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La strategia italiana ed europea per un nuovo protagonismo del Mediterraneo nel mondo

Intervento del Presidente della Fondazione Med-Or Marco Minniti al Forum “Verso Sud: la strategia europea per una nuova stagione geopolitica, economica e socio-culturale del Mediterraneo”, realizzato da The European House – Ambrosetti e dal Ministero per il Sud e la Coesione territoriale. Il Presidente Minniti è intervenuto nella giornata di venerdì 13 maggio all’interno del panel “Lo scenario del Mediterraneo: opportunità di oggi e traiettorie per il futuro”.

Titolo impegnativo. Vasto programma. Penso che noi abbiamo a che fare con un mondo profondamente disordinato, e qualcuno potrebbe aggiungere, drammaticamente disordinato.
Tuttavia, in questo mondo drammaticamente disordinato, dobbiamo cercare di pensare come poterlo ordinare. E se noi vogliamo ordinare il mondo – poi vedrete che con logica circolare ritornerò alla fine su questo tema – non possiamo prescindere dal Mediterraneo allargato.
Ringrazio moltissimo la Ministra Carfagna per aver organizzato questo convegno. Vi ringrazio moltissimo per l’approccio che avete dato.

Il Mediterraneo allargato è un grande protagonista oggi della storia del mondo: non è soltanto un mare chiuso. Ma è uno snodo cruciale della storia del mondo. Qui si giocano tre grandi sfide cruciali per il futuro e la sicurezza del pianeta.
Se qualcuno avesse dei dubbi, basta pensare che appena la storia incontra un tornante drammatico, come per esempio quello che stiamo vivendo adesso, la guerra in Ucraina, quelle tre sfide di cui parlavo prima diventano crisi globali.
Si può tenere separata l’Ucraina dal Mediterraneo? È possibile pensare a una soluzione della guerra in Ucraina senza guardare al Mediterraneo? No. Sarebbe una drammatica illusione. La guerra in Ucraina ha squadernato tre grandi crisi globali, come succede solitamente quando c’è un tornante storico particolarmente complesso.

La prima è la crisi alimentare. Basta soltanto pensare a quello che può succedere nei paesi dell’Africa settentrionale che dipendono, in alcuni casi, per più del 90% dal grano che viene dall’Ucraina o dalla Russia.
Se quelle navi non partono dai porti ucraini noi potremmo trovarci nelle prossime settimane, non nei prossimi anni, di fronte a vere e proprie carestie che possono provocare gravi tensioni sociali.
Nei giorni scorsi c’è stata un’ondata di incendi dolosi in Tunisia.
Il Presidente Saïed ha molto sottolineato il fatto che forse quegli incendi dolosi sono il segno di un aumento della tensione sociale. Ricordiamoci quello che è successo nel 2011, vorrei che nessuno lo dimenticasse.
Per questo, per esempio, è cruciale aprire corridoi alimentari oggi. Non fra sei mesi perché troppo tardi. E su questo sfidare tutti i protagonisti della vicenda, senza fare sconti a nessuno.

Secondo, la crisi alimentare, come ho già detto, evoca il rischio di una crisi umanitaria.
Immaginate? Al momento in cui stiamo parlando abbiamo sei milioni di profughi che dall’Ucraina si sono spostati in Europa.
Se dovessero partire tensioni sociali, una crisi alimentare nel Nord Africa, noi ci troveremmo con l’Europa stretta in una drammatica tenaglia umanitaria.
Siamo certi che l’Europa reggerà così come ha retto a questa prima fase della sfida? Sono molto contento che l’abbia fatto, sono molto contento che abbia prevalso la solidarietà, ma pensiamoci un attimo.

La terza sfida globale è la crisi energetica. Non soltanto perché c’è il tema del gas e del petrolio, cosa già ampiamente discussa, ne ha parlato giustamente il Presidente Draghi, ma perché c’è un’altra questione, che si chiama metalli delle terre rare.
Ognuno di noi ha in tasca un telefonino, senza quei metalli quel telefonino non funzionerebbe.
C’è un punto di connessione strettissima tra i livelli più avanzati della tecnologia e le aree che appaiono più arretrate del mondo. In questo momento c’è un paese che è di gran lunga il maggiore possessore di metalli delle terre rare: si chiama Cina.
Gli Stati Uniti, per esempio, che sono una grande potenza economica nel mondo sono secondi. Di gran lunga secondi.
È chiaro di cosa stiamo parlando? È chiaro cos’è il Mediterraneo allargato? È chiaro cosa significa per la strategia del pianeta?

