Dal Kenya al Maghreb. La nuova frontiera africana dell’intelligenza artificiale
L'articolo di Ginevra Leganza
Mutano le cartine politiche, con rapidità, ma sempre più lentamente delle mappe digitali. Per anni, in Africa, si è parlato molto di innovazione tecnologica in riferimento a Kenya, Nigeria, Sudafrica. Si è parlato, cioè, di Nairobi simbolo dell’economia digitale africana, di Lagos fucina di startup finanziarie e di Johannesburg polo tecnologico australe. Ebbene, quel che accade oggi è che la geografia della competizione sull’Ai sta mutando i suoi confini. La competizione, infatti, passa sempre di più dal Nord Africa. Da Tunisia, Algeria e Marocco che sono appena entrati nella classifica africana dei primi dieci paesi più preparati e prestanti nello sviluppo di capitale umano legato al settore.
L’Ai Talent Readiness Index for Africa, elaborato da Qhala e Qubit Hub, illumina il mutamento sintetizzando diversi elementi: la presenza di aziende tecnologiche, di investimenti finanziari, poi il livello della formazione in ambito digitale, della ricerca scientifica e, non ultimo, dell’ecosistema imprenditoriale anche in riferimento alle politiche pubbliche. Ed ecco dunque il Maghreb. Ecco il Nord Africa che sopravanza le economie notoriamente più floride, e che però non rappresenta una sorpresa. La crescita dei tre paesi – sottolineano diverse analisi – non promana infatti dal più recente exploit dell’Ai generativa. Essa è piuttosto il frutto di investimenti accumulati negli anni. I quali, in Tunisia, hanno dato luogo a una lunga tradizione di formazione tecnico-informatica, in Marocco all’istruzione digitale, in Algeria al rafforzamento del settore come elemento di diversificazione economica, ben oltre la dipendenza dagli idrocarburi.
L’Ai parla africano
Ma i dati sull’Ai africana mostrano poi una peculiarità del continente. Ovvero il fatto che la tecnologia viene spesso sviluppata non per soppiantare le attività esistenti, ma per risolvere problemi concreti legati alla gestione delle città, dalle risorse naturali ai servizi pubblici.
In tal senso, i sistemi di Ai non sono, in Africa, soltanto una leva della competizione industriale ma anche uno strumento di sviluppo. Su quest’aspetto si focalizza Machine Intelligence in Africa – pubblicato su un repository gestito dalla Cornell University – che analizza oltre 400 studi sull’Ai nei paesi africani tra il 2018 e il 2023. Il lavoro mostra come la ricerca africana non si concentri soltanto sull’adozione di tecnologie sviluppate altrove, ma anche sulla costruzione di strumenti destinati a rispondere a esigenze locali. In questo quadro, uno degli ambiti più significativi riguarda le lingue africane. Qui, gli autori sottolineano quanto la disponibilità crescente di dataset audio abbia aperto possibilità per sviluppare sistemi di riconoscimento vocale. E lo abbia fatto in lingue generalmente escluse dai modelli tecnologici. In Tunisia, per dire, esiste il TunSpeech: il dataset per il riconoscimento automatico del dialetto tunisino, teso a superare il limite dell’Ai. Ma la stessa logica di sviluppo locale emerge poi nelle applicazioni legate alla gestione delle risorse, alla gestione urbana e a quella del turismo, che nella regione di Marrakech-Safi combina metodi statistici con tecniche di machine learning. In Tunisia, poi, viene citata la previsione, tramite Ai, di produzione di rifiuti urbani nella città di Sousse, con la conseguente pianificazione dei servizi di raccolta.
Dalla formazione all’innovazione interna
Le magnifiche sorti del progresso, tuttavia, non mancano di ombre. Un nodo critico riguarda infatti la capacità di convertire la formazione in innovazione. Di tradurre, cioè, il mutamento in ambito tecnologico in un dinamismo economico, sociale, politico ma interno. Al contrario, alcuni dati elaborati dall’Ocse – a partire dai profili LinkedIn – mostrano come siano esattamente i lavoratori con competenze avanzate coloro i quali più spesso lasciano il continente. Attratti da opportunità in paesi ad alto reddito (Stati Uniti, paesi del Golfo, Europa).
Se consideriamo che il 17 per cento degli africani con istruzione terziaria abbandona la terra natìa, l’analisi mostra, a maggior ragione, il paradosso del Nord Africa. Tunisia, Algeria e Marocco sono tra i pochi paesi africani ad avere una quota di laureati Stem superiore al 20 per cento. Eppure registrano ancora una marcata emigrazione – fintantoché i flussi in ingresso sono composti prevalentemente da lavoratori meno qualificati.
La fuga di professionisti verso Europa, Stati Uniti e Golfo resta quindi una delle sfide principali. Formare specialisti senza creare opportunità interne significa rischiare di esportare senza un ritorno. Questa crescita, a ogni modo, colloca il Maghreb in una posizione particolare: geografica, perché vicino all’Europa e inserito in reti economiche internazionali; ma altresì strategica, per la sua natura di ponte tra le competenze africane e la domanda globale. Con il rischio evidente che la regione rimanga soltanto un bacino di formazione per mercati esterni.