Trump alla prova delle elezioni di Midterm
A poche settimane dal voto del 3 novembre, i sondaggi indicano un possibile rafforzamento dei Democratici, con conseguenze per gli equilibri politici del secondo mandato presidenziale.
Da quando Donald Trump è in campo, i sondaggisti americani hanno perso molto della credibilità che fino a venti anni fa gli garantiva l’aver previsto tutto o quasi tutto sulle scelte degli elettori negli Usa. Poi, nello scetticismo dei pundit di Washington, nel 2015 l’imprenditore newyorchese noto soprattutto per il successo tv di “the Apprentice” decise di entrare in scena. Ma i sondaggi non videro affatto la facilità con cui fece fuori rivali come Jeb Bush o Ted Cruz nelle primarie repubblicane, e l’anno dopo consegnarono al mondo - fino all’ultima sera - la certezza che Hillary Clinton avrebbe vinto a mani basse la corsa alla Casa Bianca.
Da allora, nonostante i tentativi di aggiustare i loro modelli statistici per intercettare i “criptoelettori” trumpiani, non ne hanno più azzeccata una. Nelle Midterm del 2018, i pollster sottovalutarono la tenuta repubblicana. Nel 2020, fotografarono un margine a vantaggio di Joe Biden che si rivelò molto più esiguo di quello che alla fine lo incoronò presidente. Nel 2022, non previdero che il Gop avrebbe conquistato Camera e Senato. E alla fine – nel 2024 – non si accorsero che Trump sarebbe alla fine ritornato in sella vincendo anche nel voto popolare. Per la prima volta, dai tempi di Ronald Reagan.
C’è insomma più di qualche ragione, se anche a poco più di tre settimane dal voto lo stato maggiore Dem maneggia con prudenza i dati in arrivo da quasi tutti gli Stati Uniti: le previsioni sull’esito di elezioni che hanno come posta il controllo del congresso e l’elezione di trentasei governatori su cinquanta. Qualche discrepanza emerge già, ad esempio nel Maine, che ha in particolare una storia di previsioni sbagliate. E che ora vede secondo il New York Times la senatrice repubblicana uscente Susan Collins avanti di un soffio, mentre il Washington Post assegna tre punti di vantaggio al suo sfidante, Troy Jackson. Ma il grosso dei dati – e ancora di più le mosse dei contendenti – segnalano che nell’aria potrebbe esserci un risultato clamoroso, un terremoto capace di trasformare davvero l’inquilino della Casa Bianca in una anatra zoppa negli ultimi due anni di permanenza nello Studio Ovale. Al punto che in un Paese spaccato (in Ohio una discussione politica iniziata sulle panchine di un dog park in una tranquilla zona residenziale ha innescato una sparatoria) un avvocato senza un ruolo ufficiale ma molto ascoltato da Trump, Peter Ticktin, ha rivelato senza imbarazzi a The Atlantic di aver suggerito al presidente una soluzione drastica: “Preparati a far scattare la legge marziale, all’indomani del voto…”.
Di certo c’è che, dopo aver a lungo minimizzato l’importanza dell’appuntamento del 3 di novembre, Trump ha mobilitato il suo apparato e fatto piovere sugli americani piccoli cadeau pensati per attenuare la preoccupazione diffusa per l’economia. A settembre aveva promesso un bonus di 5 mila dollari per tutti in caso di vittoria alle elezioni, ma il tema è rapidamente scomparso dal discorso pubblico. In compenso, circa 1 milione di americani disseminati in una trentina di stati si sono visti davvero recapitare a casa un assegno di 500 dollari a rimborso delle tariffe di assicurazione sanitaria fissate dall’Affordable Care Act e venti milioni di anziani hanno ricevuto 90 dollari – la spesa dell’iscrizione mensile al Medicare. A tutti, l'assegno è arrivato insieme a una lettera personale di Trump sul suo lavoro per migliorare l’assistenza sanitaria andata al collasso per colpa di Joe Biden.
