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Divergenze parallele: come l’Etiopia cerca la pace mentre gli etiopi preparano la guerra

di Luciano Pollichieni

La tregua umanitaria lanciata dal governo di Addis Abeba non si è trasformata in un accordo sulla cessazione delle ostilità. Troppi gli assenti al tavolo delle trattative, mentre le violenze etniche valicano i confini del Tigray. Con l’aggravarsi della crisi politica e umanitaria, l’Occidente, occupato in Ucraina, perde rilevanza nel Corno d’Africa.

Quando alla fine del marzo scorso il governo federale etiope dichiarò una “tregua umanitaria unilaterale a tempo indefinito” nella regione del Tigray, in molti speravano che questa potesse rappresentare il primo passo verso una soluzione politica della guerra dopo 16 mesi di combattimenti brutali. In effetti, diversi elementi contribuivano ad alimentare questa speranza. Il conflitto tra Addis Abeba e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) aveva raggiunto una situazione di stallo, con le forze tigrine che non erano in grado di marciare sulla capitale e il governo di Abiy Ahmed Ali a sua volta incapace di conquistare Mekelle (Macallé). La situazione umanitaria in Tigray era disperata e, al contempo, il governo federale si era alienato parecchie simpatie a livello internazionale a causa delle violenze in Tigray e in altre parti del Paese, così come a livello regionale con il varo della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga che sta esacerbando le tensioni con Egitto e Sudan per lo sfruttamento delle risorse idriche del Nilo. Il primo ministro etiope aveva urgente necessità di recuperare qualche amicizia internazionale, anche per ricevere aiuti economici dalle istituzioni finanziarie internazionali, volti a contrastare una disastrosa situazione economica. In questo contesto, la cessazione delle ostilità sembrava fisiologicamente la soluzione migliore per le parti. Tuttavia, a quasi due mesi dall’inizio della tregua, gli sviluppi in Etiopia fanno presagire come il cessate il fuoco possa in realtà rivelarsi una parentesi prima della ripresa delle ostilità, che questa volta minacciano di mettere in crisi in senso strutturale la coesione politica dell’Etiopia in un contesto regionale già di per sé instabile. La domanda da porsi è schietta ma non per questo meno complessa: cosa non ha funzionato nella tregua in Etiopia?

L’embargo umanitario “di fatto” in Tigray

Partendo dall’aspetto essenzialmente umanitario, gli aiuti non hanno raggiunto il Tigray in maniera minimamente sufficiente a rispondere al disastro umanitario provocato dalla guerra. Nelle scorse settimane l’ONU ha definito la situazione sul campo come un “embargo di fatto” sottolineando come il 90 % della popolazione tigrina (7 milioni di persone) abbia urgente bisogno di assistenza umanitaria. Secondo le ultime stime fornite dalle agenzie ONU presenti sul campo, dalla fine di marzo solo quattro convogli di aiuti, composti da 169 mezzi in totale, sarebbero riusciti a raggiungere la regione e, tuttavia, per fronteggiare il fabbisogno degli abitanti del Tigray, servirebbero almeno un centinaio di camion al giorno. Inoltre, a più di un mese dal varo della tregua umanitaria, solo 784 mila persone sono riuscite ad accedere all’assistenza umanitaria nella regione, e solo 1,4 milioni di persone sono state raggiunte dall’assistenza medica a fronte dei quasi 4 milioni che continuano a non avere accesso ai servizi medici di base. A questi si aggiungono poi i civili delle regioni di Amhara e Afar per un totale di 9 milioni e mezzo di persone bisognose di rifornimenti alimentari nel paese secondo le ultime stime del World Food Program.

