Il Mali tra coercizione energetica ed erosione della sovranità
L'articolo di Jacopo Marzano
A partire da settembre 2025, la crisi energetica che attraversa il Mali ha assunto caratteristiche che trascendono la categoria del fenomeno economico episodico, replicando forme di competizione asimmetrica internazionali all’interno dei modelli di conflittualità locale subsahariana.
Il blocco sistematico delle importazioni di carburante orchestrato[1] dal Groupe de Soutien à l'Islam et aux Musulmans (JNIM)[2], entità jihadista affiliata ad AQMI, concretizzatosi attraverso una strategia di interdizione logistica sistematica, ha evidenziato la capacità di attori armati non-statali di paralizzare uno Stato attraverso il controllo dei flussi logistici, piuttosto che mediante l'acquisizione territoriale, configurando un modello asimmetrico di strangolamento economico.
Lo sfruttamento delle vulnerabilità
L’attività di asfissia sistemica delle forniture energetiche da parte del JNIM si innesta su uno scenario già caratterizzato da oltre un decennio di instabilità politico-militare.
Il collasso istituzionale seguito al golpe del 2012 ha aperto spazi di manovra a insorgenze jihadiste radicate, la cui espansione è stata solo temporaneamente contenuta dalle operazioni militari francesi, tra cui Operazione Serval e Operazione Barkhane. Interventi che non hanno prodotto risultati strutturalmente efficaci, lasciando intatte le vulnerabilità profonde del sistema maliano, oggi guidato dalla giunta di Assimi Goïta a seguito dei colpi di Stato del 2020 e del 2021.
Alla frammentazione dell’effettiva sovranità dello Stato come elemento politico, si aggiungono ulteriori fattori di vulnerabilità geografici, industriali e logistici. Bamako non ha accesso al mare, è caratterizzato da una dipendenza dalle importazioni per oltre il 90% della domanda energetica via Costa d’Avorio e Senegal[3], senza capacità di raffinazione nazionale.
L’interdizione sistemica
Attraverso tattiche di guerriglia logistica, basate su attività di localizzazione e targeting dei delle infrastrutture mobili, il JNIM ha potuto concentrare gli attacchi sui convogli di autocisterne provenienti da Costa d'Avorio e Senegal, evitando deliberatamente lo scontro diretto, dove le FAMa (supportate dall’Africa Corps) dispongono di superiorità materiale, trasformando così l’asimmetria capacitiva in un vantaggio strategico e privilegiando azioni ostili come incendi, omicidi, intimidazione degli operatori[4] e tassazione parallela. Ne risulta un effetto di scarsità artificiale che ha prodotto, ad oggi, un aumento esponenziale del prezzo dei carburanti, una disarticolazione degli approvvigionamenti alimentari e una compromissione della produzione agricola locale.
Le leve di coercizione politica
L’impatto della strategia si estende anche oltre gli effetti energetici tout court, impattando sulla resilienza economica, sociale, sanitaria e politica di Bamako[5] e su una realtà demografica nella quale il 43% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.
La produzione elettrica, fortemente dipendente da centrali termiche alimentate a gasolio, è stata infatti drasticamente ridotta, mentre il sistema sanitario e quello educativo hanno subito interruzioni significative. La scarsità energetica ha potuto così amplificare le tensioni sociali e alimentare un diffuso sentimento di frustrazione nei confronti delle autorità, sottolineando il valore del carburante come elemento capace di incidere simultaneamente su più livelli della governance statale e della sua tenuta, rispetto alla quale il JNIM si presenta come entità alternativa.
Parallelamente alla dimensione materiale, il conflitto ha assunto una marcata connotazione cognitiva. Il JNIM ha dimostrato una sofisticata comprensione della guerra dell’informazione, costruendo una narrativa che enfatizza la propria capacità di garantire ordine, giustizia e protezione, in contrapposizione all’inefficienza e alla corruzione attribuite alla giunta di Bamako. La comunicazione governativa si è rivelata prevalentemente reattiva e aggravata dalla repressione dei media indipendenti e da una crescente discrepanza tra discorso ufficiale e realtà percepita, funzionale agli obiettivi strategici delle narrazioni del gruppo jihadista.
