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Territorializzare il mare: il senso strategico delle isole artificiali cinesi

L'analisi di Francesco Narcisi

Antelope Reef, in cinese Lingyang Jiao e in vietnamita Đá Hải Sâm, status legale: scoglio o formazione corallina. Per quale motivo, dunque, ci si riferisce ad essa come “isola”? Antelope Reef fa parte dell’arcipelago delle Isole Paracels nel Mar Cinese Meridionale. Nata come formazione corallina e scogli, oggi, in base alle ultime rilevazioni satellitari, è ben lungi dall’essere un ammasso di rocce e coralli. Ciò è vero anche per Fiery Cross Reef, Subi Reef, Duncan Islands, Tree Island e altre formazioni: prima scogli e coralli, oggi nuove isole negli arcipelaghi delle Paracels e Spratly. Responsabile della trasformazione nel Mar Cinese Meridionale è la Repubblica Popolare Cinese. Si vedrà come l’utilità delle isole artificiali è più nel controllo graduale del mare che in una guerra vera.

Pechino ha rivendicato il possesso di un numero crescente di isole, fino ad affermare di avere la «sovranità territoriale» dell’intero arcipelago delle Paracels – e di gran parte delle Spratly. La Cina fa derivare da questo tutti i diritti di sfruttamento economico e delle risorse sulle aree marittime rivendicate: mare territoriale, Zona Economica Esclusiva (ZEE) e piattaforma continentale. A sostegno la Repubblica Popolare invoca anche diritti storici sul Mar Cinese Meridionale, che sarebbero risalenti ai tempi della dinastia Han Occidentale. Le pretese cinesi furono duramente contestate dalle Filippine. Manila adì un tribunale arbitrale, che, esprimendosi secondo la Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS), in un lodo del 2016 negò tutte le pretese di Pechino: escluse l’esistenza di diritti storici cinesi sulle risorse marittime e stabilì che nessuna formazione delle Spratly emersa con l’alta marea aveva i requisiti naturali per essere considerata isola. Di conseguenza, nessuna formazione non si sarebbe mai generata una ZEE o piattaforma continentale. Il tribunale non si pronunciò però sulla sovranità delle Spratly. Tradotto: anche se la sovranità fosse cinese, non se ne trarrebbero diritti di sfruttamento economico – la modifica artificiale non ne avrebbe cambiato status giuridico.

La Cina non ha seguito la pronuncia arbitrale. Le dispute sulla sovranità marittima per Pechino, infatti, non sono materia di UNCLOS: si deve stabilire prima la sovranità, non secondo la Convenzione ONU, ma in base al principio della “terra che domina il mare”. Ciò significa che i diritti marittimi derivano dalla sovranità sulle porzioni di terraferma presenti nel mare conteso, cosa che, per la Repubblica Popolare, è basata sulla cosiddetta “linea dei nove tratti”. È un confine non stabile, una sorta di perimetro mobile dalla natura giuridica mai chiarita, con cui Pechino disegna i confini del Mar Cinese Meridionale, sostanzialmente inglobandolo tutto.

Anche il Vietnam da tempo subisce la politica espansionistica marittima cinese. La Cina, infatti, applicando la linea dei “nove tratti”, nel 1974 conquistò le Paracels sconfiggendo il Vietnam del Sud. Hanoi rivendica anche le Spratly da tempo, ma negli ultimi anni risponde alla Cina in modo simmetrico. Non chiudendo alla Cina e proseguendo il dialogo con essa, ma rimanendo strategicamente autonoma in applicazione della cosiddetta “diplomazia del bambù”, anche Hanoi si espande nelle Spratly. Il Vietnam non solo nell’ultimo anno ha ampliato di 112 ettari (cifra record) le isole delle Spratly rivendicate, ma vi negli anni ha anche costruito infrastrutture: 15 porti, di cui 11 dal 2021 e altri quattro in costruzione, oltre a potenti installazioni radar.