E ai farmer del Midwest il presidente è andato a garantire di persona una maggiore disponibilità di diesel esentasse per i loro trattori e pick up. E soprattutto a loro ha detto di aver pensato, presentando l'accordo lampo con Vladimir Putin, che ha sbloccato l’esportazione di 800 mila tonnellate di gasolio russo: una goccia nel mare, in rapporto alla media dei consumi negli Stati Uniti, ma che ha offerto un capro espiatorio alla rabbia scatenata dagli effetti sul prezzo alla pompa innescati dalla guerra iraniana, scaricandone la responsabilità su Zelensky e sugli attacchi ucraini alle strutture energetiche russe. Una mossa spregiudicata, che con la fine delle sanzioni americane a Mosca porta oltretutto a un punto vicino a quello di non ritorno il rapporto tra la Casa Bianca e almeno metà dei suoi alleati europei.
Il presidente è entrato di peso anche nella gestione della campagna, ma con modalità che confermano i problemi aperti nel suo blocco elettorale. Da un lato, il presidente scommette sulla tenuta di uno zoccolo duro di “Forever Trump” – più o meno la metà degli elettori Gop – che deve a tutti i costi indurre ad andare ai seggi facendo del voto, in qualche modo, un referendum pro o contro di lui. A questo è servita l’insolita convention di inizio settembre a Dallas, con il presidente assoluto e solitario padrone della scena. A seguire, le tv hanno mandato spot con molto materiale della sua campagna 2024, finanziati con 10 milioni di dollari dal governo: e il presidente per sopire le critiche bipartisan ha dovuto chiarire che i prossimi saranno invece a spese del suo SuperPac. Sono emersi piani segreti per riprendere in grande stile la guerra agli ayatollah prima del voto, e dimostrare al paese che a differenza dei suoi predecessori lui finisce e vince le guerre che comincia.
Basterà per cambiare lo spin di un appuntamento elettorale difficilissimo? A lenire le ferite nello stile di vita degli americani alle prese con l’inflazione, l’aumento dei prezzi al distributore e al supermercato, o lo schizzare al 7 per cento dei mutui per la casa? I retroscena dei media americani traboccano di racconti su come anche nelle roccaforti repubblicane, con un Comandante in capo il cui gradimento è ormai ai minimi storici, molti candidati Gop preferiscano non averlo al fianco o esibire i suoi manifesti, e qui e là comincino a dare cautamente l’impressione di non sostenere in pieno le sue politiche. O chiedano di avere pazienza in attesa di tempi migliori, come J.D. Vance in persona è andato a raccomandare in un suo giro elettorale.
Il risultato è che, per ora, le apparizioni pubbliche del presidente si sono concentrate in stati poco rilevanti ma in cui la storica presa del Gop fa escludere brutte sorprese, dall’Alabama all’Oklahoma, dal Nebraska al Montana, dall’Arizona all’Arkansas al Tennessee. Con prudenza, Trump si è tenuto invece rigorosamente alla larga dai campi di battaglia più difficili, gli stati in cui due anni fa vinse contro Kamala Harris ma dove, se si facesse vivo ora, un’eventuale bocciatura dei candidati Gop verrebbe letta anzitutto come una sua sconfitta.
È il caso del Maine, e soprattutto della North Carolina, dove l’aria di sconfitta è così densa che il partito repubblicano ha sottratto risorse alla campagna del candidato al Senato imposto da Trump, Michael Whatley - che oggi insegue con undici punti di distacco l’ex governatore Roy Cooper – per sostenere con oltre 14 milioni di dollari nel Kansas – qui Trump passò con 16 punti di margine solo due anni fa – la corsa del senatore uscente Roger Marshall contro il pastore metodista Adam Hamilton, che rischia seriamente di diventare il primo senatore democratico eletto in questo Stato dal 1932. Il presidente finora non si è fatto vedere nemmeno nel Michigan e in Georgia, e in South Carolina è stato in agosto, per blindare la candidatura al Senato di Darline Graham, una debuttante della politica a cui però essere la sorella dello scomparso Lindsey Graham – un amico di Trump, e un beniamino della politica locale – potrebbe non bastare per battere Annie Andrew, una pediatra democratica popolare sulla rete ma estranea alle logiche dei Dem: anche qui, nel 2024, Trump vinse con un tondo + 17 per cento.