Infine, un’ultima considerazione.
Se queste tre crisi si sommano insieme, noi avremo di fronte una nuova sfida alla sicurezza globale del pianeta. Una guerra nel cuore dell’Europa indebolisce la sicurezza complessiva. C’è il rischio della ripresa di un nuovo terrorismo.
Se qualcuno avesse dubbi, basta scorrere le notizie che provengono dall’Africa. Si comprenderebbe così come l’Africa è oggi il suo principale campo di azione al mondo. Perché sono in Africa le strutture autoctone di Al-Qaeda e di Islamic State, mai fino in fondo sconfitte.

Se questo è lo scenario, noi non possiamo consentirci che in questa sfida, che riguarda gli equilibri del pianeta, il Mediterraneo allargato sia composto principalmente da paesi “indifferenti” a quello che succede in Ucraina. Noi siamo molto impegnati in Europa e, tuttavia, l’altra parte del Mediterraneo è, per così dire, distinta e distante da quello che sta avvenendo.
Vi trasmetto un segnale di preoccupazione. Dobbiamo sviluppare “un’offensiva” di coinvolgimento diplomatico, per convincere questi paesi. Non si può spingere la Russia ad un cessate il fuoco e a un negoziato se non c’è una pressione internazionale che parta dall’Africa centrosettentrionale, passi per la Turchia e arrivi ai Paesi Arabi. Si tratta di passare dall’indifferenza al protagonismo.
Se questo è il senso della sfida, il Mediterraneo allargato non può essere soltanto un mercato. Il Mediterraneo allargato nei nuovi equilibri del pianeta deve essere una soggettività geopolitica, anzi una soggettività politica. O vinciamo questa sfida o noi non costruiremo “un esito permanente” di pace dopo la rottura dell’Ucraina.

La guerra in Ucraina ha già cambiato il corso del mondo. Per una pace duratura c’è bisogno di un triplo movimento.
Il primo è il cessate il fuoco, naturalmente. La cosa immediatamente più importante.
Il secondo è un negoziato di pace, che soddisfi l’idea di un popolo che ha eroicamente resistito come il popolo ucraino. Ma poi c’è una terza grande questione: non si risolve la vicenda ucraina se non si costruisce un nuovo ordine mondiale.
C’è bisogno della riapertura di un dialogo tra Stati Uniti, Europa, Cina, India – che è una grande potenza demografica – ma io aggiungo che tra queste grandi potenze ci deve essere il Mediterraneo.
Il Mediterraneo come una grande soggettività politica.
Ed è per questo che l’Europa deve investire pienamente nel Mediterraneo, non soltanto pensando ai flussi migratori. Una crisi traumatica mondiale come quella che stiamo vivendo porta, come sempre accade in questi casi, drammatici rischi e grandissime opportunità.

Tuttavia, questa partita, noi la vinciamo se sappiamo parlare ai popoli e alle classi dirigenti di questi paesi. Ma soprattutto ai popoli. Se sappiamo offrire loro non soltanto la convenienza economica, perché altri possono offrire convenienze economiche migliori delle nostre, ma se sappiamo offrire loro un’idea. Una visione.

Abbiamo bisogno di un’autonoma visione del Mediterraneo allargato.
Di una nuova cooperazione strategica “tra diversi”.

I cuori non si conquistano se si parla solo di transazioni economiche. I cuori si conquistano se si parla di un ruolo politico nel senso più alto del termine.
Basta pensare soltanto, per esempio, alla Turchia e ai Paesi Arabi. Se non si parla di ruolo politico con questi paesi non si va da nessuna parte. Basta pensare ai grandi paesi dell’Africa settentrionale.

Nei grandi tornanti della storia si ripresentano le grandi sfide di civiltà.

Si può dire, senza esagerare, che ritorna il tema di una grande civiltà del Mediterraneo.

Su questo Fernand Braudel aveva parlato e scritto largamente. Non è più quel Mediterraneo. Dovremo sempre di più abituarci ad un altro mondo in cui ci sono due grandi linee di faglia: una è il Pacifico, che collega l’America del Nord all’Asia. L’altra è il Mediterraneo che connette l’Europa all’Africa. Noi viviamo dentro il Mediterraneo con la consapevolezza che se non si “governa” questa parte del mondo non si governa il mondo.

Questo è il senso della sfida, questo è il nostro cimento.

Una sfida, ne sono convinto, in cui l’Italia può trovare il suo ruolo storico e politico. Non soltanto diamo una prospettiva al Sud, ma facciamo un bene alla civiltà contemporanea, mai come adesso così messa in discussione.

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