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Etiopia: la necessità di una soluzione negoziata

di Akinyi Omondi

Il conflitto in Etiopia è ancora tutt’altro che risolto, ma l’avvio di negoziati tra le parti può rappresentare un passaggio importante per la stabilità del paese e dell’intera regione del Corno d’Africa.

Mentre l'attenzione del mondo è interamente rivolta all'offensiva russa in Ucraina e alle sue implicazioni per la pace e la sicurezza globale, il conflitto in Etiopia è tutt'altro che risolto. Anche se nelle ultime settimane si è passati da un conflitto ad alta intensità ad uno a bassa intensità, una soluzione pacifica e negoziata è ancora difficile da raggiungere. Tuttavia, l'avvio di negoziati significativi tra il governo federale etiope e le forze ribelli nelle periferie – in particolare il Tigray People's Liberation Front (TPLF) e le Tigray Defence Forces (TDF) in Tigray e l'Oromia Liberation Army (OLA) in Oromia – è fondamentale per la stabilità del paese e dell'intera regione.

L'attenzione internazionale sulla guerra interna dell'Etiopia ha iniziato a diminuire quando, il 20 dicembre 2021, il TDF ha annunciato un ripiegamento nella propria regione del Tigray, ritirando le sue forze dalle regioni Afar e Amhara. Questa decisione è arrivata dopo un mese di conflitto con le Forze di Difesa Nazionale Etiopiche (ENDF), con il primo ministro Abiy Ahmed che ha prima organizzato una massiccia campagna di reclutamento tra la popolazione civile, poi ha ottenuto aiuti militari (soprattutto droni armati) da paesi stranieri amici come la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti, la Cina e la Russia, e si è conclusa con l'annuncio del premier che sarebbe andato lui stesso sul campo di battaglia. Il ritiro dei ribelli tigrini, seguito dalla decisione di Abiy di fermare la controffensiva, ha fornito un ambiente più adatto per una soluzione pacifica del conflitto.

Il 29 dicembre 2021, il Parlamento etiope ha votato per la creazione di una commissione per il dialogo nazionale. A ciò ha fatto seguito l'annuncio del governo di voler graziare e rilasciare i prigionieri politici di alto profilo, compresi i membri del TPLF e i leader delle tribù Amhara e Oromo. Il premier Abiy ha chiesto la "riconciliazione nazionale" durante la celebrazione del Natale ortodosso del paese nel gennaio 2022. Tuttavia, il TPLF e l'Oromo Liberation Army (OLA) non sono stati inclusi nel processo di riconciliazione e sono ancora designati come gruppi terroristici. Anche se il governo è stato lodato per aver fatto dei passi avanti verso la soluzione del conflitto, c'è stata una palese ipocrisia nell'intero processo. L'esclusione dei veri antagonisti della guerra, il TPLF e l'OLA, ha sollevato dubbi sul fatto che il governo di Abiy fosse alla genuina ricerca della pace, inducendo a pensare che la richiesta di riconciliazione fosse soltanto una copertura per attenuare la pressione internazionale – specialmente le minacce di sanzioni degli Stati Uniti – e guadagnare tempo per raggiungere uno scopo diverso. Come previsto, la tregua dopo il ritiro di TDF è terminata il 25 gennaio 2022, quando i ribelli tigrini hanno annunciato la loro avanzata nella regione di Afar, percependo la minaccia delle forze filogovernative, in particolare le forze speciali regionali di Afar e le Red Sea Afar Forces, viste come un proxy dell'Eritrea, che è uno dei principali sostenitori della campagna militare del premier Abiy contro il Tigray.

Falliti i tentativi di soluzione pacifica

Da quando il conflitto è scoppiato nel novembre 2020, sono stati fatti numerosi tentativi per convincere le parti in guerra a negoziare una via d'uscita pacifica dalla crisi, ma nessuno vi è ancora riuscito a causa dell'incapacità dei mediatori di conciliare le precondizioni richieste dai gruppi armati e l'approccio intransigente mostrato finora dal primo ministro e dai suoi principali alleati, l'Eritrea e le élite amhara nel suo governo. I numerosi e scoordinati tentativi di negoziato sono un riflesso dell'andamento fluttuante del conflitto in Etiopia e della crisi del multilateralismo che è apparsa così visibile nel contesto Ucraina-Russia.

