Le elezioni in Armenia e i mutamenti dei rapporti di forza nel Caucaso meridionale
La vittoria di Pashynian in Armenia, oltre a conferire a Yerevan un futuro plausibilmente più stabile e di maggiore vicinanza alla UE, svela i nuovi equilibri di potere nella regione caucasica meridionale. Il nuovo ruolo degli Stati Uniti nella regione, la crescita geopolitica nella regione dell’Azerbaijan e l’aumentata sfera d’influenza di Ankara
Si parla sovente del Caucaso, sia in ambito giornalistico che in ambito di analisi storica, come di una regione per antonomasia (e perennemente) in preda a turbolenze politiche, conflitti, rivolte, repressioni e instabilità protratta. La storia della regione non smentisce certamente queste generalizzazioni, ma l’esito dell’ultimo attesissimo appuntamento elettorale in Armenia, potrebbe invece rappresentare un’eccezione a questa continuità storica dell’area, con possibili aperture positive non solo per l’Armenia ma per l’intera regione. Difatti, con la vittoria del partito del presidente uscente Nikol Pashynian e del suo Contract Civic Party, si potrebbero dischiudere nuovi scenari indirizzati verso una fase di maggiore stabilità, sinergia e integrazione regionale. Un’elezione che è stata naturalmente osservata con grande attenzione non solo dalle cancellerie internazionali, ma anche dagli attori regionali, in primis dal vicino Azerbaijan, attore regionale in ascesa (come dall’alleata Turchia), ma come altresì dalla Georgia e, ça va sans dire, dalla Federazione Russa. Tra i protagonisti indiretti di queste particolarmente importanti elezioni, troviamo anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che hanno ripreso negli ultimi mesi un ruolo primario in termini di presenza e centralità nelle dinamiche del Caucaso meridionale. Vedremo ora quali eventuali conseguenze potrebbero delinearsi per questi attori nel breve - medio termine, e quali potenziali destini geopolitici e rapporti di forza potrebbero rimodellare la regione caucasica meridionale.
Il turbolento contesto elettorale: la vittoria di Pashinyan e gli scenari futuri
Il partito del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha vinto un'elezione indubbiamente di rilievo per i destini della piccola repubblica caucasica, considerata fondamentale per decidere le sorti del Paese, sia in termini di stabilità ed eventuale aumentata prosperità, sia in termini di collocazione geopolitica nel senso dei blocchi di alleanza: il popolo armeno, poco più di tre milioni di abitanti, nel grande disorientamento e incertezza interna in cui il Paese si è venuto a trovare a seguito delle due fallimentari guerre con l’Azerbaijan nel 2020 e 2023, ha optato per un cambio in senso più filo occidentale, nella speranza che ciò possa migliorare la situazione di difficoltà generale nella quale si trova il Paese a seguito del confronto militare con l’Azerbaijan negli ultimi anni. Sul futuro non è mai saggio discettare troppo, ma un dato certo, e non irrilevante, è stata l’attenzione mediatica e diplomatica internazionale che, almeno nei concitati giorni elettorali, Pashynian è riuscito a fissare sull’Armenia.
Il Partito di Pashynian, di orientamento centrista e liberale, ha ottenuto il 49,8% dei voti, seguito da Armenia Forte con il 23,2% e da Alleanza Armenia, che si è classificata terza con il 9,9% (questi due partiti d’opposizione sono entrambi filorussi). Le elezioni di domenica sono state le prime elezioni generali dopo la devastante sconfitta militare del 2023 subita da Yerevan nel conflitto militare con Baku, nel quale l’Armenia ha perso il controllo della lungamente contesa regione del (Nagorno, nella denominazione sovietica) Karabakh, rientrata ora nella sovranità statale azerbaijana. L'elezione è stata vista come un banco di prova - definibile anche come una scommessa in politica internazionale - per la strategia del Primo Ministro volta a rafforzare il rapporto con l'Occidente, in un contesto di graduali pressioni economiche e ibride da parte di Mosca, il suo principale partner commerciale e tradizionale alleato nell’area. Nonostante la scommessa vinta per il leader uscente Pashynian, rimangono all’orizzonte complesse sfide per il futuro del governo e della nazione armena: in primis la roadmap verso la conclusione e l’implementazione del processo di pace con l’Azerbaijan firmato sotto l’egida degli Stati Uniti di Trump nell’agosto del 2025, sul quale torneremo in conclusione di questa relazione; l’implementazione dei vari nuovi progetti infrastrutturali e commerciali con le potenze della regione e i partners internazionali - pensiamo, su tutti, alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP)[1] - che potrebbero ravvivare lo stato economico e finanziario del Paese; il nuovo corso di avvicinamento all’Unione Europea che non si annuncia certamente né rapido né semplice, percorso nel quale l’Armenia non è nemmeno Paese candidato; dovrà altresì affrontare l’intuibile contrasto a tutti i percorsi politici di cui sopra dell’opposizione che rimane nel Paese, sia nell’opinione pubblica che nella sfera politica; last but not least, sebbene in una sfera di influenza decrescente in Armenia e in generale nella regione, Pashynian dovrà comunque trovare dei meccanismi di gestione dei rapporti con Mosca, sia su un piano istituzionale che soprattutto commerciale, a partire dall’appartenenza alla Eurasian Economic Union, organizzazione di cui Yerevan è per ora ancora membro. Difatti, nonostante le oggettive difficoltà di Mosca nel mantenere l’influenza di un tempo nel Caucaso meridionale, Mosca conserva tuttavia una influenza su Yerevan tramite il commercio, l'energia, la sfera militare, d’intelligence e di sicurezza, la migrazione su un piano di forza lavoro, la comunità armena sul suolo federale russo e i legami culturali del passato. Una certa aliquota di dipendenza di Yerevan da Mosca rimane ordunque sostanziale e supera quella oggi in essere con vari altri stati post-sovietici. Di conseguenza, Pashynian, sebbene abbia attuato un palese mutamento degli orientamenti in politica estera e nel senso dei blocchi di alleanze, non ha mai sostenuto la rottura completa dei legami con Mosca, e rimane poco plausibile che lo faccia.