Nei sogni dei Dem, il bottino potrebbe essere ricco o addirittura ricchissimo alla Camera dei Rappresentanti, dove il Gop sembra rassegnato a perdere la fragile maggioranza (219 seggi contro 214) che ha coperto sempre le spalle a Trump nei primi due anni del suo secondo mandato. Allo stato, i sondaggi sembrano promettergli tra i 225 e i 230 seggi, ma tra i pollster c’è chi coltiva anche maggiori speranze, ipotizzando una maggioranza vicina ai 240 seggi – la più grande per i Democratici dai tempi di Barack Obama – se i Repubblicani non riusciranno a tenere in particolare nove seggi (dalla Florida al Nevada, dal Colorado a New York) in distretti che nel ’24 votarono il tycoon con scarti tra il 10 e il 20 cento e che ora sembrano contendibili.
E poi, ancora una volta, c’è il Texas, forse l’epicentro del possibile terremoto Midterm. Perdere uno Stato che vinse con tredici punti di scarto nel 2024 dopo aver vinto agevolmente nel 2016 e nel 2020, e dove i dem non vincono da decenni una sfida di carattere nazionale, è un lusso che Trump e i Repubblicani non possono permettersi. È lo stato economicamente più importante tra quelli a guida repubblicana, e i 40 rappresentanti che elegge nel Collegio Elettorale sono decisivi per eleggere un presidente. Greg Abbott, il governatore uscente, potrebbe pagare caro anche tra gli elettori repubblicani il sostegno al diffondersi dei data center e all’abolizione delle scuole pubbliche. E corre ormai sostanzialmente alla pari con la sfidante Gina Hinojosa, che al sostegno dei latinos ha aggiunto quello di molti elettori delusi da Trump anche sfidando l’area woke del suo partito: “Decidetevi a buttare via le vostre insensate guerre culturali!”. Se poi a vincere fosse anche James Talarico - il giovane e brillante seminarista presbiteriano che sembra poter diventare il primo senatore democratico dello Stato dopo 38 anni - ad incrinarsi sarebbe anche un pilastro dei successi repubblicani: il sostegno della destra cristiana, che da decenni ha spostato in maniera decisiva dai Dem al Gop il voto degli stati del Sud.
Troppo, perché Trump possa defilarsi come in North Carolina. E così, dopo lo show di Dallas e un meeting a Denton, la scorsa settimana il presidente è planato in gran forma su San Antonio per sostenere la corsa al Senato di Ken Paxton, ormai stabilmente e sostanzialmente indietro in tutti i sondaggi. Ma per cominciare - fiutando da par suo l’aria e l’impopolarità del candidato che impose con rudezza nelle primarie repubblicane - sul palco Trump non si è fatto accompagnare da lui ma da un popolare giocatore di baseball. Usando la vetrina del Freeman Coliseum soprattutto per celebrare sé stesso, i suoi successi, lo standing che l‘America ha riguadagnato grazie alla sua amministrazione. Di Paxton ha praticamente parlato solo per strappare risate alle sue spalle: “A qualcuno può non piacere come si veste. A me, per esempio”, ha confessato con un ghigno. “Ad altri può non piacere il modo in cui parla. E lo capisco…”. Effettivamente è anche “brutto, e a volte può essere una gran rottura: devo esser onesto…”. Però – ha ammonito la folla – è Paxton che bisogna votare, non solo perché a dispetto degli scandali in cui è stato implicato “è stato uno dei migliori procuratori generali del paese”. Ma soprattutto per sbarrare la strada a “Talafreako”, come ha ribattezzato il candidato democratico con un’assonanza con la parola “pazzo”: “Votare per lui - ha scandito- vuol dire volere un Texas infestato di criminali, e trasformato in una sporca discarica del terzo mondo. Salvate il Texas, e difendete quel che fa grande il Texas e l’America”.