La soluzione di Pechino per perseguire le sue ragioni marittime è dunque una: trasformare quelli che erano atolli, formazioni coralline, scogli e piccole isole del Mar Cinese Meridionale, rivendicati da Vietnam, Filippine e anche da Taiwan, in isole militarizzate. Il proposito di Xi Jinping del settembre 2015 di «mantenere pace e stabilità nel Mare Cinese Meridionale», e altre rassicuranti promesse, è stato del tutto disatteso. Dopo aver costruito e ampliato innumerevoli isole, nello specifico Antelope Reef è quella che le rilevazioni satellitari confermano essere la più curata da parte cinese, a tal punto che entro la prima metà del 2027 vi sorgerà una pista di atterraggio (insieme al porto). Antelope diventerà tra le più importanti e complete basi di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Qual è il motivo dell’ aspra disputa marittima, dunque? Per la Cina è una questione di profondità strategica. La Repubblica Popolare è una potenza semichiusa sul mare: i suoi sbocchi oceanici passano infatti per stretti e isole, punti nodali (choke points) controllati da alleati di Washington, come Giappone, Corea del Sud e Filippine; o da partner americani (Taiwan); o da Paesi con cui gli Stati Uniti e i loro partner occidentali rafforzano le relazioni, come Indonesia e Vietnam. Il contenimento marittimo di Washington è dunque una grave vulnerabilità strategica per la Cina. La marina militare cinese ha infatti un limitato raggio d’azione, dunque Pechino non riesce a controllare perfettamente le rotte, le cosiddette linee di comunicazione marittima (SLOC, Sea Lines of Communication). Di conseguenza, il naviglio commerciale, vitale per Pechino che basa la sua economia sulle esportazioni, in un conflitto marittimo verrebbe bloccato nei choke points controllati da Stati Uniti o loro partner. Le entrate economiche cinesi verrebbero drammaticamente colpite, e l’uscita della marina resa molto costosa.

Nella dottrina cinese è fondamentale il concetto di difesa attiva, secondo il quale la linea del confronto si deve spostare lontano dalla costa, prima ancora che il conflitto diventi diretto. Le isole artificiali servono a questo, ossia a rafforzare il controllo marittimo sulle rotte che dal Mar Cinese Meridionale si dirigono verso Occidente. Sono quelli che sono chiamati anche “punti strategici”: accorciano i tempi di rifornimento di navi e aerei (come succederà ad Antelope Reef) e servono a raccogliere dati e informazioni. Non tutte le formazioni nel Mar Cinese Meridionale sono abbastanza grandi da ospitare una base, molte sono quindi installazioni radar e dispositivi di raccolta dati. Ne risulta una proiezione marittima fondata sul territorio, più che sulle flotte.

C’è anche una dimensione nucleare: sull’isola di Hainan, si trova la base di Longpo, dove sono stanziati i sottomarini nucleari cinesi, dotati di missili balistici nucleari. Proteggerli richiede di vedere e ascoltare ciò che accade intorno, cioè capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Radar, piste per aerei da sorveglianza e porti nelle Spratly e nelle Paracels servono a garantire questa copertura.

L’obiettivo di Pechino è rendere il Mar Cinese Meridionale uno spazio coperto da sensori e missili: non solo per rafforzare il controllo sulle rotte e aggirare il contenimento marittimo, ma anche per costruire quella che si può configurare come un’area in cui l’accesso di un avversario è reso molto costoso (in gergo tecnico, area A2/AD, ossia Anti-Access/Area Denial). La presenza di basi aeree per aerei e sciami droni, di porti per navi e sottomarini d'attacco, la vicinanza delle coste meridionali cinesi presso vi sono basi missilistiche, lo sviluppo di temibili missili ipersonici antinave, tutto ciò impedisce o ostacola gravemente l'ingresso delle forze avversarie nel teatro operativo, limitandone molto le capacità[1].

La possibile negazione del Mar Cinese Meridionale è agevolata perchè è un mare ristretto, le dimensioni ridotte rispetto alle immensità pacifiche sono evidenti. Ebbene, anche questo ha implicazioni strategiche. In un mare in cui le coste sono più vicine, ricco di isole, come si vede anche ad Hormuz e Bab el-Mandeb, condurre operazioni militari significa affrontare minacce dal cielo, dalla terra, dalla superficie del mare e da sotto di esso, nonché minacce elettromagnetiche e informative[2]. È proprio quello che sta facendo Pechino, militarizzando tutto il Mar Cinese Meridionale, tappezzato anche da dispositivi radar e per la raccolta dati.

La Cina si vuole dunque garantire un vantaggio strategico: negare agli avversari il mare vicino alle proprie coste, non permettendo alla marina statunitense di ottenere il suo principale obiettivo, ossia controllo del mare in cui opera[3]. Le installazioni artificiali ben potrebbero servire a Pechino anche per operazioni offensive. La Cina potrebbe prendere più facilmente di mira le basi statunitensi del Pacifico, come Guam, colpire Taiwan anche da Sud-Est e tenere una pistola alla tempia delle Filippine. Manila si troverebbe in prima linea in un conflitto e Washington avrebbe il dilemma di sin dove spingersi per difenderla.

