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Cinque mesi dopo il golpe le partite per il Niger e il Sahel restano aperte

Dopo il colpo di stato di luglio, Niamey è isolata ma non immobile. Gli USA cercano di rinnovare la loro politica africana partendo dalla crisi nigerina, la Russia è pronta a prendersi il paese. Cosa cerca Tiani e quali sono i suoi alleati? Il punto di vista di Luciano Pollichieni

Niamey cinque mesi dopo il golpe

A distanza di cinque mesi dal golpe di luglio Niamey e il Niger si trovano all’interno di un paradosso geopolitico. Il paese del Sahel è sostanzialmente isolato in un limbo creato dalle sanzioni dell’ECOWAS ma al tempo stesso, questo stato dei fatti non ha impedito alla giunta di muoversi in un processo di ridefinizione delle sue alleanze. I partners occidentali sono fondamentalmente divisi in due blocchi. Da una parte la Francia, con in testa il presidente Macron, che resta saldamente ancorata alla linea del non dialogo con la giunta al potere a Niamey. Dall’altra un terzetto composto da Italia, Germania e Stati Uniti più pragmatico, che comprende come nonostante l’illegittimità del golpe vada mantenuto aperto un canale di comunicazione (e alcune iniziative di cooperazione) con i nuovi padroni del Niger. L’arresto di Mohamed Bazoum ha sicuramente privato l’occidente di un alleato fidato e presentabile ma non ha fatto perdere al Niger la propria strategicità in questo settore dell’Africa occidentale. Valore geopolitico che sarà probabilmente confermato nei prossimi mesi dal transito di un numero crescente di migranti spinti verso le coste del Mediterraneo oltre che dall’instabilità nel Sahel anche dalla crisi del debito che sta colpendo il continente. Approfittando delle distrazioni dei partners occidentali, che cercano di capire quale futuro avrà l’impegno verso l’Ucraina e quali esiti produrrà la guerra in corso a Gaza, l’ECOWAS ha adottato una postura più conciliante verso Niamey. Approccio sancito dal vertice di Abuja del 10 dicembre scorso. Il blocco dell’Africa occidentale ha deciso di mantenere in vigore le sanzioni contro Niamey ma ha aperto alle trattative con i militari portate avanti da un comitato guidato da Benin, Sierra Leone e Togo ponendo come condizioni un periodo di transizione più breve e il rilascio di Bazoum. È notizia di questi giorni l’accettazione da parte del governo di Niamey di un nuovo calendario per la transizione dopo le trattative con il terzetto che dovrebbe essere presentato nei prossimi giorni. Come dimostrazione della propria buona fede (o ulteriore esercizio di pragmatismo) l’ECOWAS ha anche ripreso il supporto finanziario alle operazioni di antiterrorismo nel Sahel con l’elargizione di quasi due milioni di dollari a testa per i paesi della neonata Alleanza degli Stati del Sahel (AES, nell’acronimo francese) che mette insieme Mali, Burkina Faso e Niger. Nel frattempo, però, la Corte di Giustizia dell’ECOWAS ha intimato alle autorità nigerine di liberare Mohamed Bazoum, questo dopo aver respinto l’istanza di Niamey per un annullamento delle sanzioni per via legale.

In contemporanea con il braccio di ferro con l’ECOWAS, la giunta di Niamey si è organizzata per trovare una nuova collocazione a livello regionale, in una serie di mosse che puntano a mettere sotto pressione i partner occidentali e ad attrarre il sostegno popolare. A fronte dell’aumento delle morti dovute all’insurrezione sul proprio territorio (cresciuti notevolmente negli ultimi mesi dopo il calo durante l’amministrazione di Bazoum) la giunta cerca di fare massa, schierandosi a fianco degli omologhi golpisti di Mali e Burkina Faso. In questo contesto va letta la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Una creatura l’AES, il cui principale successo al momento è di tipo prettamente mediatico. L’AES è presentata dai suoi artefici come un alfiere del panafricanismo in lotta contro il neocolonialismo occidentale portato avanti dalla Francia e dai suoi alleati, ma al netto di questa retorica d’effetto i risultati ottenuti dalle tre giunte nel combattere l’insurrezione restano miseri. Il Burkina Faso ha perso il controllo del 40% del suo territorio, mentre le milizie filogovernative (VDP) agiscono in maniera spesso troppo autonoma compiendo massacri etnicamente motivati, specialmente contro l’etnia Peul. Parzialmente diversa la situazione del Mali, dove la riconquista di Kidal rappresenta sicuramente un risultato spendibile presso l’opinione pubblica maliana ma quello che la giunta di Bamako finge di ignorare (o ignora) è che l’instabilità che affligge il centro nord del paese è legata ai gruppi armati filo jihadisti e non alle milizie tuareg che hanno governato la città chiave del nord negli ultimi quindici anni. A dimostrare ulteriormente l’irrilevanza dell’AES sul piano militare rispetto a quello mediatico, c’è il fatto che ad oggi questa rimane un’organizzazione dai contorni incerti, nata come alleanza militare ma che occasionalmente è stata presentata come commerciale, monetaria, o addirittura come embrione di una possibile confederazione dei tre stati in futuro a seconda delle circostanze.

La nascita dell’AES ha poi portato alla chiusura nei fatti dell’alleanza del G5 Sahel, anche questo un punto più retorico che sostanziale. Poche organizzazioni regionali infatti, hanno attratto lo stesso ammontare di critiche del G5 la cui efficacia ed utilità erano state messe in dubbio dallo stesso Bazoum. L’uscita di Mali, Burkina Faso e Niger dall’alleanza non ha rappresentato altro che il colpo di grazia a un progetto fortemente voluto dagli occidentali ma criticato dalle leadership locali che ha comunque rappresentato un’ulteriore occasione per i paesi dell’AES per dichiarare lo smantellamento di un pezzo del neocolonialismo bianco (ovviamente non menzionando le critiche mosse già dalle leadership democraticamente elette).

