L’attacco all’Iran, la “Strategia di sicurezza nazionale” degli Usa e la nascita della dottrina ‘Donroe’
L'articolo di Ettore Maria Colombo
L’operazione militare “Epic Fury” o “Ruggito del Leone”, lanciata da Usa e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026, dura già da una settimana. Potrebbe andarne avanti altre, o mesi. L’intera regione, l’intero Medio Oriente, è in fiamme. L’operazione militare, sempre congiunta tra Usa e Israele, e sempre rivolta contro l’Iran, “Midnight Hammer” (Martello di Mezzanotte) durò un solo giorno, il 22 giugno 2025.
Scenari fino a ieri inimmaginabili, dal pur a volte ventilato regime change fino ai boots on the ground delle truppe Usa, potrebbero, a seconda dell’evolversi della situazione militare (gli attacchi e la reazione iraniana) e politica (i cambiamenti interni in atto in Iran di una nuova leadership), diventare scenari plausibili, con conseguenze epocali.
L’eco mondiale della guerra intrapresa da Israele contro Hamas, dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, e l’invasione di Gaza, fino alla tregua del 9 ottobre 2025, non è lontanamente paragonabile, rispetto al quadro attuale, nonostante le pesanti sofferenze della popolazione civile.
Anche le ricadute della Prima (1990-1991) e della Seconda Guerra del Golfo (2003) non sono paragonabili. La prima condotta sotto egida Onu, la seconda dai soli anglo-americani; la prima voluta dal presidente G. W. Bush padre, la seconda da G. W. Bush figlio; la prima non risolutiva, la seconda sì, resta il risultato di un regime change in Iraq, con la eliminazione di Saddam Hussein, e la nascita di un nuovo Stato dell’Iraq debole e frantumato.
Questa volta, invece, le conseguenze geo-politiche della guerra attuale in corso potrebbero diventare, di sicuro per l’intero Medio Oriente, forse per l’intero globo, enormi. Pari solo allo sconvolgimento causato all’ordine mondiale dalla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina.
Ma un Mondo che appare impazzito, oltre che sconvolto, non è un Mondo privo di ‘dottrina’. Vi è sempre un dato di riflessione geopolitica e geostrategica nelle mosse dei vari attori internazionali, a maggior ragione da parte degli Usa.
Chi pensa di vedere solo mosse da foolish (Trump), magari di rango scespiriano, ma erratico, malato, privo di strategia, nelle scelte compiute commette un errore madornale. Le scelte dei singoli avvengono sulla scorta di ‘dottrine’ ben precise e radicate nella storia. Quindi, in parte, prevedibili, anche se, fin troppo spesso, adattabili e gestibili a seconda di come un presidente o un altro voglia giustificare le proprie azioni sulla scorta di famosi precedenti del passato.
La “Strategia nazionale di Sicurezza degli Usa”. Come gli Stati Uniti hanno finto di declassare il Medio Oriente
Il documento, ormai famoso, “Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Usa”, pubblicato a novembre del 2025, è da questo punto di vista una lente utile per capire in quale contesto si muovono le mosse di Trump, dunque degli Usa.
Il documento spazia dalla difesa dei confini territoriali al mantenimento della leadership planetaria. Dalla fine della guerra in Ucraina alla stabilità strategica con la Russia, dal mantenimento di un rapporto economico vantaggioso con la Cina ai rapporti con l'Europa, definita “in declino”, dall’Africa all’Asia, dal narcotraffico all'immigrazione.
Sul Medio Oriente, al paragrafo 2 (“Cosa vogliamo per il Mondo?”), vi è scritto, nero su bianco: “Vogliamo impedire a una potenza avversaria di dominare il Medio Oriente, le sue forniture di petrolio e gas e i punti di strozzatura attraverso cui passano, evitando al contempo le ‘guerre infinite’ che ci hanno impantanato in quella regione a caro prezzo”. Il richiamo all’Iran, pur implicito, è evidente.
Paradossalmente, il concetto base da cui muove la Dottrina strategica Usa è quella di un ridimensionamento dell’area.
Premettendo e riconoscendo che “per almeno mezzo secolo, la politica estera americana ha dato priorità al Medio Oriente rispetto a tutte le altre regioni per ragioni ovvie”, si dice che “oggi, almeno due di queste dinamiche non sono più valide: l'approvvigionamento energetico si è diversificato e gli Stati Uniti sono tornati ad essere esportatori netti di energia. La competizione tra superpotenze ha lasciato il posto a un gioco di potere tra grandi potenze, in cui gli Stati Uniti mantengono la posizione più invidiabile, rafforzata dalla rivitalizzazione delle alleanze nel Golfo, con altri partner arabi e Israele”.
