Approfondimenti

Il filo sottile che lega gli strike di Trump nel mondo

L’accerchiamento americano della Cina nei vari continenti

Gli Stati Uniti nel secondo mandato del Presidente Trump oltre ad adoperarsi in Medio Oriente dove sta avvenendo la resa dei conti con l’Iran e nella guerra in Ucraina che ha aperto la partita con la Russia hanno compiuto raid militari in vari Stati appartenenti a continenti differenti. Sono intervenuti direttamente contro la Nigeria, il Venezuela, e hanno minacciato Groenlandia, Panama, Cuba, Messico e Colombia. Ma è una marcia indietro rispetto alla dottrina dell’America First oppure è una strategia precisa di Washington nei confronti delle altre potenze per farle “stare alla larga” dalle aree di suo interesse? In realtà, le contingenze geopolitiche recenti hanno spinto gli apparati statunitensi a dare priorità anche a sfere geostrategiche appartenenti a continenti diversi da quello americano dove forte è il proprio tornaconto politico ed economico e in cui il loro antagonista per eccellenza, la Cina, ha esercitato delle ingerenze. La maggior parte delle crisi che si presentano a intermittenza nel mondo sono collegate alla principale competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina che più di tutte deciderà gli equilibri globali. Pechino, in effetti, rappresenta la principale minaccia a Washington dal punto di vista strategico, militare, tecnologico ed economico ed è l’unica potenza in grado seriamente di contendere il primato americano nel medio periodo. È importante sottolineare, però, che Stati Uniti e Cina hanno due approcci strategici differenti nei confronti dell’avversario. Gli americani, da una parte, tentano di “sottrarre” spazio vitale all’antagonista, di “togliere” al suo controllo aree geopolitiche sulle quali ha influenza, con “interventi diretti”; dall’altra, invece, i cinesi cercano di “occupare” spazi di interesse geostrategico del nemico, “senza incursioni mirate”, lo si vede plasticamente nel loro tipo di azione in Africa o nel Continente americano. Il filo sottile che lega gli attacchi americani o le loro ingerenze nei teatri geopolitici più svariati, sono tasselli, quindi, di un grande contenimento americano nei confronti di Pechino, un’ampia partita rischiosa, spesso in violazione del diritto internazionale. La peculiarità del duello sino-statunitense è che si svolge in più teatri: nei contesti delle due guerre russo-ucraina e mediorientale, in Africa, nel continente americano, nell’Artico, per il raggiungimento di una supremazia politica ed economica nei più importanti quadranti geopolitici globali.

A partire dalla guerra in Ucraina, Washington nel tentare di attrarre a sé Mosca ha due obiettivi, uno geostrategico e l’altro geoeconomico. Il primo consiste nello staccare la Russia dalla Cina perché un conto è scontrarsi con un solo impero nemico, e un altro è combattere contro Pechino e Mosca partener strategici. Il secondo scopo è collegato alle sanzioni occidentali al Cremlino dopo l’aggressione all’Ucraina che hanno dirottato la vendita sottocosto di petrolio russo soprattutto verso la Cina rendendo più forte l’abbraccio economico di Mosca con il Dragone che, a sua volta, la rifornisce di armi e tecnologia. In effetti, il Cremlino continua a dipendere economicamente in buona parte dagli introiti forniti dalle esportazioni energetiche verso la Cina che è diventata indispensabile per il suo sostentamento in questo periodo di guerra. E tale legame Washington intende spezzarlo il prima possibile, con un accordo, perché il protrarsi nel tempo dell’alleanza sino-russa consoliderebbe il blocco avversario.

Anche l’Iran, lo Stato canaglia per eccellenza, il grande nemico americano nel Medio Oriente, il 28 febbraio scorso ha subito l’attacco degli Stati Uniti e del suo alleato Israele. Il Paese degli Ayatollah rientra nell’intrigata rete geopolitica della guerra tra Israele e Hamas scoppiata il 7 ottobre, ma l’obiettivo strategico di Trump anche in questa regione è quello di strozzare la Cina passando da Teheran. L’Iran è un grande alleato politico del Dragone, rapporto forgiato da una real politik basata sul contrasto agli Stati Uniti e all’Occidente; per tale motivo il governo cinese ha prontamente chiesto che “la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran siano rispettate”. Per la Cina, la Repubblica Islamica è una pedina importante della sua proiezione strategica ed è diventata la sua testa di ponte in Medio Oriente. Pechino, in effetti, ha fornito per anni alla Repubblica Islamica armamenti e sistemi radar e ha acquistato nel 2025 a prezzo scontato, a causa delle sanzioni occidentali, oltre l’80% del petrolio iraniano destinato all’export[1]. “Azzoppare” il Dragone che grazie al greggio iraniano garantisce energia a basso costo al proprio apparato industriale sarebbe uno degli obiettivi americani. Ma al di là dell’acquisto di petrolio, soprattutto nell’ultimo ventennio, c’è stato un incremento dei rapporti commerciali tra i due Paesi che ha trasformato la Cina nel principale partner economico dell’Iran. Nel 2021, in effetti, è stato firmato l’Iran China 25 year Cooperation Program[2], un Accordo di Partnership Strategica Venticinquennale tra i due Paesi. Questo accordo rappresenta una road map per le relazioni bilaterali fino al 2046 con l’obiettivo di approfondire la cooperazione economica, politica, militare e di sicurezza, in una chiara prospettiva anti-statunitense e di rafforzamento dell’asse Pechino-Teheran. Dal conflitto israelo-americano con l’Iran, quindi, si sta profilando un nuovo assetto geopolitico e geoeconomico del Medio Oriente capace di colpire indirettamente la Cina. Se l’amministrazione Trump riuscisse a far cadere il regime degli Ayatollah (impresa ardua perché l’Iran, erede dell’impero persiano, è una potenza ben strutturata) anche Pechino si indebolirebbe perché Washington avrebbe voce in capitolo anche riguardo al petrolio iraniano. Per tale motivo la Cina ha pieno interesse geopolitico a mantenere in piedi la Repubblica Islamica. Nel braccio di ferro sino-statunitense all’interno del nuovo ordine internazionale eliminare l’Iran degli Ayatollah dallo scacchiere geopolitico internazionale significherebbe, quindi, per gli americani avvantaggiarsi ulteriormente nei confronti della Dragone.

