La vigilia dei MidTerm
Il punto di Stefano Marroni
A pochi giorni dal voto di Midterm, gli americani seguono con una partecipazione per certi versi inedita le battute finali di un a campagna che continua a riservare sorprese e qualche colpo basso. Lasciando emergere anche qualche preoccupazione – se i sondaggi hanno ragione nel prevedere che qualcosa di simile a una “onda blu” possa rovesciare le maggioranze repubblicane sia alla Camera che al Senato – per la possibilità di mosse al limite o oltre la legalità per rovesciare un risultato che trasformerebbe in un calvario gli ultimi due anni di Donald J. Trump come 47° presidente degli Stati Uniti.
Nelle scorse settimane aveva fatto rumore l’ammissione di uno fedelissimo di Trump, l’avvocato Peter Ticktin, di aver suggerito al Comandante in capo la proclamazione della legge marziale se dalle urne “truccate” dovesse effettivamente emergere una bocciatura del suo mandato. Poi, voci diverse dal seno dell’amministrazione hanno segnalato nel massimo riserbo e con preoccupazione alle autorità di singoli Stati che non può essere esclusa la possibilità di qualche colpo di mano in prossimità del voto, e a domanda diretta i responsabili della Homeland Security hanno detto di non poter escludere il dispiegamento di uomini armati ai seggi. Infine, ormai a ridosso delle elezioni, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a un giudice federale di mettere preventivamente in mora il voto per un seggio senatoriale in Alaska se il candidato Gop dovese venire battuto: una mossa che sembra poter preludere a una maxi offensiva legale per il disconoscimento di risultati sgraditi, sul modello di quella che nel 2020 seguì la vittoria di Joe Biden e portò all’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Anche per effetto del dispiegamento di quasi mille “osservatori” del DOJ nei seggi di tutti e cinquanta gli Stati.
Trump si è affrettato a dire di esser stato lui in persona a chiedere al segretario alla Giustizia Todd Blanche di avviare il ricorso in Alaska, dove la particolare legge elettorale dello Stato vede in pista tre candidati e non due, e fa ipotizzare alla Casa Bianca che la quasi perfetta omonimia del senatore uscente Dan Sullivan con un indipendente semisconosciuto possa favorire la sfidante democratica, Mary Peltola, sorprendentemente impegnata in un testa a testa con l’esponente repubblicano. Così come è partito da in suggerimento dello Studio Ovale il tentativo – bloccato da una corte federale - di invalidare circa 20 mila schede elettorali in California.
Sfide molto competitive, in cui la vittoria potrebbe dipendere da poche miglia di voti, sono attese in molte parti degli Stati Uniti. Ma fa sensazione che il Gop potrebbe perdere la maggioranza al Senato facendosi sfuggire dalle mani molti seggi in Stati dove Trump nel 2024 vinse a mani basse, dall’Ohio al Texas, da Michigan al Kansas al Mississippi, dove sta emergendo addirittura la possibilità che per la prima volta nella storia dello Stato venga eletto un senatore nero.
Dall’avvento di Trump, l’affidabilità dei sondaggi ha subito duri colpi, e anche tra i Dem c’è chi raccomanda di non lasciarsi andare a proclami che potrebbero diventare un autogol, come i riferimenti all’impeachment che il controllo della Camera renderebbe possibile. Ma a rendere credibile una seria sconfitta del Gop non c’è solo la tradizione che vuole il partito del presidente in carica perdere colpi nelle elezioni di metà mandato in maniera proporzionale all’indice di gradimento dell’inquilino della Casa Bianca, che viaggia pericolosamente sotto il 35 per cento. Stavolta, il nodo è che in tutto il paese è cresciuta in modo uniforme la preoccupazione per gli effetti cumulati delle scelte di “The Donald” – dai dazi alla guerra all’Iran - sulla vita di tutti i giorni. In cima a tutti il carovita, che morde al supermercato e alla pompa di benzina. E poi - a seguire - lo stato dell’economia e dell’occupazione, che sta alienando al Gop soprattutto il voto dei giovani maschi sotto i 30 anni, che nel 2024 votarono per lui rovesciando una tradizione di voto democratico.
Subito dopo, nella lista dei peccati che negli Usa vengono attribuiti al presidente, c’è il sospetto di una diffusa corruzione nell’ambiente che lo circonda. Hanno fatto rumore le dimissioni di Kimberly Guifoyle, l’ex nuora che il presidente aveva nominato ambasciatrice in Grecia e che ha dovuto ammettere di aver ricevuto 10 mila dollari in cambio della promessa di sostenere alla Casa Bianca gli interessi di un imprenditore. O il perdono presidenziale concesso a un cittadino venezuelano condannato per tangenti, previo regalo di 50 milioni di dollari a una delle più fidate consulenti legali di Trump: più in generale, mese dopo mese è cresciuto anche tra gli elettori repubblicani il numero di chi è convinto che molte scelte “minori” di Trump servano anzitutto ad arricchire lui, la sua famiglia e i suoli amici.