Un primo tentativo di mediazione in Etiopia è stato avviato dall'Unione Africana (UA) poco dopo lo scoppio delle ostilità nel Tigray il 6 novembre 2020, quando il premier Abiy ha ordinato attacchi aerei su obiettivi militari nella regione. L'UA ha nominato l'ex presidente del Mozambico Joaquim Chissano, l'ex presidente della Liberia Ellen Johnson-Sirleaf e l'ex presidente del Sudafrica Kgalema Motlanthe inviati speciali per osservare lo svolgimento dei colloqui. Tuttavia, il premier Abiy ha insistito sul fatto che avrebbe parlato solo dopo aver catturato i leader tigrini accusati di ammutinamento contro il governo centrale. La crisi è stata aggravata dalla partecipazione delle milizie di etnia amhara e delle truppe eritree nei combattimenti a fianco dell'esercito etiope. Il 23 novembre 2020, tra gli appelli della comunità internazionale al governo federale affinché prendesse la via della mediazione, il premier Abiy ha annunciato che l'esercito etiope avrebbe intrapreso la "fase finale e cruciale" dell'operazione di contrasto, chiudendo di fatto ogni possibilità di mediazione.

Nel gennaio 2021, la guerra è entrata in una nuova fase: il TDF aveva intensificato la sua offensiva contro l'esercito etiope e i suoi alleati, costringendoli a ritirarsi dalle zone rurali del Tigray, spostando la guerra più vicino alle aree urbane. Mentre i combattimenti continuavano nel Tigray, il 19 febbraio 2021, il TPLF ha posto otto condizioni al governo federale, da soddisfare prima di potersi impegnare in trattative. Queste condizioni includevano il permesso di libera circolazione di cibo per fini umanitari, il ritiro delle truppe eritree dal Tigray, la nomina di un mediatore internazionale e la rimozione dell'amministrazione provvisoria scelta dal governo federale. Tuttavia, il 17 maggio 2021, il Ministero degli Affari Esteri etiope ha risposto con un comunicato, secondo il quale il TPLF non avrebbe fatto parte di alcuna trattativa nazionale in quanto gruppo fuorilegge, designato come organizzazione terroristica dal parlamento etiope il 6 maggio 2021.

TDF e TPLF sono stati in grado di superare l'esercito etiope e hanno reclamato Mekelle il 28 giugno 2021. Mentre le forze tigrine espandevano rapidamente il loro controllo su altre città e aree del Tigray settentrionale, orientale e meridionale, il governo ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale. La comunità diplomatica ha tirato un breve sospiro di sollievo: gli Stati Uniti e l'Unione Africana hanno accolto il cessate il fuoco e hanno esortato il TPLF a fare lo stesso per consentire una soluzione pacifica del conflitto. Tuttavia, il cessate il fuoco unilaterale è stata una mossa disonesta da parte di un governo federale in svantaggio. L’amministrazione del Tigray ha ribadito le sue richieste per il ritiro delle forze etiopi, eritree e delle milizie amhara, la fine del blocco e il rilascio di tutti i prigionieri tigrini prima di prendere parte a qualsiasi colloquio con il governo per un cessate il fuoco. Inoltre, ha chiesto alle Nazioni Unite di formare un organismo indipendente per indagare sui crimini commessi durante la guerra e supervisionare il rispetto del cessate il fuoco. Il governo federale non ha mai fatto alcun commento sulle richieste del TPLF, ma piuttosto si è imbarcato nel rastrellamento di altri civili di etnia tigrina nella capitale, Addis Abeba, e in altre aree. Pertanto, il Tigray ha giurato di perseguire i suoi nemici nel tentativo di degradare le loro capacità belliche.

La situazione dei civili in Tigray è peggiorata senza l’accesso agli aiuti umanitari, mentre il governo federale ha continuato a negare le accuse di aver bloccato i rifornimenti e ha invece incolpato i ribelli, dicendo che si è trattato di un complotto per guadagnare consenso. Di contro, il TDF ha continuato ad avanzare nelle regioni di Afar e Amhara sostenendo che il proprio intento era quello di rimuovere il blocco con il fine di aprire un corridoio per gli aiuti umanitari ed entrare nel Tigray, e ha accusato il governo federale di non voler trovare una soluzione pacifica al conflitto. Il governo non si è tirato indietro: i presidenti delle regioni Amhara e Afar hanno invitato la loro gente ad armarsi e a proteggere la loro terra, mentre il premier Abiy ha ordinato un massiccio programma di reclutamento e ha mosso guerra, paragonandola alla battaglia di Adwa. Questo indicava chiaramente che gli sforzi per trovare un accordo tra le due parti non avevano dato alcun frutto.