Un altro strike di Trump che ha mirato a indebolire Xi Jinping è stato anche quello al Venezuela. Gli americani catturando Maduro ed effettuando un regime change ai vertici dello Stato che adesso è “più vicino” alla Casa Bianca hanno compromesso la presenza della Cina nel Paese sudamericano che era noto proprio per la vendita di petrolio al Dragone. Il greggio è certamente importante ma non è la ragione principale per cui a Pechino interessa il futuro di Caracas. Il Venezuela ha anche un enorme debito maturato (oltre dieci miliardi di dollari) – e non ancora interamente saldato – con la Cina e ha cercato di ripagarlo con il petrolio a prezzi scontati. La posta in gioco, quindi, è geostrategica e il tema scottante è proprio la presenza cinese “nei pressi” degli Stati Uniti. Il Dragone è il principale partner in termini di interscambio con il Sudamerica e negli ultimi dodici anni ha avviato in tutta l’area cospicui progetti infrastrutturali. La Cina beneficia di una stazione spaziale in Argentina che può risultare utile, per esempio, per il lancio di satelliti che poi servirebbero a monitorare il territorio, di un porto in Perù e di due in corrispondenza del Canale di Panama (controllati ancora da una società di Hong Kong). In più, nei Caraibi, l’embargo degli Stati Uniti a Cuba dura da più di Sessant’anni, ma con la Presidenza Trump le restrizioni nei confronti dell’isola sono aumentate attraverso nuove sanzioni volte a indebolire il regime e, indirettamente, a limitare l’influenza della Cina. Pechino ha più volte ribadito il suo fermo sostegno a Cuba in difesa della sua sovranità e si è opposta a qualsiasi interferenza esterna da parte degli Stati Uniti con il monito di porre fine al blocco e alle coercizioni[3]. La realpolitik di Trump, quindi, implementando una dottrina Monroe 2.0 ha reso esplicito l’obiettivo geopolitico di allontanare la Cina dall’America Latina per evitare che in futuro il nemico possa approfittare della prossimità infrastrutturale strategica agli Stati Uniti per sviluppare anche una presenza militare nel continente.

Riguardo all’Africa, invece, Gli Stati Uniti, a Natale scorso, hanno bombardato la Nigeria con l’obiettivo ufficiale di proteggere i cristiani dall’Isis, ma dietro questa versione si nascondono diverse strategie da parte di Washington come quella di mettere a rischio gli asset strategici cinesi nel Paese[4] con il quale Pechino tesse da anni relazioni di interdipendenza per vari motivi, tra cui la produzione di litio e petrolio. La Cina, in effetti, da molto tempo si è inserita nei suoi mercati economici come in quelli di altri Stati africani per sfruttare le risorse locali. In particolare, il Dragone ha investito in Nigeria miliardi di dollari nell’estrazione del litio indispensabile per la costruzione di batterie destinate alle macchine elettriche. In più, Abuja è uno dei maggiori esportatori di greggio verso Pechino che a sua volta ha effettuato investimenti nella costruzione in loco di infrastrutture di raffinazione del greggio.

Se da una parte il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle crisi internazionali attuali ritorna utile alla Cina perché rappresenta una distrazione per Washington dal teatro geopolitico dell’Indopacifico e da Taiwan, dall’altra tali congiunture negative globali costituiscono un danno a tutti gli Stati e in particolare alla Cina perché sono colpite le vie della seta, i suoi corridoi commerciali, complicando la proiezione di Pechino verso l’Occidente, l’Europa, e l’Africa. Un vertice tra Trump e Xi Jinping organizzato con l’obiettivo di contenere la competizione tra le due potenze si sarebbe dovuto svolgere tra fine marzo e inizi di aprile prossimi, però il Presidente americano ha chiesto alla Cina lo slittamento del viaggio di un mese. L’incontro vis à vis tra i due nemici è stato solo rimandato. Ma l’intricato scenario geopolitico fa da sfondo ad un’altra recente dichiarazione di Trump: “I think I'll have the honor of taking Cuba[5]”. Sarà il suo prossimo strike?


[1] Secondo i dati del 2025 della società di analisi Kpler. Si veda: https://www.reuters.com/business/energy/chinas-heavy-reliance-iranian-oil-imports-2026-01-13/

[2] https://www.ispionline.it/en/publication/china-iran-25-year-cooperation-agreement-needs-sober-assessment-26949

[3] https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/cina-usa-basta-blocco-e-coercizioni-contro-cuba/AIuhGjp

[4] https://geopolitica.info/nigeria-terrorismo-ombre-cinesi-minoranze-perseguitate/

[5] https://www.washingtonpost.com/world/2026/03/16/cuba-blackout-energy-grid-collapse/

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