La Repubblica Popolare utilizza anche un’altra arma nel Mar Cinese Meridionale: forze marittime non inquadrate nella marina militare, come la guardia costiera e la più “originale” flotta di pescherecci. Pechino, infatti, ricorre con sempre maggior insistenza sia alla guardia costiera, che ad imbarcazioni civili, i pescherecci della cosiddetta milizia marittima. La guardia costiera cinese, oggi numericamente la più ampia al mondo, ha navi sempre più all’avanguardia per pattugliare le aree di giurisdizione marittima su cui la Cina afferma di vantare diritti nel Mar Cinese Meridionale. Le azioni della guardia costiera cinese, ad ogni modo, sono chiaramente imputabili alla Cina. La numerosa e sempre meglio equipaggiata flotta delle comunità di pescatori, invece, fa formalmente parte del sistema delle milizie armate cinesi, ma opera come se fossero semplici pescherecci. Queste imbarcazioni hanno assunto una importanza crescente nell’allargare e rafforzare la proiezione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale: mettono pressione sulla guardia costiera filippina e su altre imbarcazioni di pescatori “veri” di altri Stati rivieraschi attraverso violente azioni di disturbo, e ampliando le aree di pesca della Cina, difese con azioni a dir poco muscolari.

Ricorrere alla guardia costiera, e ancor di più a “pescatori”, permette a Pechino di non raggiungere mai il livello dello scontro diretto tra Stati, mettendo però forte pressione, in primo luogo, sulle Filippine e poi sul Vietnam. La particolarità della flotta di pescherecci è che agisce senza insegne, come se fosse autonoma e dunque in maniera tale da non imputare le sue azioni alla Cina. Si tratta di un perfetto esempio delle cosiddette operazioni nella zona grigia in mare: non si scatena uno scontro diretto, attraverso azioni condotte da unità che sembrano agire in modo autonomo non riconducibili a forze regolari, generando forte pressione in settori cardine degli Stati bersaglio. Il carattere principale di tali azioni è proprio la negazione del proprio coinvolgimento, coperte dalla cosiddetta negabilità plausibile (plausible deniability)[4].

La strategia cinese sin qui esaminata non è però priva di criticità. Secondo molti, il punto debole sarebbe sostenere operazioni ad alta intensità, ossia una guerra. Le isole sono bersagli fissi, identificate con i satelliti; le superfici sono ridotte, e non è possibile disperdere mezzi e unità. Inoltre, le capacità militari delle basi insulari dipendono dalle comunicazioni con la terraferma. Se queste dovessero essere interrotte, la capacità cinese di operare in mare sarebbe degradata. Inoltre la maggior parte delle basi non ha scorte consistenti, e, trovandosi spesso lontano, sarebbe facile interrompere i rifornimenti logistici. Esistono anche fragilità climatiche: essendo una regione esposta ai tifoni, può essere più complesso operare in basi su atolli, esposti alle intemperie. Le gravi questioni ambientali relative alla distruzione dell’ecosistema marino, invece, sono in secondo piano.

Sarebbe un errore, però, ridurre le isole a basi pronte a cadere subito, ma le vulnerabilità di tale sistema esistono. Si può sostenere che l’incessante territorializzazione di Pechino del Mar Cinese Meridionale attraverso la costruzione di isole abbia una funzione soprattutto in tempo di pace o al massimo di crisi. Sorveglianza, raccolta di informazioni e dati di intelligence (secondo fonti autorevoli principale funzione delle basi insulari), presenza muscolare, normalizzazione della sovranità cinese, tutto a detrimento degli altri Stati della regione. Pechino mira al controllo graduale di un mare contestato senza dover combattere e vincere una guerra.


[1] Per approfondire v. J. Michael Dahm, Offensive and Defensive Strike, in South China Sea Military Capabilities Series. A survey of technologies and capabilities on China’s Military Outposts in the South China Sea, Johns Hopkins Applied Physics Laboratory, marzo 2021.

[2] F. Zampieri, I Mediterranei come mari della complessità geostrategica, in G. Schivardi, F. Zampieri, D. Ghermandi (a cura di), Mediterranei Globali, Edizioni Nuova Cultura, 2025, Roma, pp. 283 ss.

[3] F. Zampieri, Elementi di Strategia Marittima, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2020, pp. 209, 210.

[4] F. Zampieri, Il “conflitto continuo” nella geopolitica marittima del XXI secolo. Riflessioni ed evidenze sulla “zona grigia”, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2024, pp. 60 ss.

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