L’erosione della superiorità aerea
L'articolo di Francesco Narcisi
Teheran ha lanciato 537 missili balistici, 2.256 droni e 26 missili cruise contro i soli Emirati Arabi Uniti – non includendo gli sporadici lanci avvenuti a cessate-il-fuoco in corso, iniziato l’8 aprile 2026. Secondo dati meno recenti, contro il Qatar sono stati lanciati 101 missili balistici – di cui tre non intercettati; 3 missili cruise, abbattuti; e 39 droni, di cui 24 intercettati. La ritorsione iraniana ha colpito duro anche Kuwait e Bahrein.
Ciò che interessa non è tanto il fatto che contro Israele è stato lanciato in totale un numero inferiore di vettori rispetto agli Stati del Golfo. Si consideri che all’annuncio di Trump del cessate-il-fuoco, nei confronti di Tel Aviv si sono contati circa 650 missili balistici e “solo” 715 droni – il numero molto inferiore di questi ultimi è dovuto alla distanza tra i due belligeranti. Il motivo di interesse è il fatto che questo conflitto segna un ulteriore passo verso un cambiamento delle dottrine militari.
Gli attacchi israelo-americani si sono giocoforza svolti per via aerea o navale. Non solo per l’estrema difficoltà di dispiegare truppe sul territorio, ma soprattutto per la natura della dottrina statunitense, di cui l’aviazione è il pilastro centrale. Il controllo dello spazio aereo è la condizione preliminare per l’efficacia delle operazioni. Il controllo aereo è l’obiettivo primario «perchè modella l'area delle operazioni in cui le attività amiche possono procedere senza interferenze aeree, garantendo al contempo la protezione a terra». Ottenere «un grado sufficiente di controllo aereo» permette di «proiettare il potere militare ogniqualvolta sia necessario». Non si tratta però di uno stato permanente: i cieli sono spazi sempre potenzialmente contesi. Si deve dunque distinguere tra supremazia, superiorità e parità aerea, in cui la seconda costituisce la condizione minima.
Nei due testi fondamentali della dottrina aerea statunitense – il Joint Publication 3-30 e l’Air Force Doctrine Publication 3-0 - si sottolinea la centralità della forza aerea nella proiezione di potenza. Il potere aereo serve sia per ottenere vantaggi tattico-operativi, che per colpire i centri «di gravità». L’obiettivo è paralizzare il potere politico-decisionale avversario, per assicurarsi un vantaggio strategico. Il potere aereo serve anche a «rassicurare, dissuadere, o imporre effetti strategici e operativi che permettano al Presidente e ai diplomatici di negoziare da posizioni di forza».
Le radici di tale impostazione affondano negli studi del generale Douhet, precursore dell’uso della forza aerea: «l’aereo ha completa libertà di azione e di movimento in qualsiasi direzione […] nel minor tempo possibile […] e permette di andare molto oltre le linee di difesa senza doverle sfondare». Aggiunge Douhet che la potenza aerea avrebbe coinvolto anche i civili: «in nessun’area sarà più possibile vivere in sicurezza e tranquillità. Il campo di battaglia non sarà più limitato ai combattenti». Il generale italiano sosteneva che il potere aereo sarebbe stato centrale per colpire la volontà politica del nemico, e quindi avrebbe dovuto essere concentrato in aree strategiche: centri industriali, stazioni, ferrovie e anche centri abitati – l’attenzione verso la popolazione civile era minima. Conquistare il dominio aereo sarebbe stato cruciale per volgere in proprio favore una battaglia. Tale pensiero fece breccia negli Stati Uniti, ripreso dal generale Mitchell (Winged, 1925). Egli introdusse il concetto di autonomia dell’aviazione, potere capace di proiettare la massima potenza. Alla concezione talassocratica sviluppata dall’ammiraglio Mahan, si aggiunse la proiezione di potenza per via aerea[1].
Verso la fine del XX secolo, la dottrina aerea statunitense progredì grazie al colonnello Warden. Egli rafforzò l’idea dell’aviazione come strumento per paralizzare il sistema decisionale nemico, identificando i «centri di gravità». Tra di essi il principale è il cuore politico, da attaccare « in qualsiasi circostanza in cui sia possibile raggiungerlo». Warden sviluppò poi il modello dei Five Rings. L’organizzazione del nemico è ad anelli concentrici che, dai livelli centrali, includono: leadership politica, sistema isittuzionale, infrastrutture strategiche, popolazione e forze armate. Per paralizzare l’intero sistema, si devono colpire prioritariamente i livelli centrali[2]. L’eco di Douhet è evidente.
