Approfondimenti

Il GOP alla prova dei Midterm

Economia, intelligenza artificiale e data center alimentano nuove tensioni nell’elettorato repubblicano in vista del voto. Il punto di Stefano Marroni

“Ho proprio l’impressione che per i prossimi sette mesi la strada per i repubblicani sarà piuttosto accidentata…”, profetizzava a giugno John Corbyn, l’influente e autorevole senatore del Texas appena fatto fuori da Donald Trump per fare largo, nelle primarie del Gop, al suo fedele ma chiacchieratissimo Ken Paxton. All’epoca non era nemmeno concepibile che uno dei più “rossi” stati dell’Unione potesse tornare a mandare a Washington, dopo quasi quarant’anni, un senatore e un folto plotone di deputati. Ma a meno di un mese dal voto per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo della Camera alta – e anche per l’elezione di 36 governatori su 50 - il seminarista presbiteriano James Talarico sembra potercela fare. E tra i tanti segnali che inquietano il Gop in vista di Midterm, è uno dei più potenti. Perché è come un compendio delle questioni che in queste settimane sembrano piombo sulle ali del partito del presidente. E - insieme - delle fratture aperte nella coalizione che nel 2024 riportò “The Donald” alla Casa Bianca.

Talarico in sé, per storia e personalità, si è rivelato un candidato molto più forte di quanto molti pensassero. È riuscito rapidamente a conquistare il sostegno della vastissima comunità afroamericana dopo aver eliminato il loro candidato di bandiera, e un’accorta navigazione sui nodi dell’immigrazione illegale gli ha consentito di recuperare i consensi dei latinos – una potenza in Texas quasi quanto in Florida – in rotta con Trump su quasi tutti i temi della sua agenda, e furiosi per la sortita vagamente razzista di un altro uomo di Trump, Bo French, contro gli studenti in festa per la vittoria dei Longhorns, la squadra di football della multietnica università del Texas.

Con il suo profilo moderato, e il look giovanile, il candidato democratico ha raccolto da imprese e singole personalità radicate in Texas donazioni elettorali in grado di competere con il fiume di denaro riversato nella campagna del suo rivale dai superPac direttamente legati al presidente. Il profilo di Paxton – il procuratore generale dello Stato uscente di cui Trump si innamorò per la durissima battaglia contro il risultato elettorale del 2020 – è macchiato da scandali di ogni tipo, e spicca per contrasto con il profilo di Talarico, fama di uomo integerrimo e così profondamente radicato nella comunità presbiteriana da intaccare persino il sostegno ai repubblicani della cosiddetta destra cristiana.

Poi, naturalmente, giocano un ruolo anche in Texas le questioni generali che Trump fatica a gestire. In primis, i temi dell’economia e della guerra, su cui la sua politica ha contraddetto le promesse del 2024, scostando da lui – dicono i sondaggi – almeno la metà dei giovani elettori maschi sedotti a suo tempo dal suo “America First”. L’inflazione - che torna a correre come quando con Biden alla Casa Bianca a sospingerla erano stati il Covid e la guerra ucraina - è il singolo aspetto della politica di questa amministrazione su cui la percentuale di insoddisfazione degli americani è più alta, ormai attorno al 70 per cento.

Anche in uno stato dove tutti i sondaggi segnalano come la fede nel presidente della base Maga paia incrollabile, non solo gli elettori indipendenti ma anche i repubblicani non-Maga - che hanno affollato i meeting esplicitamente anti trumpiani del texano George H. Bush - segnalano che è un fattore che potrebbe spostare il loro voto. Persino il barbecue sul retro di casa, nella terra dei cowboys e dei ranch sconfinati, dove il petto di vitello alla brace è una specie di articolo di fede, si sta trasformando in una spesa importante. E in uno Stato così grande, che pure ha l’estrazione e la raffinazione del petrolio al centro della sua industria, i prezzi di benzina e diesel mordono di più perché la gente guida molto di più della media degli americani, nelle zone rurali come all’interno delle sue sterminate aree metropolitane, da Dallas a Houston a San Antonio. Alla pompa, il prezzo medio è ancora più basso di 55 centesimi a gallone rispetto alla media nazionale, ma la benzina costa comunque un dollaro e 22 cents più di un anno fa, e il diesel addirittura 2 dollari e 69.

In questo clima, la sensazione di chi segue da vicino cosa si muove nello Studio Ovale è che almeno su qualche dossier Trump si sia convinto di dover cambiare passo. Sa di avere ancora carte da giocare, e l’uomo è per sua natura ottimista, e poco incline comunque a riconoscere che le cose non vanno esattamente come vorrebbe. Ma si è spinto ad adottare qualche cautela.