Va considerato inoltre come l’effetto spillover del conflitto sul piano militare, con gli estesi combattimenti avvenuti per mesi in porzioni consistenti degli stati dell’Afar e dell’Amhara, ne abbia provocato uno anche su quello umanitario, con l’estensione della crisi a gran parte dell’Etiopia settentrionale, centrale e orientale. In termini semplici: la crisi alimentare, l’assenza di equipaggiamento medico e servizi di base non sono più fenomeni esclusivi del Tigray ma di ampie parti del territorio etiope, e questo tipo di dinamica s’inserisce in un contesto di destabilizzazione regionale che affligge buona parte del Corno D’Africa, che protraendosi rischia di creare la “tempesta perfetta” sul piano umanitario oltre che politico.

Una tregua senza accordi

A fronte della crisi prettamente umanitaria, ci sono poi i fattori militare e politico. Nei giorni immediatamente successivi alla tregua, i quadri dirigenti del TPLF hanno denunciato dei movimenti di truppe ai confini del Tigray, preludio, secondo Mekelle (Macallé), ad una nuova offensiva da parte delle forze governative e dei loro alleati eritrei. Questi timori erano condivisi anche dalla leadership dell’Oromo Federalist Party (OFP), che a sua volta aveva denunciato il proseguimento delle azioni militari da parte dell’alleanza filogovernativa. Sebbene questo tipo di dichiarazioni siano state bollate come fisiologiche rispetto al gioco delle parti tra i belligeranti, i timori espressi dal TPLF e dall’OFP si sono col tempo rivelati fondati, quando nella settimana dopo Pasqua le forze di Addis Abeba hanno ripreso l’offensiva nell’Oromia contro l’Oromia Liberation Army (OLA). Gli sviluppi sul campo, infatti, hanno confermato i timori della leadership dell’OLA, con le forze filogovernative che hanno capitalizzato sulla pausa dei combattimenti nel Tigray per riposizionarsi e lanciare un’offensiva più ampia e con massiccio ricorso a mezzi aerei contro l’Oromia. Ad aggravare questo quadro di mancata cessazione delle ostilità, si aggiunge poi l’impasse politica che caratterizza le relazioni tra il governo federale e i suoi oppositori.

Infatti, se la tregua umanitaria doveva essere uno strumento per restaurare la fiducia tra i belligeranti, e quindi aprire le porte a negoziazioni di carattere spiccatamente politico, sinora non sono stati fatti passi sostanziali in questo senso. Il governo di Abiy Ahmed ha riproposto un’iniziativa di dialogo nazionale già esistente in concomitanza con l’inizio della tregua, che però ha destato, fin dal primo momento, più di qualche perplessità tra gli osservatori e gli attori coinvolti nel conflitto. Infatti, alla base di un processo di dialogo nazionale vincente vi sarebbe l’evidente necessità che il governo federale interloquisca con i principali gruppi politico-militari ribelli, segnatamente il TPLF/TDF l’OLA; cosa che però non avviene visto che il TDF e l’OLA sono stati esclusi dal confronto. In questo contesto, una parte della leadership Oromo, più precisamente quella facente parte all’Oromo Federalist Congress, ha esplicitamente denunciato l’approccio del governo rispetto al dialogo nazionale, sottolineando come Addis Abeba stia cercando di utilizzare le opposizioni come capro espiatorio per le proprie inadempienze rispetto alla tregua e alla mancata consegna degli aiuti umanitari.

L’establishment tigrino si trova così di fronte a un rompicapo politico: da una parte il TPLF sa di non poter continuare a resistere all’occupazione delle forze armate eritree nel nord del Tigray e al blocco degli aiuti umanitari a oltranza, dall’altra Mekelle (Macallé) è conscia che il governo federale è poco ricettivo, nei fatti, alla possibilità di un compromesso politico. A livello nazionale, infatti, la guerra civile in Etiopia ha contributo ad esacerbare le tensioni interetniche, un fenomeno di per sé quasi ciclico nella storia del Paese, con la non trascurabile differenza che questa volta nessuna delle parti sembra capace di ottenere la vittoria sul campo e di conseguenza di dar vita a un processo di de-escalation.

