Oltre il conflitto tradizionale. I vettori asimmetrici della crisi iraniana
L'articolo di Jacopo Marzano
Le dinamiche più recenti della crisi mediorientale hanno riportato l’Iran e la sua complessa architettura asimmetrica regionale e internazionale al centro dell’equilibrio strategico regionale.
Il coinvolgimento del Partito di Dio nella crisi tra Iran e Israele e la crescente instabilità lungo il fronte libanese evidenziano come, più che un semplice proxy militare, il movimento sciita rappresenti oggi una rete di potere asimmetrica capace di configurare uno scenario nel quale non è presente alcun ingresso formale del Libano nel conflitto, ma un ingresso de facto del conflitto nel territorio libanese, erodendo l’autorità del governo di Beirut e svuotandone la sovranità.
Per l’Iran, e per l’intero asse antioccidentale, Hezbollah rappresenta uno dei principali vettori operativi di una strategia di pressione asimmetrica multilivello, concepita per compensare l’inferiorità militare convenzionale rispetto a Israele e agli Stati Uniti. In presenza di una marcata asimmetria capacitiva sul piano militare tradizionale, Teheran ha progressivamente sviluppato un modello di proiezione del potere fondato sulla generazione di costi strategici distribuiti attraverso una combinazione di proxy armati, capacità missilistiche diffuse, operazioni cyber e strumenti di pressione politico-economica diretta e indiretta. L’obiettivo non è la superiorità militare sul campo, bensì la creazione di un ecosistema di deterrenza capace di imporre rischi sistemici agli avversari lungo molteplici domini operativi.
All’interno di questa architettura rientra anche lo sviluppo di reti clandestine e cellule dormienti in Europa e negli Stati Uniti. Negli ultimi anni diverse evidenze investigative occidentali hanno provato la presenza di infrastrutture logistiche, reti finanziarie e strutture di supporto riconducibili a Teheran. Tali strutture non sono necessariamente concepite per un impiego immediato, ma costituiscono una capacità latente di pressione strategica, funzionale alla raccolta di informazioni, al reclutamento di uomini e ad eventuali scenari di escalation regionale. In caso di conflitto diretto tra Iran e potenze occidentali, queste reti potrebbero infatti essere mobilitate per attività di sabotaggio, operazioni cyber o azioni terroristiche mirate, generando effetti moltiplicatori sul piano strategico e ampliando il teatro operativo ben oltre il Medio Oriente.
In tale configurazione, la pressione strategica viene oggi esercitata grazie a campagne ibride multivettoriali che integrano attori non statali, operazioni clandestine, guerra informativa e leve economiche, traslando il piano concettuale, tassonomico e giuridico del conflitto all’interno di uno spazio intermedio tra guerra e pace, dove l’ambiguità operativa e la negabilità costituiscono fattori centrali di efficacia.
Ecco perché, in questo scenario, anche fenomeni apparentemente non militari assumono una crescente rilevanza geopolitica. Tra questi, la gestione dei flussi migratori e delle crisi umanitarie rappresenta una vulnerabilità strutturale potenzialmente sfruttabile da attori statali e non statali. La possibile strumentalizzazione delle migrazioni consente di esercitare pressione politica sugli Stati bersaglio, destabilizzandone la coesione politica interna, polarizzandone il dibattito pubblico e amplificandone le dinamiche di insicurezza sociale reali e percepite.
La presenza nel Libano di almeno 1.5 milioni di rifugiati palestinesi e siriani, congiuntamente agli almeno 700mila sfollati interni dall’inizio del conflitto in Iran, si intersecano ad uno scenario già caratterizzato da governance limitata e capacità di controllo statale ridotta. In tali contesti, il terrorismo transnazionale rappresenta una delle dimensioni più critiche della minaccia contemporanea. Un precedente è indentificabile nel campo di Nahr al-Bared, dove il gruppo Fatah al-Islam riuscì a stabilire una base operativa utilizzata per il reclutamento, l’addestramento e la pianificazione di operazioni contro obiettivi libanesi e regionali. Dinamiche analoghe hanno interessato altri campi della regione, nei quali reti riconducibili allo Stato Islamico nel Levante e ad affiliati di al-Qaeda hanno tentato di sviluppare cellule operative sfruttando vuoti di governance, marginalizzazione socioeconomica e piattaforme digitali per la radicalizzazione.
La combinazione tra presenza territoriale, infrastrutture informali e mobilitazione digitale consente ad attori terzi o non statali di trasformare il capitale umano disponibile nei contesti migratori in una risorsa strategica. In queste condizioni, ambienti caratterizzati da elevata concentrazione di rifugiati possono evolvere da spazi umanitari a snodi transnazionali di reti criminali e terroristiche, nei quali traffici illegali, radicalizzazione e attività di weaponization dei flussi migratori convergono all’interno di un’unica architettura di minaccia.
Nel quadro delle varianti asimmetriche del conflitto, la crisi mediorientale potrebbe quindi produrre una pluralità di vettori di pressione indiretta sull’Europa. Oltre alla coercizione economica più immediatamente percepibile - esercitabile attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz e il conseguente impatto sui mercati energetici globali - il conflitto potrebbe attivare ulteriori meccanismi di destabilizzazione sistemica.
In primo luogo, la pervasività di Hezbollah nel sistema politico e territoriale libanese potrebbe favorire processi di weaponizzazione delle crisi umanitarie e migratorie, con il rischio di una riattivazione delle reti di terrorismo regionale e transnazionale radicate nei contesti di governance limitata dei campi profughi.
In secondo luogo, l’eventuale attivazione di cellule proxy dormienti iraniane e russe in Europa, anche appartenenti alla criminalità organizzata locale e trans nazionale, evidenzia uno dei paradossi centrali della competizione strategica contemporanea, nella quale azioni asimmetriche segmentate, mirate a obiettivi con valore simbolico o strategico, o semplicemente prodotte per minare la percezione collettiva, possono produrre effetti destabilizzanti superiori a quelli di operazioni militari convenzionali su larga scala, soprattutto se integrate in un quadro di convergenza operativa con le attuali linee strategiche russe nel campo della guerra ibrida.
Infine, un ulteriore vettore di pressione riguarda la dimensione cognitiva del conflitto. L’impiego di deepfake, campagne di disinformazione e sistemi di amplificazione mediatica coordinati attraverso ecosistemi digitali pro-Cremlino e antioccidentali potrebbe contribuire a manipolare le narrazioni pubbliche, amplificando percezioni di instabilità, polarizzazione politica e sfiducia nelle istituzioni democratiche europee.
In tale contesto, la competizione geopolitica contemporanea tende sempre meno a premiare, in termini di efficacia, gli obiettivi strategici dei conflitti militari convenzionali, pendendo sempre più verso forme di pressione strategica distribuita, nelle quali azioni asimmetriche, minacce ibride e strumentalizzazione delle crisi umanitarie, delle reti clandestine transnazionali e dei nodi di bottiglia geoeconomici convergono in un unico spazio operativo. Mentre la guerra convenzionale implica costi elevati e rischi di escalation difficilmente controllabili, una sequenza coordinata di operazioni asimmetriche sottosoglia può produrre effetti cumulativi di destabilizzazione più incisivi e politicamente/economicamente sostenibili per l’attore, statale o ibrido, che le conduce.