Il rischio delle milizie
Riproponiamo l'articolo pubblicato da "Il Messaggero" il 1 Marzo 2026
All'alba di sabato 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare congiunta contro l’Iran. Attraverso un massiccio impiego di missili Tomahawk e raid aerei effettuati con munizioni stand-off, sono state colpite numerose installazioni militari e obiettivi dall’alto valore simbolico, come la residenza dell’ayatollah Khamenei e la sede del Ministero della Difesa.
Gli attacchi hanno riguardato principalmente la capitale Teheran, ma anche altre importanti città dell’Iran centro-settentrionale e costiero come Tabriz, Karaj, Qom, Tabriz, Isfahan, Ilam, Shiraz, Bushehr e Minab. Secondo quanto emerso subito dopo l’attacco, gli obiettivi dell’operazione – denominata Epic Fury da parte americana, Lion’s Roar per gli israeliani – sarebbero quelli di distruggere ciò che rimane del programma nucleare, eliminare la minaccia missilistica, azzerare il network di milizie proxy, annientare la marina militare e, soprattutto, sferrare un colpo decisivo al regime degli ayatollah.
Tra fine gennaio e metà febbraio, mentre erano in corso i negoziati in Oman e a Ginevra che hanno poi dato esiti inconcludenti, gli Stati Uniti avevano concentrato nel teatro mediorientale uno dei dispositivi aeronavali più imponenti degli ultimi anni. Nel Golfo è stato schierato il Carrier Strike Group della USS Abraham Lincoln, mentre nel Mediterraneo orientale ha preso posizione quello della USS Gerald R. Ford. A questi si sono aggiunte ulteriori unità provenienti dai teatri limitrofi. Nel complesso — esclusa la componente subacquea — l’area attualmente ospita 16 unità di superficie: due portaerei a propulsione nucleare, undici tra incrociatori e cacciatorpedinieri e tre ulteriori mezzi da combattimento. Una massa critica che equivale a circa il 35% delle unità navali attualmente impiegabili dalla US Navy. Per ampiezza, un dispiegamento simile trova precedenti solo nei grandi cicli operativi del 1990-91 (Desert Shield e Desert Storm) e del 2003 (Iraqi Freedom).
Ma il dato navale non esaurisce la portata dello schieramento. A esso si affianca una componente aerea superiore ai 150 velivoli, tra assetti rischierati nelle basi regionali e velivoli imbarcati: F-22 per la superiorità aerea, F-35 e F/A-18 multiruolo, F-15E e F-16 per strike di precisione, A-10 per attacchi al suolo, EA-18G Growler per la guerra elettronica, piattaforme ISR come RC-135 e P-8A, droni MQ-9. Il tutto sostenuto da una robusta catena di rifornimento con KC-135 e KC-46 e da un’articolata componente missilistica. Ne emerge un’architettura pensata per assicurare dominio informativo, soppressione e distruzione delle difese aeree avversarie e capacità di attacco in profondità contro obiettivi ad alta protezione.
Nonostante i pesanti danni subiti – tra cui vi sarebbe anche la morte di alcune figure chiave del regime – la Repubblica islamica ha dato vita a una estesa ritorsione mediante il lancio di missili e droni, denominata True Promise 4. Alcuni vettori sono riusciti a bucare i sistemi di difesa, arrivando a colpire il territorio israeliano e numerose installazioni militari americane nella regione, tra cui le basi in Giordania, Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Iraq. Tutti gli stati coinvolti hanno condannato l’attacco, accusando Teheran di aver violato la loro sovranità.
Oltre ai rischi spillover derivanti dalla situazione interna all’Iran, dato che il regime da mesi versa in uno stato di forte debolezza, si aggiunge dunque anche il timore di un’escalation regionale, attraverso i proxy regionali di Teheran ed eventuali altre azioni dirette della stessa Repubblica islamica, non solo contro Israele o gli obiettivi militari americani. Infatti, a partire dal Libano, uno dei teatri più fragili della regione, gli storici alleati di Hezbollah conservano capacità di azione rilevanti, nonostante il forte ridimensionamento subito e l’attacco preventivo condotto da Israele su alcune postazioni lanciarazzi immediatamente prima dell’avvio dell’operazione in Iran. In Iraq le milizie sciite (come PMF, Kata’ib Hezbollah, Asa ’ib Ahl-al-Haq, Harakat al-Nujaba e Badr) potrebbero intensificare attacchi contro obiettivi occidentali, cercando di trascinare il paese, immerso in una lunga e complessa transizione politica, verso il caos. Un discorso analogo riguarda la Siria, dove alcune forze fedeli all’Iran avrebbero attaccato il distretto di Suwayda. Ma è soprattutto nelle aree marittime strategiche per i commerci e i traffici internazionali, tra il Mar Rosso e Hormuz che si giocano forse le due partite più importanti e pericolose. Gli Houthi, con le loro capacità missilistiche e con i droni marittimi, rappresentano una seria minaccia per le navi in transito tra Suez e Bab-el-Mandeb. La Repubblica islamica, dal canto suo, potrebbe tentare l’ardita mossa di attaccare le navi nei pressi di Hormuz, scatenando presumibilmente una dura reazione di tutti i player interessati dalla strategicità dello stretto.
Gli scenari che si aprono adesso sono molteplici e non è facile fare previsioni. Vanno dalla possibilità di un attacco di breve durata ed elevata intensità, come nel caso del conflitto di giugno scorso, a quella del rischio di un allargamento del conflitto anche ad altre aree della regione. Tra questi due estremi si possono ipotizzare diverse variabili. La tenuta stessa del regime iraniano, dopo mesi di tensioni interne e proteste di piazza, è adesso un’incognita e potrebbe dare seguito a reazioni violente. Inoltre, è da comprendere come potrebbero muoversi gli alleati di Teheran, Cina e Russia, nei prossimi giorni.
Per questi motivi, l’evoluzione della crisi in corso, considerati anche gli effetti che potrebbe generare a livello locale e regionale non solo sul piano militare, è dunque oggetto della massima attenzione a livello internazionale. Ma solo quanto avverrà nelle prossime ore potrà probabilmente farci comprendere in maniera più certa alcuni possibili sviluppi.