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Il vertice di Tivat e il tentativo di rilancio della UE nei Balcani

Gli esponenti degli Stati europei e della UE si sono riuniti per la prima volta con le loro controparti dei Balcani occidentali in Montenegro: priorità nell’agenda del vertice la proiezione UE in una regione chiave per la sicurezza europea. Tra nuovi entusiasmi, sfide e fantasmi di un passato recente

Il primo vertice tenutosi in Montenegro tra Unione Europea e i Paesi dei Balcani Occidentali, ha riunito importanti figure del panorama politico europeo - salvo la premier italiana Meloni trattenutasi in Italia per impegni istituzionali - tra i quali il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nonché i capi di Stato dei Paesi candidati dell’area balcanica. Tra i punti principali all'ordine del giorno vi era in primis la volontà da parte europea di far riprendere il processo di allargamento UE ai Balcani, e di farlo con tempistiche più rapide rispetto al ritmo degli ultimi lustri. Altro tema rilevante nell’agenda del summit è stato quello dell’ingresso del Paese ospitante nella UE, un processo che, come vedremo, dopo decenni, sta forse giungendo alle fasi finali: secondo von der Leyen, sarebbe ormai a portata di mano. Anche il cancelliere tedesco Merz ha espresso la volontà circa un cambio di passo nel processo di allargamento della UE nei Balcani. È stato proprio il tema generale della ripresa del processo di espansione della EU nell’area balcanica la tematica prioritaria che andremo ad analizzare di seguito.

I proclami franco-tedeschi per l’allargamento: tra entusiasmi, realismo e fantasmi di un recente passato

Dopo il vertice, il cancelliere tedesco Merz ha manifestato uno speranzoso ottimismo riguardo a una ennesima iniziativa franco-tedesca che saprà portare un nuovo momentum al travagliato processo di allargamento UE, con la creazione di meccanismi eventualmente più veloci e pragmatici. Risulta tuttavia evidente come tali dichiarazioni entusiastiche, dovranno fare i conti non solo con il contesto della geopolitica regionale, a partire dalle possibili evoluzioni - o involuzioni - della annosa guerra in Ucraina, ma anche dai futuri mutamenti interni della politica europea: si pensi in primis alla Francia ove si voterà per le elezioni presidenziali nella prima metà del 2027. Quella stessa Francia di Macron la quale nel 2018 bloccò - in una visione strategica a tratti cangiante e non sempre lineare -, nonostante l’ira dei Paesi candidati e dello stesso presidente della commissione europea del tempo Jean-Claude Junker, il processo di allargamento ai Balcani, con riferimento specifico ad Albania e Macedonia del Nord[1]. Quella scelta assestò un duro colpo alla fiducia dei Paesi dell’area in questione verso i meccanismi di adesione e integrazione delle istituzioni comunitarie, inficiando altresì un potenziale circolo virtuoso pro UE che il processo di allargamento del tempo avrebbe potuto ingenerare in tutta l’area balcanica e danubiana (si pensi solo alla questione non risolta del Kosovo e più in generale ai rapporti con Belgrado). Apprezzabile dunque, lo sforzo concettuale messo in campo oggi dai leader europei, sebbene tali miopie geopolitiche del tempo pesano ancora in termini consequenziali sulla gran strategy europea di espansione in Europa centro-orientale.

La questione del Montenegro: il prossimo Stato membro dell'UE?

Tra i sei candidati dei Balcani occidentali, la piccola nazione montagnosa dei Balcani, con 623.000 abitanti, è a oggi visto come la favorita, dopo un iter di 22 anni per l’agognata entrata nell’Unione Europea. Si rammentino, in sintesi, tre tappe cruciali che hanno segnato questo decennale percorso compiuto dalle istituzioni di Podgorica: l’adozione nel 2002 come valuta nazionale, la dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia nel 2006 e, infine, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica 2017.

Con un forte sostegno per il processo di adesione nella UE nell’opinione pubblica che si aggira attorno all'80%, il Montenegro si definisce oggi epicentro dell'euro-ottimismo, e punta a diventare il 28° Stato membro dell’Unione Europea entro l’anno 2028. Il presidente Jakov Milatović si è spinto a definire il summit di Tivat come l’evento internazionale più significativo e importante nella storia del Montenegro. Una tempistica, quella del 2028, che parrebbe oggi non irrealistica, se si considerano anche le dichiarazioni della commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, la quale, alla luce dei dati e dei progressi ottenuti sul fronte delle riforme economiche e democratiche da parte del piccolo Stato balcanico, ipotizza una conclusione dei negoziati tecnici entro la fine dell’anno.

Riflessioni conclusive e la questione del processo di adesione dell’Albania (e del Kosovo)

Nel rollercoaster dei processi di integrazione dei vari Stati dei Balcani occidentali degli ultimi decenni, tra slanci, battute d’arresto, farraginosità e riprese, tra gli altri c’è senz’altro l'Albania - sulla quale torneremo prossimamente in modo più approfondito -, anch’essa considerata candidato promettente, il cui iter di adesione dovrebbe concludersi nel 2030. Sul suo percorso rimane tuttavia la criticità politico-diplomatica tutt’oggi irrisolta del Kosovo: il processo di adesione rimane difatti uno dei casi più complessi, con cinque Stati membri dell'UE[2] che si rifiutano tuttora di riconoscerne l'indipendenza. Se il vertice di Tivat ha rappresentato una iniziativa senz’altro lodevole - nell’imprescindibile attenzione e cura che l’Europa dovrebbe (deve) immettere nell’area balcanica - e l’inizio di un cammino giusto, se non obbligato, le questioni sin qui osservate indicano tuttavia che il cammino sarà ancora lungo e non certo scevro da tensioni, instabilità geopolitiche ed elementi ostativi di natura politica e diplomatica.


[1] L. Tregoures, By blocking enlargement decision, Macron undercuts France’s Balkan goals, https://www.atlanticcouncil.or...

[2] Gli Stati UE in questione sono: Cipro, Romania, Slovacchia, Grecia e Spagna.

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