TDF e OLA si sono alleati e hanno continuato ad avanzare verso la capitale. Parallelamente, il governo federale non ha ceduto sotto la pressione della comunità internazionale, mentre il polarizzato Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non è riuscito ad esprimere una voce univoca sul conflitto. L'11 ottobre 2021, il portavoce del TPLF, Getachew Reda, ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che l'esercito etiope in coordinamento con le forze del nord Amhara aveva lanciato un'offensiva via terra contro le forze del Tigray. Il governo, attraverso il portavoce del primo ministro, Billene Seyoum, ha giustificato l'offensiva sostenendo che il governo ha la responsabilità di proteggere tutti i cittadini etiopi contro gli atti di terrorismo. La situazione è deflagrata quando il governo federale ha lanciato attacchi aerei contro le strutture del Tigray. In risposta, i tigrini hanno continuato ad avanzare verso sud nel tentativo di bloccare la strada Gibuti-Addis e hanno conquistato diversi territori nella regione di Amhara, avvicinandosi ad Addis Abeba, mentre l'OLA avanzava dalle sue posizioni in Oromia, tentando di unire le forze con il TDF.

A questo punto, la minaccia di escalation stava diventando più concreta, con gli Stati Uniti e l'Unione Africana che intensificavano i loro sforzi per portare le parti in guerra ad un tavolo negoziale. L'inviato speciale dell'Unione Africana per il Corno d'Africa, l'ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, ha tenuto incontri con i principali rappresentanti delle due fazioni con l'obiettivo di trovare un terreno comune per una soluzione pacifica. Il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, ha visitato l'Etiopia il 14 novembre 2021, dove ha incontrato il primo ministro, il presidente e altri leader politici chiave. La sua visita è avvenuta un giorno prima che il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, arrivasse a Nairobi, in Kenya. Blinken mirava a diffondere la volontà degli Stati Uniti di porre fine alla crisi in Etiopia.

Il governo etiope, a sua volta, ha elencato le condizioni che dovevano essere soddisfatte prima che qualsiasi negoziato avesse luogo. Volevano che il TDF si ritirasse dalle regioni di Afar e Amhara, fermasse i combattimenti e riconoscesse la legittimità dell'attuale governo. Anche se il governo ha sostenuto che nessuna decisione era stata presa per avviare trattative con i ribelli, e la retorica bellicosa di Addis Abeba sembrava indicare il contrario, l’aver presentato delle condizioni suggeriva una piccola possibilità di trattativa. Tuttavia, il TPLF ha ribadito che uscire dalle due regioni prima di un cessate il fuoco era fuori questione, e ha nuovamente richiesto la rimozione del blocco per consentire l'assistenza umanitaria per la popolazione civile, chiedendo il ritiro di tutte le forze etiopi, eritree e delle milizie amhara dal Tigray occidentale.

Gli sviluppi durante il mese di novembre 2021 indicavano che la fine della crisi non era all’orizzonte. Infatti, mentre le forze ribelli congiunte continuavano ad avvicinarsi ad Addis Abeba da più direzioni, il 26 novembre, i media statali hanno pubblicato un filmato del premier Abiy sul campo di battaglia, giorni dopo aver annunciato che avrebbe guidato il suo esercito dalla linea del fronte. “È giunto il momento di guidare il paese con sacrificio”, aveva precedentemente twittato Abiy, e ha invitato gli etiopi a prendere le armi. L'esercito etiope ha usato in modo massiccio droni armati ricevuti da alleati stranieri nelle settimane precedenti, a volte colpendo indiscriminatamente obiettivi civili. L'uso dei droni ha cambiato il corso del conflitto: nonostante un esercito regolare in disordine e l'uso di milizie civili mal addestrate, il governo federale ha ottenuto “dall'aria” vittorie significative. Incapaci di sconfiggere la superiorità aerea, TDF e OLA hanno dovuto ritirarsi per evitare gravi perdite umane e materiali. Di conseguenza, il 28 novembre le forze di terra federali etiopi hanno ripreso dai ribelli tigrini la città di Chifra nell'Afar, e il 2 dicembre la città di Lalibela, un famoso punto di riferimento nella regione di Amhara.