La propaganda sulla nascita dell’AES punta poi a porre in secondo piano un altro fattore che preoccupa la giunta nigerina: gli effetti economici delle sanzioni. A fine novembre il Niger ha fatto default rispetto al pagamento degli interessi sul proprio debito, mentre la spesa pubblica per la manovra del prossimo anno è calata di due terzi. La variabile economica rappresenta ad oggi l’elemento di maggiore preoccupazione per la giunta di Niamey che sperava di normalizzare le relazioni con l’ECOWAS e il resto della comunità internazionale in tempi più brevi. Senza aiuti internazionali il Niger non è ad oggi capace di soddisfare alcuni dei bisogni basilari della sua gente e in questo contesto non sorprende il fatto che negli ultimi due mesi siano tornati a farsi sentire in piazza i sostenitori del presidente deposto. Al di là degli effetti strettamente economici, le sanzioni stanno cominciando ad avere effetti più squisitamente politici. Infatti, anche se il coacervo di inimicizie e gelosie che anima il gabinetto del CSDP era preesistente al golpe, non può essere ignorato come man mano che il peso delle sanzioni si è fatto sentire sono venute a galla le prime spaccature in seno alla giunta. Ad oggi i militari del CSDP sono divisi in merito al futuro del presidente Bazoum, a quale tipo di strategie adottare contro l’insorgenza, e a come ricucire le relazioni con l’ECOWAS. Per lenire queste spaccature serve un supporto extra-africano.

Il Niger tra Stati Uniti e Russia

Il golpe di luglio è stato un campanello di allarme per Washington, non solo per le capacità (vere o presunte) di Mosca di influenzare la geopolitica del Sahel, quanto perché ha offerto una nuova dimostrazione sull’obsolescenza degli strumenti della politica africana di Washington. Come dichiarato dal direttore per gli Affari Africani del National Security Council, Judd Devermont, gli USA hanno bisogno di “aggiungere complessità” alla propria dottrina per il continente partendo proprio dalla crisi di Niamey e dalle relazioni con il governo nigerino. In quest’ottica, vanno lette le mosse apparentemente contradditorie adottate dagli Stati Uniti sulla crisi nigerina. Dopo mesi di trattative inconcludenti, infatti, la Casa Bianca ha ufficialmente riconosciuto la rimozione di Bazoum come colpo di stato, fatto che al di là del valore simbolico ha conseguenze estremamente pratiche. Infatti, in base alle leggi americane il governo statunitense non può collaborare con nessun governo golpista e questo ha comportato la cessazione delle attività di cooperazione allo sviluppo e di mutuo supporto nel settore della difesa dopo che i droni americani nella base di Agadez erano tornati a sorvolare il Niger a due settimane dalla deposizione di Bazoum. Al contempo però, il Dipartimento di Stato ha proceduto con l’iter per la formalizzazione dell’incarico dell’ambasciatrice FitzGibbon, che si trovava a Niamey già dalla metà di agosto. Come fatto sapere dal Dipartimento di Stato, il capo della delegazione a Niamey ha portato avanti la mediazione con le autorità del Niger per poi presentare ufficialmente le proprie credenziali al governo in Niger, passaggio che rappresenta un riconoscimento implicito della giunta di Niamey. La volontà americana di ricucire con Niamey è stata dimostrata anche dalle recenti dichiarazioni della Assistant Secretary, Molly Phee, che ha incontrato a Niamey il nuovo esecutivo e manifestato la volontà americana di riprendere la cooperazione bilaterale. Le tempistiche di queste iniziative di distensione non sono però casuali. L’ambasciatrice americana, infatti, ha presentate le proprie credenziali nella stessa settimana in cui il viceministro della difesa russo, Lounous-Bek Evkourov, ha visitato Niamey incontrando Tiani e il ministro della difesa, Mody. Anche se non sono emersi dettagli precisi in merito all’oggetto dei colloqui, lo stesso Mody ha confermato di aver discusso con la delegazione russa su come rafforzare la cooperazione nel settore difesa tra le due nazioni. Ciò che i nigerini si aspettano da Mosca sono almeno due cose. La prima (di realizzazione abbastanza agevole) è il supporto sul piano militare per contrastare l’insurrezione e soprattutto l’appoggio mediatico da parte degli esperti russi che aiuti a cementare il potere della nuova giunta. Insomma, l’implementazione del Metodo Wagner, che Mosca sta continuando ad usare in Africa anche dopo la dipartita di Prigožin. La seconda è un supporto rapido e sostanzioso delle finanze pubbliche del paese (aspetto decisamente più complesso). Infatti, Mosca può si garantire un supporto per alcuni progetti specifici come sta già facendo in Mali e Burkina Faso, ma un conto è costruire centrali nucleari con Rosatom o fornire fertilizzanti e grano, tutt’altro è farsi carico integralmente della macchina pubblica di uno stato di un milione e trecentomila chilometri quadrati con una popolazione in crescita vertiginosa. La speranza di Niamey è quella che agitando lo spauracchio dell’arrivo dei russi riesca a vincere le reticenze di ECOWAS e stati occidentali e far allentare la morsa delle sanzioni. Mosca punta ad ottenere ulteriore supporto alla guerra in Ucraina nei consessi multilaterali, nuovi clienti per le proprie industrie ma soprattutto la possibilità di sottrarre altre aree d’influenza nel continente a Stati Uniti ed Europa che appaiono sempre più in difficoltà sullo scacchiere africano. Decisiva per alcuni, importante per tutti, la lotta per Niamey è ancora lungi dall’essere conclusa.

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