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A 150 anni dalla nascita di Carlo Alfonso Nallino

di Rossella Fabiani

Quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della nascita dell’orientalista Carlo Alfonso Nallino. Il ricordo di Rossella Fabiani

L’orientalista Carlo Alfonso Nallino (1872-1938), del quale quest’anno ricorre il 150esimo anniversario della nascita, appartiene alla grande tradizione storica e culturale dell’arabistica italiana. Nallino è uno dei grandi maestri degli studi arabi e orientali – forse il più grande – e ha dedicato l’intera sua vita alla linguistica araba, agli studi coranici, alla lessicografa, alla dialettologia e alla letteratura. Tra questi giganti possiamo citare Michele Amari (1806-1889), Ignazio Guidi (1834-1935), Celestino Schiaparelli (1841-1919), Italo Pizzi (1849-1920), David Santillana (1855-1931), Leone Caetani (1869-1935), Ettore Cerulli (1872-1938), Giuseppe Gabrieli (1872-1942), Carlo Conti Rossini (1872-1949), Michelangelo Guidi (1886-1946), Giorgio Levi della Vida (1886-1967), Virginia Vacca De Bosis (1891-1988), Laura Veccia Vaglieri (1893-1989), Ester Panetta (1894-1983), Francesco Gabrieli (1904-1996), Maria Nallino (1908-1974), Alessandro Bausani (1921-1988). A questi studiosi, straordinari per rigore scientifico e attinenza ai fatti, si deve la nascita della scuola orientalistica italiana prestigiosa ancora oggi nel mondo. Con passione, dedizione e visione furono tutti impegnati nel coltivare gli studi arabi e nell’esplorare le culture dei popoli arabi.

Molti anni più tardi, Albert Habib Hourani (1915-1993) darà alle stampe la sua grande opera “Storia dei popoli arabi” (Mondadori 1998, traduzione italiana dall’inglese “A History of the Arab Peoples” (Faber and Faber London 1991). Hourani offrì una visione globale delle vicende storiche, mostrò il mosaico delle culture arabe nei suoi usi e costumi, sottolineò l’influenza dell’Islam nell’espansione geografica, mise in risalto la religione musulmana nella sua varietà di manifestazioni.

Ma erano stati già gli orientalisti italiani che avevano creato dei ponti con i Paesi arabi attraverso lo studio della lingua e delle tradizioni letterarie. Le loro preziose traduzioni in italiano crearono lo spazio della conoscenza e della sapienza dei popoli dalla Siria al Marocco, dal Libano all’Egitto. Nel solco dell’orientalismo italiano sono nati i dipartimenti di studi arabi e islamici. Con un elemento particolare che merita di essere preso in considerazione: lo studio dell’Islam in tutta l’ampiezza delle sue dottrine, delle sue fonti e dei suoi protagonisti. Lo sviluppo degli studi arabi portò gradualmente ad ampliare il campo del sapere e ad arricchire gli orizzonti delle ricerche. Gli orientalisti italiani, da Ignazio Guidi (il fondatore dell’Orientalismo italiano), furono pionieri nel dare ascolto alle voci islamiche che mettevano in evidenza la urgente necessità di approfondire anche lo studio delle istituzioni musulmane e di creare le scuole e i dipartimenti di Studi Islamici.

Carlo Alfonso Nallino, insieme ad altri orientalisti italiani, ebbe l’idea brillante di fondare a Roma il prestigioso “Istituto per l’Oriente” il 13 marzo del 1921 che alla sua morte è stato intitolato alla sua memoria. È un’istituzione rinomata, dedita alla ricerca e agli studi islamici che sin dall’inizio si accostò ad altre istituzioni universitarie europee con dipartimenti sul Medio Oriente, gli Studi Islamici, gli Studi Asiatici e gli Studi Africani. Uno spazio culturale e scientifico per studenti, professori e ricercatori che è vitale ancora oggi. Sempre nel 1921, l’Istituto ha dato vita alla rivista “Oriente Moderno”, considerata uno strumento d’informazione riguardo alle vicende e alle tendenze politiche e culturali dell’Oriente islamico contemporaneo che non ha uguali presso alcun’altra nazione.

Ed è proprio notizia di questi giorni che la quinta edizione del prestigioso premio “Turjuman 2022” dell’Emirato di Sharjah (EAU), destinato agli editori, è stato assegnato all’Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino per la traduzione del libro di Sulaymān al-Bustānī, “Introduzione all’Iliade di Omero”, apparso nella collana “Traduzioni, studi e ricerche sulla nahḍah” e tradotto da Arturo Monaco.

Giorgio Levi della Vida ha definito Nallino il principe degli islamisti. “Duro, imperioso, intransigente nell’adempimento del suo dovere, come tutte le grandi anime dirette e oneste. Gran signore degli studi non era solo un orientalista. La sua cultura non aveva confini. Per scrivere la monumentale traduzione di al-Battani studiò astronomia e matematica superiore. Per occuparsi del diritto musulmano studiò diritto romano, medievale e moderno. Aveva odio per l’improvvisazione”.

Nato a Torino, Carlo Alfonso Nallino si è formato alla facoltà di Lettere con Italo Pizzi. Dal 1896 al 1913 ha insegnato all’Orientale di Napoli, prima, e poi a Palermo. Ai primi del ’900 ha scritto “L’Arabo parlato in Egitto”. Il suo amore per la cultura araba fece sì che Ignazio Guidi lo segnalasse al principe Fuad, futuro sovrano d’Egitto, che lo invitò a insegnare nell’Università Egiziana, da poco istituita, dove ebbe fra i suoi allievi Ahmad Amin e Ṭaha Ḥussein. Nel 1921 Nallino diventò ordinario all’Università La Sapienza di Roma. Nel 1933 fu nominato membro dell’Accademia Reale di Lingua Araba del Cairo (unico italiano insieme, è nomina recente, al padre comboniano Giuseppe Scattolin, tra i massimi esperti di sufismo) mentre in Italia divenne socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Nel 1938 partì per il Regno Saudita per approfondire i suoi studi ospite del ministro d’Italia, Luigi Sillitti.

Di questo viaggio rimangono i sei volumi dei suoi “Scritti editi e inediti”, pubblicati dallo stesso Istituto per l’Oriente sotto la supervisione della figlia Maria. Maria Nallino proseguì sulle orme paterne, sia come docente universitaria (è stata professore ordinario di Lingua e Letteratura Araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia), sia come studiosa e ricercatrice presso l’Istituto per l’Oriente, di cui è stata direttore scientifico fino alla morte.

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