Tale approccio influenzò fortemente la pianificazione della Guerra del Golfo, in cui furono colpiti «i centri di gravità nemici» secondo il modello di Warden. Anche le successive operazioni NATO risentirono di questa concezione. L’Operation Allied Force mirava a «costringere il governo jugoslavo […] a fermare le violazioni dei diritti umani [...] contro la maggioranza etnica albanese della provincia serba del Kosovo». Secondo alcuni generali, la coercizione senza boots on the ground ebbe effetti parziali: le campagne aeree in Jugoslavia avrebbero confermato che la superiorità aerea e tecnologica, senza dispiegare truppe, non potranno mai avere reali effetti coercitivi.
Stati Uniti e Israele hanno ritenuto di applicare questa dottrina aerea anche in Iran. I bombardamenti contro tutti i principali centri di gravità politici, infrastrutture militari, energetiche e industriali ne sono testimonianza. Scelta fallace a causa della preparazione politica decennale dell’Iran a tali attacchi; della strategia difensiva iraniana “a mosaico”, per non concentrare i centri di gravità; del fatto che, come ha notato il generale Grynkewich in riferimento ad altre campagne, attaccare popolazione e infrastrutture civili compatta e legittima i regimi. Infine, la sola superiorità aerea non è sufficiente: Teheran ha continuato a contestare i cieli soprattutto grazie ai droni.
L’utilizzo di velivoli senza pilota per la prima volta in un conflitto risale all’Operation Allied Force, con i Predator – per cuiI il generale Jumper sottolineò il loro futuro potenziale. Lo sviluppo di droni è avvenuto, ma da parte americana è stato miope: velivoli senza pilota pesantemente armati, con elevata autonomia, ma estremamente costosi e vulnerabili perché lenti e difficilmente manovrabili– vedasi gli MQ Reaper. Risultato: droni pensati per operare in condizioni di superiorità aerea e in operazioni controinsurrezionali, non per operare in cieli contestati.
L’uso di droni kamikaze in Ucraina e da parte dell’Iran sovverte il concetto di superiorità aerea. II cielo è diventato sempre più contestato grazie a velivoli a basso costo, lanciati a sciami, carichi di esplosivo. Chi riesce a dispiegare una tale quantità di mezzi da attrito ottiene notevoli vantaggi tattici – secondo molti analisti, il Dipartimento della Difesa avrebbe dovuto già fare tali valutazioni.
I droni rendono più facili le bolle A2/AD (Anti Access/Area Denial) in fase difensiva, negando lo spazio aereo o imponendo costi insostenibili per entrarvi. Una tale saturazione – insieme ai tradizionali sistemi antiaerei - fa sì che la superiorità aerea sia raggiunta con difficoltà estrema e a costi elevatissimi. Se a ciò si uniscono missili ipersonici antinave - come i cinesi Yj-21-, vettori cruise e droni marittimi, si sviluppa una bolla difensiva capace di degradare la proiezione delle portaerei. Impedendo al nemico di operare, si crea una finestra di opportunità, specie in condizioni geografiche favorevoli, come in spazi marittimi ristretti[3]. I droni possono anche essere lanciati da camion, l’elevata mobilità non permette una facile identificazione e rende meno efficaci le operazioni di soppressione e distruzione delle difese nemiche.
In fase offensiva, la saturazione delle difese aeree mette in seria difficoltà anche i migliori sistemi difensivi. Il difendente è posto di fronte ad un dilemma: abbattere i droni utilizzando missili con un costo unitario anche di milioni di dollari contro minacce da poche decine di migliaia di dollari? O riservare i sistemi antimissile per minacce balistiche? L’impreparazione ad affrontare la combinazione droni e missili iraniani si è osservata sul campo: le scorte di missili statunitensi si sono deteriorate rapidamente, difficilmente sostituibili dal lento apparato militare-industriale.
Gli Stati Uniti tentano di recuperare terreno: grazie ad attività di reverse engineering su droni russi di derivazione iraniana, è stato sviluppato l’FLM-136 LUCAS – dispiegato per la prima volta contro l’Iran– ed è stata testata con efficacia l’integrazione di un drone di Anduril sull’elicottero d’attacco Apache. Il ritardo è però lampante, frutto di errate e miopi scelte di pianificazione secondo cui sarebbe stata sufficiente una schiacciante superiorità tecnologica per affermare il proprio dominio.
