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Israele: report di maggio 2024

Un maggio particolarmente difficile, per Israele e per il suo premier, Binyamin Netanyahu. I negoziati per la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri a Gaza e per il cessate il fuoco sembrano essersi definitivamente arenati, nonostante gli ininterrotti tentativi dei mediatori e gli incontri tra intelligence statunitense, israeliana ed egiziana, mentre Israele e Hamas si incolpano reciprocamente dell’impasse. La guerra a Gaza continua e, anzi, sono ripresi i combattimenti anche nel nord, che Israele aveva dichiarato libero dalle forze di Hamas, mentre, all’inizio del mese, carrarmati israeliani hanno occupato il versante palestinese del valico di Rafah. Nonostante i ripetuti avvertimenti della Casa Bianca, contrari ad un attacco nella città del sud di Gaza dove sono sfollati circa un milione e mezzo di palestinesi, Israele ha lanciato una serie di operazioni militari, nell’ultima delle quali le forze aeree hanno dichiarato di aver ucciso 2 miliziani di Hamas; l’altra faccia della medaglia è che, nel bombardamento che ha causato un violento incendio, sono rimasti uccisi più di quaranta civili palestinesi. La reazione della comunità internazionale è stata dura e immediata. L’Arabia Saudita, che si era detta ancora disponibile a normalizzare i rapporti con Tel Aviv, è arrivata ad accusare Israele di compiere “continui attacchi genocidari”, mentre l’Unione Europea discute di possibili sanzioni. Anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e quello degli Esteri, Antonio Tajani, hanno aspramente criticato l’azione e chiesto a Israele di fermarsi. Gli Stati Uniti, pur condannando quanto accaduto, continuano a ritenere che le operazioni a Rafah non abbiano superato il limite. Il bombardamento giunge appena quattro giorni dopo che la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato a Israele di interrompere le operazioni a Rafah, che potrebbero condurre alla distruzione fisica, completa o in parte, della popolazione palestinese sfollata nella città. L’ordine della CIG è stato definito “ambiguo” da molti commentatori e 4 dei 15 giudici della Corte, tra cui l’israeliano Aharon Barak, hanno dichiarato che l’ordine non prevede un arresto immediato delle operazioni a Rafah, ma solo di quelle che possono mettere a rischio la vita dei palestinesi. Anche se il documento della CIG può offrirsi a interpretazioni diverse, sembra difficile non considerarlo un ulteriore schiaffo a Israele. A questo va infatti aggiunta la richiesta fatta della Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja di spiccare mandati di cattura contro Netanyahu, il ministro della Difesa Gallant e il capo dell’IDF Halevi, per crimini di guerra e contro l’umanità. Gli stessi mandati sono stati richiesti anche per Yahya Sinwar, capo militare di Hamas nella Striscia e mandante del massacro del 7 ottobre, per Ismail Haniyeh, capo politico del movimento islamista e per Mohammed Deif, leader delle Brigate al Qassam. Anche la situazione sociopolitica interna è estremamente difficile. Le manifestazioni per il rilascio degli ostaggi ancora prigionieri a Gaza e in cui si chiedono le dimissioni di Netanyahu e nuove elezioni continuano ininterrottamente, mentre Benny Gantz, membro del gabinetto di guerra e leader del partito Unità Nazionale, ha dato al premier un ultimatum: entro l’8 giugno, deve essere pronto un piano condiviso per la soluzione del conflitto e una decisione su chi governerà la Striscia dopo la sconfitta di Hamas. In caso contrario, Gantz uscirà dal governo. Intanto, i ministri dell’ultradestra riprendono a parlare di trasferimento della popolazione di Gaza e di reinsediamento nella Striscia. Per concludere un mese davvero orribilis, per Israele, il 28 maggio, la Spagna, l’Irlanda e la Norvegia hanno riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina. Non sembra esagerato dire che lo stato ebraico si trova in uno dei momenti più difficili della sua storia.

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