Il ruolo del Corno nello scontro tra potenze

Il fallimento della tregua in Etiopia, oltre all’evidente crisi umanitaria e politica, mette in luce una serie di ripercussioni che potrebbero avere degli effetti significativi e di lungo termine nelle relazioni euro-africane così come nella competizione tra l’Occidente e il tandem russo-cinese. Rispetto alle prime, la sottovalutazione del conflitto in Etiopia da parte delle principali cancellerie occidentali ha prodotto un senso di sfiducia diffusa presso diverse leadership africane verso le quali Europa e Stati Uniti non sembrano capaci di andare oltre la retorica umanitaria o l’applicazione di sanzioni. In questo contesto, vanno lette anche le posture di diversi stati africani nell’ambito dell’invasione dell’Ucraina che hanno deciso di adottare una posizione bilanciata tra il blocco euro-atlantico e Mosca in seno alle principali organizzazioni internazionali. I paesi africani puntano a giocare su questa posizione equidistante per negoziare condizioni più vantaggiose per il proprio avvenire. Le leadership europee non sembrano capaci di percepire le controparti del continente come soggetti di un mondo multipolare, più inclini a discutere di questioni strategiche che non a giustificare l’andamento del loro sistema politico interno. In questo modo, l’Occidente non riesce ad emanciparsi da un atteggiamento che, anche se non è neocoloniale nelle intenzioni, lo appare nei fatti, mentre i rivali russi e cinesi, così come le monarchie del Golfo, riescono a leggere con più facilità le aspettative e le ambizioni dei governanti della regione. È in quest’ottica che, dal punto di vista strategico, questa sottovalutazione ha portato anche a sottostimare il fatto che una parte della competizione con la Russia si stia giocando in Africa e specialmente nel Corno, dove Mosca continua a rafforzare i propri rapporti sia con i principali attori regionali (come nel caso del Generale Mohammed Hamdan Dagalo “Hemedti” in Sudan), sia con alcuni dei belligeranti attualmente impegnati nella guerra in Etiopia – come l’Eritrea, il cui partito di governo, il People's Front for Democracy and Justice (PFDJ), ha concluso poche settimane fa la riunione europea della propria ala giovanile (con relative iniziative di fundraising) a Roma. Recentemente, strani movimenti legati alla guerra in Ucraina si sono verificati anche ad Addis Abeba, dove centinaia di ex membri delle forze armate sono stati visti in fila all’ambasciata russa pronti ad arruolarsi per combattere contro le forze armate di Kiev (sebbene Mosca abbia smentito di aver avviato qualsiasi forma di reclutamento nel paese).

In conclusione, le possibilità che il dialogo nazionale e la tregua umanitaria avanzate da Addis Abeba portino a una soluzione politica del conflitto sia in Tigray che nel resto del paese sembrano sempre più difficili. Il TPLF ha esplicitamente dichiarato che il blocco degli aiuti umanitari potrebbe portare a una riapertura delle ostilità e la leadership di Mekelle (Macallé) ormai valuta l’opzione militare contro il governo di Addis Abeba e i suoi alleati eritrei come lo strumento più efficace per frantumare il blocco filogovernativo ed avviare un negoziato – sempre ammesso che tale opzione funzioni. In questo contesto, la crisi etiope (umanitaria e politica) s’inserisce in un quadro regionale complesso caratterizzato dal varo della nuova amministrazione presidenziale in Somalia, dalla crisi governativa in Sudan e dalle prossime elezioni presidenziali in Kenya. I competitors di Europa e Usa (cioè la Cina e la Russia), così come altri blocchi di potere rilevanti come i paesi del Golfo hanno in mente un piano su come ricomporre i conflitti o, quantomeno, beneficiare dal caos grazie alla vendita di armamenti o al supporto in senso politico ed economico delle parti in conflitto. Esiste una via occidentale per la stabilità nel Corno d’Africa? Al momento sembrerebbe di no.

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