Nel mezzo di questi nuovi scontri, si è chiaramente manifestata la polarizzazione internazionale. L’1 dicembre 2021, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato in visita ad Addis Abeba e ha espresso fiducia nella capacità dell'Etiopia di risolvere la crisi senza interferenze straniere. Poco dopo, il ministro degli Esteri statunitense Blinken ha lanciato avvertimenti sulle possibili sanzioni, derivanti dagli ordini esecutivi del presidente Biden del settembre 2021, contro i responsabili del conflitto. In mezzo a queste posizioni divergenti, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU continuava a non essere in grado di proporre una via sostenibile verso i negoziati.

Questa fase della guerra è stata caratterizzata da un elevato grado di incertezza. Le forze del Tigray e l'OLA, che solo poche settimane prima erano determinate a marciare verso Addis Abeba, continuavano a ritirarsi. D'altra parte, il governo seguitava a diffondere notizie di vittoria grazie all'ampio uso di droni armati. Le condizioni umanitarie nel paese non hanno smesso di peggiorare – una preoccupazione, questa, condivisa dal segretario Blinken e dal presidente Kenyatta che ha chiesto aiuti umanitari senza ostacoli per le comunità colpite – ed è aumentato il rischio di ulteriori azioni di violenza. Nonostante la situazione inquietante, non si intravedeva ancora alcuna speranza concreta di una svolta per far sì che le due parti in guerra risolvessero pacificamente il conflitto – per non parlare di un cessate il fuoco.

Obasanjo ha incontrato i leader del TPLF a Mekelle e ha ottenuto il sostegno della comunità internazionale sui negoziati come unica opzione; tuttavia, sia l'UA che Obasanjo sono stati visti dai ribelli come una fazione di parte con stretti legami con il governo federale, e qualsiasi possibilità per Obasanjo di svolgere un ruolo rilevante verso una soluzione della crisi etiope è di fatto tramontata.

Nessuna fine in vista; quale sarà il prossimo passo per l'Etiopia?

I combattimenti su bassa scala nella regione settentrionale di Afar, iniziati verso la fine di gennaio 2022, hanno precluso nuovamente l’accesso umanitario alla vicina regione del Tigray. Mentre il TPLF avanza di nuovo verso l'autostrada che collega l'Etiopia, senza sbocco sul mare, a Gibuti, si manifesta la chiara necessità di creare un percorso di dialogo per scongiurare un’escalation delle dinamiche militari che potrebbero rapidamente intensificarsi, coinvolgere ulteriormente l'Eritrea e forse trascinare un fragile Sudan in un complesso conflitto regionale.

Nelle ultime settimane si sono manifestati alcuni segnali di ottimismo. La presidenza keniota è rimasta in prima linea in un'iniziativa internazionale, sostenuta dagli Stati Uniti e da altri membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Questo tentativo mira a riportare le parti in conflitto a dei "colloqui informali", supportati da inviati internazionali, al fine di preparare dei negoziati di pace. È fondamentale che le parti si rendano conto dei rischi di una nuova escalation militare, ma anche che i mediatori comprendano la complessità della situazione, esercitando una pressione decisiva sul premier Abiy Ahmed affinché adotti un approccio più sobrio, disponga un arresto delle operazioni dei droni armati e ordini che i falchi nella sua amministrazione e ad Asmara vengano messi sotto controllo. L'incapacità di assicurare rapidamente un tavolo negoziale in questo frangente lascerà solo una carta sul tavolo: un tentativo di impegno militare definitivo da entrambe le parti, con conseguenze che potrebbero essere difficili da prevedere. Poiché resta alta l'animosità tra il governo federale e i ribelli, questa opzione è ancora nella mente di tutte le parti coinvolte. Con le attuali tensioni geopolitiche globali generate dal conflitto in Ucraina, bisogna che i mediatori intensifichino i loro sforzi per avviare colloqui formali prima che qualsiasi parte del conflitto in Etiopia o qualsiasi forza esterna possa considerare di utilizzare il paese come un proxy per altri conti internazionali da regolare.

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