogia, più le sue decisioni e le direttive imposte ti danneggiano”. Parole che restituiscono il clima di crescente contrapposizione tra Tbilisi e le istituzioni europee, senza tuttavia compromettere del tutto, almeno per ora, la centralità dell’asse transcaucasico.
Il transito attraverso questi paesi dovrebbe conservare, infatti, un ruolo cruciale. Ma è nel lungo periodo che si aprono numerose incognite. La possibile apertura delle frontiere della Turchia con l’Armenia, per dire, insieme al progressivo avvicinamento di Yerevan all’Unione, potrebbe tracciare un percorso complementare. Un’evoluzione in grado di aumentare la capacità complessiva della rete transcaspica e di offrire maggiori alternative logistiche.
A questo punto si comprende come e perché la trasformazione del Caucaso dipenderà sempre più dall’interazione tra diplomazia e investimenti. La Georgia dispone di un vantaggio costruito negli anni. E però conservarlo non è una prospettiva scontata. Il nodo è se Tbilisi riuscirà a consolidare la propria posizione mentre si allontana dai partner europei. E se l’apertura di nuove rotte renderà il Caucaso una rete più articolata, nella quale la Georgia non sarà così strategicamente rilevante. Il rischio, per il Sogno georgiano, è che il rapporto con l’Europa preluda a un incubo.