Ad esempio minaccia ancora a giorni alterni fuoco e fiamme contro l’Iran, e si intesta addirittura lo stretto di Hormuz per segnalare agli americani che è ormai – contro parecchie evidenze – sotto il suo pieno controllo. Una vera offensiva però – segnalano tutti gli analisti – sembra comunque rimandata a dopo il voto, per non innescare nuove tensioni con l’elettorato rimasto ostile alle “never ending wars” che una volta esecrava anche lui. Eppure, nei periodici chi-sale-chi-scende alla Casa Bianca è sempre il peso del segretario alla Guerra Pete Hegseth a venir segnalato. Anche perché il rumoroso attacco ai media culminato nel divieto di accesso alla dimora presidenziale per CNN, MS NOW e Politico per ragioni di sicurezza nazionale si è rivelato per molti versi un infortunio con molti ricaschi, e una vittima importante nel vicepresidente J.D.Vance.

Persino la fedele FOX News ha solidarizzato con i rivali in nome della libertà di stampa, e il giudice di merito - nel riammettere le tre testate - ha chiarito che in forza del Primo Emendamento nemmeno il capo dell’esecutivo può dare sanzioni a chi dice o scrive cose che non condivide. Ma ancor peggio è andata con l’accusa di diffondere falsità capaci di mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti. Mentre la questione veniva dibattuta in tribunale, dalla West Wing è partita una lettera a Politico in cui si citava, a sostegno dello strappo di Trump, un articolo del giugno scorso. Nella storia appariva una dichiarazione tra virgolette che indicava un’elevata probabilità di una veloce conclusione delle ostilità con l’Iran, “attribuita a una fonte autorevole della Casa Bianca a cui era stato garantito l’anonimato. La pubblicazione di informazioni sensibili sulle questioni della sicurezza e la diffusione di informazioni false, specialmente su questo terreno – proseguiva la lettera - costituiscono una minaccia che lede la capacità del presidente di salvaguardare la sicurezza del paese”. I media hanno rovistato negli archivi, e puntuale è arrivato il colpo di scena. La rivelazione, cioè, che la fonte non parlava contro la Casa Bianca ma nell’ambito di una conference call cosiddetta di background organizzata dalla Casa Bianca, ha riferito la Associated Press, che l’aveva resocontata: e in cui ai giornalisti era stato raccomandato appunto di attribuire la frase ad un “senior administration official.” Per non svelare, cioè, che il protagonista della call – ha poi scritto, non smentita, la media newsletter Status – era appunto “il vicepresidente degli Stati Uniti”.

Anche il nodo dell’intelligenza artificiale, dopo mesi di passi avanti e indietro dettati anche dalle divisioni nella sua squadra, è stato alla fine preso di petto dal presidente, che ha riunito nello Studio Ovale tutti i grossi calibri del settore per annunciare il varo di un organismo di governo fondato su quella che “con un ordine esecutivo si chiamerà da ora Superintelligenza e non AI”. Obiettivo, facilitare l’accesso dei cittadini alle scelte dell’amministrazione ed aiutare le aziende ad autoregolamentarsi. Un bel cambio di passo, per un presidente che fino a poche settimane fa sbeffeggiava come “mammole catastrofiste” i leader di OpenAI e Anthropic che lanciavano l’allarme sull’impossibilità di controllare i prodotti di ultima generazione: il rischio di provocare l’estinzione dell’umanità è “una bufala”, assicurava, parte di una “cospirazione” contro i data center e il predominio americano nell’AI: “Non servono rallentamenti o garanzie: l’unico controllo che serve è un presidente forte e intelligente. E quello c’è…”.

Resta da capire se la mediazione tra i suoi falchi e le sue colombe abbia rimesso il presidente in sintonia con una opinione pubblica che i sondaggi continuano a fotografare molto più preoccupata di lui. Non solo per gli effetti dello sviluppo dell’AI in termini di sicurezza globale, ma molto più prosaicamente per quel che già ora impatta sulla vita di tutti i giorni. Per i tagli che già ora mordono l’occupazione nei settori più suscettibili alla sostituzione del personale umano: e ancora di più per lo sviluppo dei data center indispensabili per alimentare la crescita dell’AI. Strutture sempre più grandi, sempre più numerose (ad oggi sono 3.100, più di 1.500 in costruzione o pianificate) rumorosissime e a volte con un notevole impatto ambientale. La decisione di Meta di mettere sul piatto oltre 12 miliardi di dollari per chiudere le cause aperte in tutto il paese per gli effetti dei social sugli adolescenti potrebbe aprire la strada a controversie altrettanto spinose per tutto il mondo dell’high tech. Oltre sette americani su dieci - ha certificato la CBS – non vogliono un data center nei pressi di casa loro. E terranno conto nello scegliere il proprio candidato del suo atteggiamento sulla questione.

