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Calcio e politica: come cambiano i rapporti tra i paesi del Golfo

I mondiali di calcio in Qatar mostrano come nel corso degli ultimi anni siano mutate le dinamiche tra i paesi del Golfo e quanto sia cresciuto il loro ruolo, anche in ambito sportivo. Il punto di vista di Daniele Ruvinetti

Sanjay JS / Shutterstock.com

Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan non si era mai incontrato con il suo omologo egiziano, Abdel Fattah al Sisi: è stato possibile perché oltre a un clima più disteso all’interno del Mediterraneo allargato, i Mondiali in Qatar hanno offerto una cornice perfetta. E non è un caso che il padrone di casa, l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani, fosse sullo sfondo di quella che è già diventata una delle foto iconiche degli ultimi tempi.

Che la cerimonia d’apertura di domenica 20 novembre fosse uno scenario in cui si potesse muovere qualcosa di più dello spettacolo sul campo dello stadio Al Bayat era evidente – e d’altronde lo sport è anche questo: relazioni. Lo conferma la presenza dell’erede al trono saudita, il primo ministro Mohammed bin Salman, arrivato a Doha indossando una sciarpa della nazionale del Qatar.

Occorre contestualizzare questa immagine: fino al 5 gennaio 2021, i sauditi guidavano un blocco di Paesi del Golfo che aveva isolato (dal giugno 2017) il Qatar. Doha era stata posta in isolamento diplomatico e commerciale perché ritenuta troppo aperta nei confronti dell’Iran e incline alle dinamiche della Fratellanza musulmana, organizzazione fortemente avversa sia alla corona saudita che all’attuale leadership egiziana. Ora bin Salman arriva con al collo il simbolo della nazionale qatarina e manda un messaggio: il Qatar è una nazionale del Golfo, tutti tifiamo per il Qatar quando è in campo. Perché al di là delle polemiche che hanno accompagnato l’avvio di questo evento sportivo, è evidente che il suo svolgimento ha favorito invece il consolidamento di un clima nuovo tra i paesi del Golfo.

L’incontro del 2021 è stato chiamato “la riconciliazione di al Ula”, dal nome della località saudita in cui è avvenuto il meeting. Quanto successo a Doha per l’inaugurazione dei Mondiali spiega al mondo che quella riconciliazione – frutto degli stessi interessi tattici che muovono altre dinamiche regionali – è ora nei fatti. Al punto che secondo il capo dell’intelligence israeliana l’Iran vorrebbe creare azioni di disturbo durante l’evento calcistico (che farebbero da sfogatoio per la profonda crisi interna che la teocrazia e i suoi Guardiani stanno affrontando), ma non lo farà perché teme la risposta del Qatar.

Ossia teme che i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti si muovano contro la Repubblica islamica in blocco, sfruttando anche l’integrazione ormai raggiunta in certe dinamiche con Israele. Non è un caso se, nonostante Doha non faccia (ancora?) parte degli Accordi di Abramo, una sorta di normalizzazione israelo-qatarina sia avvenuta proprio in occasione dei mondiali. La mattina di domenica 20 novembre il primo volo commerciale in assoluto da Tel Aviv a Doha è decollato dall’aeroporto Ben Gurion, operato dalla compagnia aerea cipriota TUS Airlines. A bordo 180 tifosi di calcio pronti ad andare a godersi la partita inaugurale; il governo israeliano ha offerto la possibilità per i tifosi palestinesi in possesso di biglietti per le partite di viaggiare eccezionalmente sui voli in partenza dal Ben Gurion.

Il Qatar, dopo che l’emiro al Thani ha cercato un ruolo di mediazione nel conflitto ucraino e ha trovato una posizione di leadership diplomatica nel gestire le relazioni con i Talebani, si trova nuovamente a fare da hub per certe dinamiche. E i Mondiali, ossia il calcio e dunque lo sport, hanno ruolo in tutto questo.

Al Thani ha festeggiato la vittoria dell’Arabia Saudita contro l’Argentina — un successo del tutto inaspettato — sventolando la bandiera verde con la shahada di casa Saud mentre seguiva in diretta il match. Mezzo mondo è sceso in strada per esultare per i gol sauditi contro la nazionale favorita guidata da Leo Messi, dall’Oman all’Egitto, dalla Palestina fino al Sudan. Il messaggio che ne esce è di compattezza, esattamente identico a quello con cui ad esempio Riad e Abu Dhabi hanno reagito alle voci su una possibile retromarcia sulle riduzioni delle produzioni petrolifere: notizie uscite sulla stampa anche con l’intento velenoso di marcare qualche divisione, subito smentite dai ministri dell’Energia saudita ed emiratino.

La sovrapposizione tra politica e sport è una questione antica, e gli attacchi al Qatar sono chiare manifestazioni della politicizzazione del calcio. Ci sono state storture, sarebbe inutile negarle, ma come in altri processi che caratterizzano il mondo mediorientale in questa fase storica, occorre usare lenti diverse dalle nostre (quelle classiche, occidentalistiche) per interpretarli. Molto è riassunto nelle parole dello stesso emiro al Thani: “Ospitare la Coppa del Mondo di calcio è un’occasione in cui mostriamo chi siamo, non solo in termini di forza della nostra economia e delle nostre istituzioni, ma anche in termini di identità civile”.

Un’identità che non è solo qatarina, ma diventa regionale, con Doha che si fa portatrice di istanze e dinamiche che riguardano il Golfo, e visto la centralità in crescita che ha l’area, diventano per molti aspetti un interesse globale. “Abbiamo accettato questa sfida per la fiducia nelle nostre potenzialità, noi qatarini, di affrontare la missione e renderla un successo, e per la consapevolezza dell'importanza di ospitare un grande evento come la Coppa del Mondo nel mondo arabo”, ha detto Al Thani.

Con questi mondiali di calcio, ultimo evento sportivo di una lunga serie che negli ultimi anni si è tenuto nei paesi del Golfo, non solo il Qatar, ma tutta la regione si trova al centro dell’attenzione mediatica globale, ma conferma anche, sempre di più, la propria ascesa politica oltre che economica.

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