Libano: un fragile cessate-il-fuoco ed il ruolo di UNIFIL e del contingente ita-liano nel Paese
L'articolo di Gaja Pellegrini-Bettoli
Il Memorandum d’intesa di 14 punti, firmato digitalmente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Masoud Pezeshkian, il 17 giugno, che ha stabilito un accordo quadro per una de-escalation che portasse a negoziati di pace, si è subito confrontato con la complessità della situazione. Il 19 giugno, al momento della cerimonia della firma ufficiale che doveva aver luogo al Bürgenstock, in Svizzera, i negoziati sono stati rimandati. Una delle ragioni principali è legata al Libano dove l’esacerbarsi gli scontri tra le forze dei miliziani di Hezbollah e l’esercito israeliano e raid aerei, hanno messo a rischio il proseguimento dei negoziati. Difatti, uno dei punti sui quali ha insistito l’Iran è l’inclusione del Libano, suo alleato tramite il proxy Hezbollah, nel cessate il fuoco ed il ritiro delle forze israeliane dal Paese. Il Presidente Trump, intervenuto al G7 in Francia, ha espresso una rara critica pubblica sulle tattiche di Israele contro Hezbollah, dichiarando che ci sono state troppe vittime e che non è necessario bombardare palazzi interi per eliminare i miliziani del Partito di Dio, aggiungendo che tali attacchi hanno rischiato di far deragliare i negoziati di pace con l’Iran. Dopo giorni di incertezza, i negoziati sono ripresi il 21 giugno.
Per comprendere meglio le ragioni delle complessità in Libano è necessario identificare le criticità strutturali del Paese che non sempre emergono in maniera chiara dai fatti di cronaca quotidiani, essendo il risultato del sedimentarsi di numerosi fattori nel corso degli anni. Come spiega il Professor Fawaz Gerges, di LSE, uno dei massimi esperti in materia a livello internazionale, “il Libano si trova di fronte ad uno dei momenti più difficili e pericolosi della storia contemporanea del Paese”. Inoltre, il principio reso noto dal leader maronita Pierre Gemayel durante la Guerra Civile (1975-1990) per cui “la forza del Libano si trova nella sua fragilità” secondo numerosi analisti non è più valido nello scenario attuale. Questo principio si basava sull’idea che la debolezza militare del Paese privo di ambizioni egemoniche nella regione, obbligasse i libanesi a cercare il compromesso, preservare il pluralismo e la convivenza di 18 confessioni religiose e di mantenere una politica estera neutrale e prudente, evitando conflitti regionali.
Il ruolo di UNIFIL e del contingente italiano
In questo contesto si inserisce la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano è stata istituita nel 1978 (Risoluzione 425 e 426) in risposta alla prima invasione israeliana del Libano per contribuire al ripristino della pace e della sicurezza internazionale, per confermare il ritiro delle forze israeliane, e fornire assistenza al governo del Libano per ristabilire la propria autorità e controllo dell’area. Dopo il ritiro definitivo israeliano nel 2000, dopo 22 anni, venne tracciata la Linea Blu nel Libano meridionale, una linea di demarcazione temporanea (non un confine internazionale definitivo),120 km monitorati da UNIFIL. Ed il mandato di UNIFIL venne rafforzato dopo il conflitto dell’estate 2006, con la Risoluzione 1701 che portò il numero dei peacekeepers da circa 2,000 a 10,000 e ne ampliò il mandato che rimane tuttavia una missione di capitolo VI secondo la Carta delle Nazioni Unite, ossia con un uso limitato della forza, solo in funzione difensiva e di autodifesa. Attualmente il Force Commander e Capo Missione di UNIFIL è il Generale Diodato Abagnara. In un colloquio con il Generale Abagnara, ha espresso preoccupazione per il Libano quando avverrà la missione di UNIFIL, il 31 dicembre 2026 prevista dalla Risoluzione 2790 (con un ritiro totale nel corso del 2027). Di fatto sono l’unica presenza nel Sud del Libano, e sono gli unici in termini di monitoraggio e come presenza sul terreno. Il ruolo dell’Italia in Libano oltre che con il contingente italiano di UNIFIL opera nel Paese anche con MIBIL e MTC4L, iniziative distinte e coordinate. Sono numerose tra l’altro le operazioni umanitarie per la popolazione libanese portate avanti in maniera particolare dal contingente italiano di UNIFIL. Per il 2 giugno, per onorare la Festa della Repubblica italiana solitamente viene tenuto un ricevimento dall’Ambasciata italiana a Beirut. Quest’anno, in segno di rispetto verso le difficoltà del Libano, si è scelto invece di non tenere alcuna celebrazione. A sostituirla vi è stata una sobria cerimonia di consegna da parte del contingente italiano di UNIFIL Headquarters di un’ambulanza attrezzata per interventi d’emergenza e materiale sanitario all’ospedale delle Forze Armate Libanesi (LAF), a conferma del sostegno dell’Italia alle istituzioni libanesi ed alla sua popolazione.
La richiesta dell’intervento della Siria dagli Stati Uniti e la dottrina di massima sicurezza israeliana
In seguito al rifiuto d’Israele di ritirarsi dal Libano fin quando non verrà disarmato Hezbollah, allargandosi oltre la Linea Blu secondo la sua nuova dottrina di massima sicurezza, ha creato una nuova “buffer zone” nota come la “Yellow Line”. In questo scenario il Presidente Trump ha chiesto al Presidente della Siria, Ahmad Al-Sharaa di intervenire contro Hezbollah in Libano. Tuttavia Al- Sharaa ha negato che tali richieste abbiano alcun fondamento. La posizione della Siria difatti è quella di un Paese che si deve ancora ricostruire, non ha i mezzi e le risorse per intervenire e, soprattutto, il suo più stretto alleato nell’area, la Turchia, le cui relazioni con Israele sono ad un minimo storico, sarebbe del tutto contrario. Questa richiesta sarebbe quindi, secondo analisti del calibro del Professor Gerges “del tutto irrealistica ed illusoria”. Inoltre, l’interferenza della Siria in Libano, che intervenne nel 1976 durante la Guerra Civile ma rimase nel Paese fino al 2005, risveglierebbe forti paure in Libano di una nuova occupazione e sarebbe estremamente impopolare.