Così, i Democratici hanno preso a cavalcare con sempre più decisione il crescente mood antitecnologico, anche a rischio - ha notato con arguzia Christopher Caldwell sul New York Times - di imbarazzanti marce indietro se domani – tornati, per fare un caso, alla Casa Bianca - dovranno loro venire a patti con le esigenze del settore comunque più dinamico dell’economia americana. Ma per ora, messi sotto pressione dai dem e dalle loro costituencies, negli ultimi mesi sono stati però molti candidati repubblicani a cercare cautamente di smarcarsi dall’entusiasmo tecnologico del presidente, che ha trovato in Palantir, Amazon, Nvidia e altri - e ancor di più nei signori delle criptovalute - i suoi più generosi sostenitori: “La sola ragione per cui alcune comunità qua e là negli Stati Uniti potrebbero non volere i data center – ha scritto su Truth social – è se davvero vogliono finire avvolte nel passato e soprattutto povere…”.

Il vento sembra tirare però in un’altra direzione, per ora. Ad esempio in Ohio, dove la deindustrializzazione – anche per l’abbondanza di spazio non coltivato e soprattutto di acqua - ha aperto da subito la strada agli investimenti nei data center, che oggi sono attivi in oltre 160 località dello stato. Cominciò nel 2011 l’allora governatore repubblicano, John Kasich, concedendo ad Amazon Data Services, Meta e Google un’ampia semplificazione burocratica e generose esenzioni fiscali. E via via arrivarono tutti, intasando i sobborghi di Cincinnati e Columbus con decine di impianti, e con altri ancora in arrivo. Ma tutto questo ha un suo prezzo: gli sgravi sono costati molto più del previsto, gli attesi posti di lavoro si sono rivelati molto meno del previsto, e la gente ha cominciato ad alzare la voce così tanto che nella sua corsa a governatore, in uno stato in cui l’ultima volta il Gop vinse con 25 punti percentuali di vantaggio, il milionario di origini indiane Vivek Ramaswamy - che un anno fa era avanti di nove punti sulla rivale democratica Amy Acton - si trova ora sotto di tre, e promette di mitigare il disagio di chi abita vicino a un data center con la promessa di liberarlo, a spese dello Stato, dal peso delle bollette energetiche. Il senatore uscente Jon Husted- anche lui fautore dell’apertura a big tech e destinato in apparenza a una rielezione in carrozza – da giugno in qua vien piazzato dai sondaggisti sempre all’inseguimento dell’ex senatore Sherrod Brown, che pure venne sonoramente battuto due anni fa da Bernie Moreno.

Il tema data center è caldo anche in Michigan, dove persino Mike Rogers - candidato repubblicano al Senato ma soprattutto grande investitore di suo nei data center - ha proposto in agosto una moratoria di un anno, fino al varo di provvedimenti che “offrano più efficaci guardrails” al loro sviluppo. Ma il cerchio si chiude col Texas, dove Trump vinse nel 2024 con 14 punti di vantaggio su Kamala Harris. Solo 10 mesi fa, in totale sintonia con il presidente, il popolare e due volte eletto governatore Greg Abbott celebrava un investimento da 40 miliardi di Google parlando del suo stato come dell’”epicentro dello sviluppo dell’AI. Ci dobbiamo assicurare – disse - che l’America resti alla testa della rivoluzione tecnologica, e che il Texas sia il posto in cui questo può succedere”. Ma poi pian piano anche lui ha corretto il tiro, fiutando l’aria che a sorpresa nei sondaggi ha gonfiato le vele della sua competitor Gina Hinojosa, pronta ad attaccarlo in tv proprio per aver accettato donazioni per più di 20 milioni di dollari dai manager dei data center. Finché, la scorsa settimana, il governatore ha deciso di bloccare da un giorno all’altro tutti i permessi per nuovi data center, in vista – ha spiegato - di una loro “rigorosa revisione” da parte delle authority competenti. Una mossa ad effetto, che potrebbe salvargli la carriera.

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