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La speranza del muro verde

Il progetto della Grande Muraglia Verde in Africa contro la desertificazione del Sahel. Il racconto di Pietro Del Re

Quando l’incontrai cinque anni fa in un malconcio villaggio nel nord dell’Etiopia, Adem mi disse che aveva finalmente ricominciato a piantare carote e cipolle. Aggiunse che voleva farlo da molto tempo perché era dal 1973, ossia dai tempi della grande siccità, che nel suo orto riusciva a coltivare soltanto il sorgo. A spingere Adem alle nuove semine, e a impedirgli di fuggire verso la città o verso l’eldorado europeo come avevano fatto molti uomini della sua comunità, erano state le nuove, stupefacenti opportunità generate dalla Grande Muraglia Verde: il faraonico progetto dell’Unione Africana che prevede la creazione attraverso 11 paesi di una fascia boschiva lunga 7600 chilometri e larga 15, dalle coste atlantiche a quelle dell’Oceano indiano. Un’iniziativa il cui obiettivo è fermare la desertificazione nel Sahel con il ripristino di 100 milioni di ettari di vegetazione, il che consentirebbe di sequestrare 250 milioni di tonnellate di CO2 e di creare 10 milioni di posti di lavoro tra il Senegal e Gibuti.

Ho recentemente riparlato con Adem per telefono e l’agricoltore m’ha detto di essere molto soddisfatto dei raccolti delle ultime stagioni, nei quali adesso si sono aggiunti anche manghi, angurie, mandarini e pompelmi. Mi ha poi raccontato che le oasi di alberelli appena piantati dove mi aveva portato quando ci conoscemmo erano diventate un bosco di cinquecento ettari e che le piante erano cresciute così tanto da non aver più bisogno di recintarle con del fil di ferro per proteggerle dagli animali. Come avevano previsto i progettisti della Grande Muraglia Verde, il bosco vicino al villaggio di Adem non è servito soltanto a fermare il vento per ridurre l’erosione del suolo ma anche a conservare l’umidità e a riempire i pozzi necessari all’agricoltura. Quel bosco è anche diventato l’esempio virtuoso che certifica la riuscita del progetto poiché sia pure localmente s’è rivelato la soluzione migliore per arrestare la desertificazione di un’area sub-sahariana, rigenerandone il suolo e impedendo che la carestia funesti la sua popolazione spingendola a migrare.

Ma quanto accade in Etiopia non si verifica nella maggior parte degli altri Paesi firmatari nel 2007 dell’ambiziosa iniziativa, che sono Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Niger, Ciad, Sudan, Eritrea, e Gibuti. Dei 100 milioni di ettari che dovrebbero essere rimboscati entro il 2030 ne sono stati completati tra 15 e 17 milioni. Quanto ai posti di lavoro, dei 10 milioni promessi ne sono stati creati appena 350mila. Risultati così modesti sono soprattutto dovuti a gravi carenze strutturali, ma anche ai finanziamenti che negli anni sono stati erogati a singhiozzo, sempre insufficienti e comunque molto al di sotto di quanto era stato inizialmente pianificato. Secondo l’UNCCD, la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, per ultimare la Grande Muraglia Verde nei tempi previsti servirebbero investimenti per 8 miliardi di dollari l’anno. Una cifra che nessuno degli attori coinvolti – Unione Europea, Onu, Banca Mondiale, FAO, e Unione Africana - è in grado di sborsare. Un’altra ragione che intralcia il compimento del progetto è il cambio climatico, che a quelle latitudini ha conseguenze devastanti, prima tra tutte la siccità dovuta alle scarse precipitazioni. Ciò è dovuto al fatto che nessuno, quando all’inizio del secolo fu progettata l’iniziativa, poteva prevedere che il surriscaldamento avesse ripercussioni così catastrofiche in quella regione di Africa. Ci sono infine enormi difficoltà logistiche, soprattutto nelle zone scarsamente antropizzate, dov’è impossibile sorvegliare la crescita di piante che necessitano invece di una manutenzione continua, anche per non diventare foraggio per le capre dei pastori nomali o per gli animali selvatici, quali lepri o gazzelle del deserto.