Può apparire, a prima vista, una contraddizione palese con la guerra ora scatenata. Ma, alla fine dello stesso paragrafo, dopo un’analisi rapida della situazione in Iran, Siria, Gaza, Paesi del Golfo, si afferma infatti che “L'America avrà sempre interessi fondamentali nel garantire che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato, che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto, che il Mar Rosso rimanga navigabile, che la regione non sia un incubatore o un esportatore di terrore contro gli interessi americani o la patria americana e che Israele resti sicuro. Possiamo e dobbiamo affrontare questa minaccia ideologicamente e militarmente”. Al netto delle (allora) imprevedibili conseguenze pratiche, la contraddizione, invece di negare, afferma. L’interesse degli Usa nel Golfo resta preminente e vitale, anche se viene teorizzato che “i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sia nella pianificazione a lungo termine che nell'esecuzione quotidiana sono fortunatamente finiti”. Concetto che, questo sì, la cronaca ha deciso di smentire.
Il ‘corollario Trump’ alla dottrina Monroe-Roosevelt.
Ed è qui che si innesta il ragionamento su quello che lo stesso documento definisce il “Corollario Trump” alla “dottrina Monroe”, poi diventato, nella pubblicistica, “dottrina Donroe”. Sempre nel documento si spiega che “dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell'emisfero occidentale e per proteggere la nostra patria e il nostro accesso alle aree geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti non appartenenti all'emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero. Questo ‘corollario di Trump’ alla Dottrina Monroe è un ripristino sensato e potente del potere e delle priorità americane, in linea con gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti”. Basta, in buona sostanza, sostituire le parole “emisfero occidentale” con “mondo” per capire quanto e come l’idea di base, estensiva e pro-attiva della presidenza Trump non riguardi solo il suo continente, ma il globo. D’altra parte, quello che appariva un intervento militare rapido, mirato e circoscritto (il modello Venezuela) può assumere modalità e caratteristiche ben diverse e forti (il modello Iran), ma rispondendo allo stesso obiettivo. Come ha detto Trump lo scorso 7 marzo 2026, “non ci sarà alcun accordo con l'Iran senza una resa incondizionata. Solo dopo, con la selezione di un grande e accettabile leader, noi, i nostri coraggiosi alleati e partner, lavoreremo per riportare l'Iran, dall'orlo della distruzione, rendendolo economicamente più grande, migliore e più forte”. Lo iato, pure evidente, tra ‘modello Venezuela’ e ‘modello Iran’, si riduce in un nulla. In un semplice cambio di quadrante geopolitico che, però, non inficia il ragionamento di fondo.
La “dottrina Donroe”. Il tentativo, riuscito, di addomesticare il Venezuela e le mire attuali su Cuba.
Quando, il 3 gennaio 2026, il presidente Usa Donald Trump lancia l’operazione militare “Absolute Resolve” per destituire il presidente-dittatore del Venezuela, il chavista-marxista Nicolàs Maduro, la nuova “dottrina Monroe” c’è già, dunque, iscritta nel Documento strategico. Mancava solo la storpiatura in ‘Donroe’, coniata dal tabloid New York Post e rilanciata proprio dallo stesso Trump: “c’è stata grave violazione dei principi della politica estera americana, risalenti a più di due secoli fa, fino alla dottrina Monroe. Ora la chiamano dottrina Donroe…”. E poi: “Governeremo il paese fino a quando non potremo effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa”. A guidare il Paese è stata ed è, ad oggi, la ex vicepresidente del deposto dittatore Maduro, Delcy Rodríguez che cura e difende gli interessi degli Usa nel Paese (petrolio, gas, minerali), riportando un Paese ‘chavista’ e legato a doppio filo a Nazioni ostili agli Usa (Russia, Cina, Iran), nell’alveo delle nazioni addomesticate alle scelte geostrategiche Usa.
Lo sguardo degli Usa si allarga, ora, a Cuba, isola e Stato di matrice ideologica ‘castrista’, cioè marxista-comunista, almeno dal 1959, che – sottoposta a uno storico embargo – rischia di crollare a sua volta, Ma in questo caso per un mix di fattori più endogeni (la crisi economica) che esogeni (la pressione statunitense tesa ad abbattere l’ultima anomalia).
Ma ora vanno accesi i fari sui più noti precedenti storici, dalla ‘dottrina Monroe’ fino al ‘corollario Roosevelt’.