Attualmente vi è dunque penuria di sistemi per contrastare i droni. In Ucraina, contro gli sciami di velivoli senza pilota russi Geran 2 sono stati sviluppati piccoli droni suicidi producibili in serie. I velivoli ucraini hanno ricevuto un’impennata di domande dai Paesi del Golfo bersagliati dai droni Shahed iraniani. Alternative altrettanto efficaci e così a basso costo non sono al momento disponibili.
Gli Stati Uniti, per rispondere alla minaccia dei droni senza dover impiegare missili, hanno sviluppato il sistema laser HELIOS (High Energy Laser with Integrated Optical-dazzler and Surveillance). Esso è attualmente installato su unità navali della classe Arleigh Burke, impiegato per la prima volta in contesti contro l’Iran. HELIOS si sta dimostrando promettente in termini di precisione e costo per ingaggio, risultando particolarmente adatto contro minacce economiche a bassa quota. Tuttavia, sistemi come HELIOS – e il più nuovo LOCUST, in fase di rodaggio, installato sulla portaerei USS George H.W. Bush - presentano limiti strutturali. Possono ingaggiare un bersaglio per volta, richiedono tempi di permanenza sul target e hanno una limitata gittata. Un altro problema è che è richiesta un’elevata e costante disponibilità di potenza e capacità di dissipazione termica. In scenari ad alta saturazione, ciò riduce l’efficacia complessiva di sistemi difensivi laser.
Le piattaforme navali su cui integrare HELIOS o LOCUST devono dunque garantire grande capacità di generazione, distribuzione e gestione dell’energia. Ciò implica, soprattutto per unità navali progettate decenni fa (come i cacciatorpediniere Arleigh Burke), interventi rilevanti sulle strutture di alimentazione e sull’architettura energetica. Tali sistemi laser sono innovativi ed economici, dato che non richiedono la fornitura di munizioni e dunque la partecipazione costante dell’appartato militare-industriale per garantirne l’operatività. Richiedendo però interventi per garantire un’elevata generazione e distribuzione energetica, rischiano di contribuire alla crescente complessità e dimensione delle piattaforme navali, con conseguenti incrementi nei costi.
Un promettente sistema di difesa aerea non laser, che evita i problemi ad esso connessi è HYSTRIX. Esso rappresenta un salto concettuale nella difesa ravvicinata: non è solo un cannone, ma è un sistema integrato multi-layer: un’architettura di difesa di ultima istanza, altamente automatizzata, che integra radar di scoperta e tracciamento e sistemi di controllo automatizzato del fuoco. È progettato per reagire in pochi secondi, spesso senza intervento umano diretto. Questo sistema, installabile sia su nave che su piattaforme terrestri, monta diversi tipi di munizionamento, e quello pensato per contrastare i droni è progettato per esplodere in modo programmato e rilasciare frammenti di tungsteno dentro gli sciami di velivoli senza pilota. HYSTRIX sarà dunque componente fondamentale dell’architettura di difesa Michelangelo Dome, come sistema di difesa ravvicinata.
Se rispetto a sistemi di difesa aerea laser HYSTRIX presenta vantaggi in termini di richiesta energetica, proprio il suo munizionamento per contrastare i droni si rivela problematico. La Cina detiene infatti l’82,7% della produzione mondiale di tungsteno, e controlla anche il 98% della produzione di gallio, necessario per i radar. La dipendenza nelle catene del valore dei materiali critici è una problematica grave e sistemica per l’Occidente in una grande moltitudine di settori strategici, e anche le nuove difese antidrone ne sono inevitabilmente colpite.
Se si intende affermare nuovamente la superiorità aerea è imperativo aggiornare le dottrine occidentali, i sistemi di difesa aerea per impedire l’erosione del vantaggio tecnologico in corso, e iniziare a produrre in massa velivoli senza pilota, avvalendosi anche dell’esperienza ucraina.
[1] Ci si riferisce alle opere The Influence of Sea Power upon History: 1660–1783 (1890) e Naval Strategy: Compared and Contrasted with the Principles and Practice of Military Operations on Land (1911).
[2] C. Chun, J. E. Whitt, John Warden and the enemy as a system, in War Room, Army War College, 23 gennaio 2019; J. Stoil, Warden’s Five Rings and Regime Change in Iran, in War Room, Army War College, 19 marzo 2026.
[3] Per le operazioni in spazi marittimi ristretti, cfr. F. Zampieri, I Mediterranei come mari della complessità geostrategica, in G. Schivardi, F. Zampieri, D. Ghermandi (a cura di), Mediterranei Globali. Politiche e strategie per i mari ristretti, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2025, pp. 283 ss.