Da anni, della porzione di “muro verde” vicina al suo villaggio, Adem se ne occupa lui stesso, gratuitamente, ritagliandosi il tempo necessario per assicurarsi che tutto vada per il verso giusto. È lui che protegge le piante più giovani, che le concima e che le annaffia quando serve, accudendole con la stessa attenzione che dedica al suo piccolo orto polivalente, perché le considera il miglior investimento per le generazioni future. Ovviamente tutto si complica nelle regioni disabitate, o peggio ancora in quelle insanguinate da un conflitto, dove nessuno può seguire la crescita degli alberelli appena messi a dimora. Per questo motivo, dall’idea iniziale di una striscia continua di alberi si è passati a una progettazione geograficamente più modulata, con interventi a mosaico in base ai bisogni di ogni comunità. L’obiettivo finale è sempre lo stesso, e cioè il ripristino dei suoli per una gestione più sostenibile del territorio, sebbene per raggiungerlo adesso si intervenga calibrando la piantumazione essenzialmente nelle aeree più abitate.

Al ritmo di due milioni di alberi piantati l’anno, il leader incontestato del progetto è l’Etiopia, dove 15 milioni di ettari sono già stati riconsegnati all’agricoltura. Nelle regioni della Grande Muraglia Verde del paese il 57% delle terre previste sono tornate fertili come lo erano una volta, prima che si cominciasse ad abbattere alberi e a prosciugare i pozzi come è accaduto in tutto il Sahel, noncuranti del clima che si faceva sempre più secco. È in Etiopia che oggi si riscontrano i maggiori miglioramenti nella ricchezza dei suoli e nella disponibilità d’acqua, ed è qui che i redditi agricoli sono i più alti. Notevoli progressi si registrano anche il Niger e in Eritrea, rispettivamente con il 20 e il 15 % degli obiettivi raggiunti. Ciò accade anche grazie alla perizia dei tecnici e dei botanici locali che sono riusciti a selezionare le specie che meglio si adattano a quei climi estremi, che sono l’acacia senegalese e la palma da dattero. Altrove, tuttavia, la cadenza del rimboschimento è molto più lenta, con il rimboschimento di appena il 3% delle superfici concordate.

Il Sahel è caratterizzato da una delle crescite demografiche più rapide al mondo, e si prevede che entro il 2050 la sua popolazione sia destinata a raddoppiare rispetto ai livelli attuali, passando dai 240 ai 500 milioni di persone. Basti pensare a paesi quali il Niger, dove si registrano tassi di fertilità da primato, con una media di 6 o 7 figli per donna. Questa crescita demografica si scontra però con una forte insicurezza alimentare e con una preoccupante instabilità politica, due fattori che provocano disastrosi fenomeni migratori. Come se non bastasse, oltre al degrado della terra e all’impoverimento del territorio, per chi decide di restare ci sono le minacce dei feroci gruppi islamisti che ormai dilagano in diversi paesi della regione, sempre più numerosi e sempre meglio armati, dalle milizie di Boko Haram intorno al lago Ciad e a quelle legate ad Al Qaeda o allo Stato islamico in Mali, Niger e Burkina Faso. Per non parlare della terribile guerra civile che sta decimando la popolazione sudanese. Ora, quando non ci sono né soldi né lavoro, nulla di più facile per le milizie terroristiche o per gli eserciti di qualsiasi tipo esso siano che arruolare nuovi soldati nelle loro fila.

Nel Sahel, due persone su tre abitano ancora in zone rurali. Come Adem, sono per lo più contadini che sopravvivono a stento dei prodotti della loro terra. Non hanno nessuna responsabilità delle emissioni dei gas a effetto serra sebbene, per ironia di un insensibile destino, siano loro i primi a subirne le più spaventose conseguenze. Certo, le palme e le acacie della Grande Muraglia Verde stanno crescendo troppo lentamente. Ma oggi più che più mai è necessario un miglior coordinamento tra le grandi istanze internazionali perché quei boschi costituiscono per una parte della popolazione del Sahel l’unica speranza per non essere costretta ad abbandonare i villaggi, attraversare il deserto e avventurarsi per mare a bordo di un gommone mezzo sgonfio.

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