Le implicazioni locali
L’asimmetria tra Bamako e JNIM emerge con particolare evidenza sul piano operativo. Nonostante il supporto di partner esterni, tra cui Africa Corps, le forze armate maliane non sono riuscite porre in essere efficaci strategie di contenimento e contrasto a modelli operativi che prediligono mobilità, intelligence locale e selezione mirata degli obiettivi per l’asfissia artificiale del sistema logistico statale.
Il teatro maliano assume inoltre una dimensione regionale, configurandosi come un possibile modello replicabile in contesti caratterizzati da analoghe fragilità strutturali su scala regionale e internazionale. Paesi come Burkina Faso e Niger, anch’essi alle prese con insorgenze jihadiste e instabilità politica, presentano vulnerabilità comparabili in termini di dipendenza energetica e capacità logistica. Mentre Stati relativamente più stabili, come Costa d'Avorio e Senegal, si trovano comunque esposti agli effetti indiretti della crisi, in particolare attraverso l’insicurezza delle rotte commerciali verso il Sahel.
Il caso maliano suggerisce inoltre come, anche nel quadrante subsahariano, la capacità di controllare e interrompere i flussi (energetici, logistici, economici), in particolare da parte di attori non statali in contesti di fragilità istituzionale, stia assumendo un valore strategico sempre maggiore rispetto al tradizionale conflitto cinetico per il controllo del territorio. Quest’ultimo costituisce l’elemento fondante delle dottrine di counter-insurgency classiche, che risultano dunque inefficaci di fronte a strategie asimmetriche, che prediligono la weaponizzazione delle vulnerabilità statali[6] e delle catene logistiche legate all’approvvigionamento energetico.
Le implicazioni transnazionali
Il caso maliano rappresenta un modello di conflitto nel quale le vulnerabilità sistemiche (istituzionale, energetica e informativa) vengono appositamente convertite in strumento di potere da attori non statali.
L’erosione della sovranità, accentuata dalla fragilità della giunta guidata da Assimi Goïta, genera un ambiente competitivo in cui emergono forme di governance alternative e sovrapposte[7]. JNIM sfrutta il vuoto statuale per consolidare il controllo territoriale e rafforzare la propria legittimità sociale, mentre la radicata presenza di Africa Corps introduce un’ulteriore dimensione (esterna) di competizione geopolitica.
Parallelamente, la dipendenza energetica del Mali configura una vulnerabilità strutturale convertita in leva coercitiva. L’interdizione delle rotte di approvvigionamento provenienti da Costa d'Avorio e Senegal consente al JNIM di causare una paralisi funzionale dello Stato, dimostrando come il controllo selettivo dei flussi possa costituire una modalità alternativa al controllo territoriale quale centro di gravità del conflitto. A questo si aggiunge la dimensione informativa, in cui la capacità dell’attore insorgente di costruire una narrativa efficace accelera la delegittimazione statale e favorisce, al contempo, dinamiche di radicalizzazione.
Tale configurazione si proietta lungo direttrici regionali e transregionali. La produzione di instabilità nel Sahel alimenta infatti flussi di sfollati e migranti che attraversano il Nord Africa, in particolare Libia e Tunisia, per dirigersi verso il Mediterraneo centrale. In questo quadro, l’Italia si configura come frontiera avanzata di un sistema di sicurezza interdipendente, in cui la gestione delle vulnerabilità e dell’instabilità strategica nei teatri periferici diventa componente essenziale per valutazioni di sicurezza nazionale.
[1] https://www.jeuneafrique.com/1719948/politique/blocus-jihadiste-dans-louest-du-mali/
[2] https://www.crisisgroup.org/rpt/africa/sahel-west-africa/321-le-jnim-et-le-dilemme-de-lexpansion-au-dela-du-sahel.
[3] Prima del blocco per mano del JNIM, 100-120 autocisterne giornaliere garantivano la funzionalità infrastrutturale.
[4] https://www.jeuneafrique.com/1772898/politique/blocus-jihadiste-au-mali-bamako-confrontee-a-une-penurie-de-gazole/
[5] https://www.jeuneafrique.com/1736120/politique/au-mali-leffet-domino-du-blocus-du-jnim/
[6] In particolare, per quanto riguarda gli elementi appartenenti allo spettro DIMEFIL (Diplomacy, Information, Military, Economic, Financial, Intelligence, Law Enforcement).
[7] https://www.sipri.org/sites/default/files/2019-11/1910_sipri_report_the_impact_of_armed_groups_on_the_populations_of_central_and_northern_mali_en_0.pdf