I vantaggi strategici per l’Occidente, Turchia e Azerbaijan alla luce della vittoria di Pashynian
Iniziando dagli attori globali che hanno giocato un ruolo in queste cruciali elezioni, Bruxelles ne esce senz’altro avvantaggiata su vari punti:, l’aumentata presenza e peso geopolitico stesso della EU in un’area di confine strategica per l’Occidente; il rollback nei confronti della presenza russa nel Caucaso, tradizionale area di interesse per Mosca; stabilità regionale e peacebuilding con il potente vicino azerbaijano; l’avanzamento della governance democratica nell’area; le plausibili esternalità positive derivanti dall’implementazione dei vari progetti di connettività e integrazione interregionale nel Caucaso meridionale.
Per quanto concerne gli Stati Uniti, con la seconda Amministrazione Trump si è avuto un rinascimento della presenza americana sia in Asia Centrale che nel Caucaso: ciò si pone in una posizione di contrasto con la sfera d’influenza russa nell’area e, a un tempo, in quasi perfetta congiunzione d’intenti con Bruxelles: stesso orientamento tenuto anche nel caso armeno, con il sostegno manifesto a Contract Civil Party di Pashynian sia di Ursula von der Leyen che di Donald Trump. Sul piano economico il già citato TRIPP testimonia anche il pragmatismo della rinnovata proiezione di potenza statunitense nell’area. Una rinnovata presenza di Washington destinata del resto a rimanere, sia come elemento cardine dei bilanciamenti di forza nell’area, e quantomeno sino a quando il processo di pacificazione con l’Azerbaijan sarà portato a termine: un ruolo di monitoraggio che verrebbe effettuato anche dall’Europa, che se di successo, contribuirebbe plausibilmente a tenere marginale l’influenza russa.
Da ultimo invece, per quanto concerne l’Azerbaijan (e il suo potente alleato turco), la vittoria di Pashynian era l’eventualità più favorevolmente attesa; Nikol Pashynian è colui che ha firmato i trattati di pace, è colui che ha evocato una maggiore integrazione regionale, connettività infrastrutturale e uno spirito irenico che salvi e renda più stabile la situazione di fragilità post-bellica in cui è finita Yerevan. Queste policies sono naturalmente ben viste sia da Baku che da Ankara, che vede la sua influenza geopolitica, economica e commerciale in aumento crescente in tutta la regione caucasica, in competizione con quella ora meno solida della Russia.
Per quanto riguarda il trattato di pace, l’Azerbaijan del presidente Ilham Aliyev mantiene la sua richiesta di emendamenti al preambolo della costituzione armena, che per Baku contiene a oggi rivendicazioni territoriali implicite nei confronti dell'Azerbaigian: elemento ostativo nei confronti di una implementazione completa degli accordi per una pace duratura. Sebbene Pashinyan abbia affermato che il Partito del Contratto Civico non cercherà alleati in termini di coalizione, l'approvazione degli emendamenti alla costituzione necessitati richiederebbe una maggioranza di due terzi, che Pashinyan attualmente non possiede. Ciò potrebbe richiedere dunque la collaborazione dei partiti di opposizione, circostanza che potrebbe mettere Pashinyan in una posizione più complicata. Inoltre, il processo verso una pace stabile tramite gli emendamenti costituzionali riguarderà non solo il preambolo, ma anche la stesura di una nuova Costituzione: un iter certamente non immediato e complesso, che per Yerevan potrebbe però rappresentare l’unico possibile cammino verso una normalizzazione politica e, conseguentemente, di prosperità economica.
Ciononostante, senza attendere la conclusione di questo iter, sia Baku che Ankara hanno già intrapreso passi concreti verso la normalizzazione delle relazioni con l'Armenia. La Turchia ha aperto i suoi confini ai cittadini di Paesi terzi, ha semplificato le procedure per l'ottenimento dei visti e ha inaugurato voli diretti tra Ankara e Yerevan. Passi concreti, senza veli politici o mediatici, verso una sistemazione delle decennali dispute regionali.
[1] T. de Waal, A. Kochinyan, Z. Shiriyev, Rewiring the South Caucasus: TRIPP and the New Geopolitics of Connectivity, Carnegie, https://carnegieendowment.org/...