A seguire, c’è la preoccupazione per l’uso spregiudicato degli strumenti di governo contro chi è avvertito come ostile al presidente: i media anzitutto, ma anche le università e le singole persone - anzitutto alla Fed, ma anche nel FBI, nelle alte sfere delle forze armate e tra gli stessi parlamentari – finite nel suo mirino fin dagli anni della presidenza Biden. Alla maggioranza degli americani, invece, non è dispiaciuta la politica aggressiva – promessa e rapidamente dispiegata - nei confronti dell’immigrazione clandestina. Ma qui, a pesare contro la Casa Bianca, c’è la crescente disaffezione degli elettori latinos, che lo votarono in massa due anni fa ma stanno reagendo male alla sensazione che i pregiudizi verso di loro - più che la fedina penale degli immigrati clandestini - abbiano hanno un peso nei metodi dell’ICE. In Florida e ancor più nel sud del Texas – lo Stato che segnala forse il maggior scollamento tra gli elettori tradizionalmente repubblicani e il presidente – lo spostamento dei latinos (si parla di un -22 per cento per il Gop) potrebbe innescare un risultato paradossale: facendo cioè della nuova mappa dei collegi imposta da Trump e disegnata sui suoi risultati del 2024 lo strumento del clamoroso regalo ai democratici – segnala il Washington Post – di almeno due seggi alla Camera dei Rappresentanti.
Renderà probabilmente meno pesante una sconfitta del Gop il fiume di denaro che amici e sostenitori di Trump hanno investito nella campagna, che con una spesa totale che sta per raggiungere i 3 miliardi di dollari è la più finanziata di sempre nella storia delle elezioni di Midterm. La lobby delle cryptovalute, di cui fa parte anche parte una delle società private di Trump, ha finanziato i candidati repubblicani con oltre 206 milioni ma l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, ha messo sul patto di suo quasi 450 milioni di dollari per difendere soprattutto la maggioranza Gop al Senato. In totale, tra SuperPac e donazioni individuali, il partito repubblicano ha potuto contare su un miliardo e settecento milioni di dollari contro gli 832 milioni messi insieme dai democratici, che hanno raccolto l’aiuto tra gli altri di George Soros (102 milioni di dollari) e dell’ex sindaco di New York Mike Bloomberg, con oltre 84 milioni. Più indietro, il governatore democratico dell’Illinois J.B. Pritzker, che ha investito 40 milioni di dollari nella campagna per la sua rielezione ma altri 24 nel sostegno alla corsa di candidati al Senato, dalla South Carolina al Texas al Maine: di fatto ponendo le basi – segnalano i giornali americani - per la sua più che probabile discesa in campo nelle primarie democratiche in vista del 2028.
A decidere la partita però - in una elezione che storicamente non ha comunque il richiamo di un voto presidenziale - sarà soprattutto il numero di chi andrà votare, quello che negli Usa chiamano turn out. Per questo Trump si è messo in gioco personalmente, per dare alla base Gop il senso di un referendum tra lui e i nemici dell’America, convinto di avere ancora un posto nel cuore dei repubblicani anche fuori del recinto degli elettori MAGA che anche nelle ultime settimane, soprattutto nel Midwest, lo hanno fatto sentire a casa.
È un gioco rischioso, però: una scommessa che per ora sembra mobilitare più i democratici e gli indipendenti in rotta con il presidente che i suoli elettori. Fino a domenica scorsa, una cifra record di oltre trenta milioni di americani – compreso il presidente - hanno fatto ricorso al voto anticipato, e tra loro il 45 per cento erano elettori democratici registrati, contro il 30 circa di repubblicani. E i sondaggi certificano che dice di voler sicuramente andare a votare l’87 per cento degli elettori di Kamala Harris contro il 47 per cento di che due anni scelse Trump.
Anche per questo i due campi stanno sparando ogni tipo di cartuccia. Nei giorni scorsi, Trump ha puntato molto sul Columbus Day – oltre che su un sorprendente e calorosissimo apprezzamento per Giorgia Meloni - per catturare l’attenzione degli elettori di origine italiana. E sull’altro fronte è stata un caso la decisione di Barak Obama di spendere il suo carisma a sostegno di due candidati che potrebbero vincere a sorpresa in Stati che nel 2024 preferirono Trump. In Ohio, al fianco di Amy Acton, il 44 ° presidente ha sparato contro “la follia di quel tipo alla Casa Bianca”. Spiegando che l’attacco personale alla ricercatrice che corre per la carica di governatore dello Stato (uno spot pagato da Vivek Ramaswamy, il candidato sostenuto da Trump, in cui la madre della Acton l’accusa di aver mentito sulla storia di abusi sessuali subìti da bambina dal suo compagno) dice tutto sul fatto che “ormai non c’è più un limite all’indecenza nei comportamenti che dovremmo poterci aspettare da chi ci governa. Veniamo da due anni – ha accusato – di caos, crudeltà e corruzione”.
Nel Michigan, lo stato che tra l’altro ha pagato di più in termini economici anche la guerra della Casa Bianca con i vicini settentrionali del Canada, Obama è corso al fianco di Abudl El-Sayed, un altro medico, che potrebbe secondo i sondaggi essere il primo senatore musulmano della storia degli Usa. Tra i due, in passato, volarono parole forti. Ma El Sayed se ne è scusato, finendo nel mirino di Donald Trump, che ne ha parlato come di uno straniero e un jihadista: ““Abbiamo già visto questo film, e anzi io ne ero la star”, ha ironizzato Obama, alludendo a quando Trump lo accusò di non essere un cittadino americano. “Questa roba non funzionò contro di me, non in Michigan. E non funzionerà nemmeno con Abdul…”.