Approfondimenti

La Guerra in Iran

Di seguito l’approfondimento di Federico Deiana e Alessandro Riccioni, pubblicato nel nostro Report Annuale 2026

All’alba del 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via ad un’operazione militare contro la Repubblica islamica dell’Iran con l’obiettivo di infliggere gravi danni alla tenuta del regime di Teheran, abbattendo buona parte della sua leadership, distruggendo definitivamente il suo programma nucleare e degradando le sue capacità ritorsive basate sul sistema missilistico, sulla marina e sul network di milizie proxy che compongono l’Asse della Resistenza. L’azione non è stata circoscritta a pochi obiettivi e ad un periodo limitato di tempo, ma è proseguita nelle settimane successive, scatenando anche la violenta reazione dell’Iran, con significative conseguenze sia per i tre paesi coinvolti in modo diretto, sia in generale per tutto il Medio Oriente.

Dall’attentato del 7 ottobre ai primi scontri con l’Iran

La guerra esplosa in Iran il 28 febbraio 2026 non costituisce infatti un evento isolato, bensì l’esito di una progressiva escalation militare avviatasi all’indomani del 7 ottobre 2023 e sviluppatasi attraverso una sequenza di azioni dirette e indirette che hanno progressivamente eroso le soglie di deterrenza tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran e proxy dall’altro.

L’attacco condotto da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, con oltre 1.200 vittime e 251 ostaggi, ha rappresentato una cesura strategica per Tel Aviv. La risposta israeliana, avviata con l’operazione “Swords of Iron”, si è tradotta in una campagna militare prolungata nella Striscia di Gaza, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare l’infrastruttura militare di Hamas e recuperare gli ostaggi. Tuttavia, fin dalle prime settimane, il conflitto ha assunto una dimensione regionale. Le milizie riconducibili all’“Asse della Resistenza” sostenuto da Teheran – attive in Libano, Siria, Iraq e Yemen – hanno intensificato attacchi missilistici e con droni contro Israele, aprendo fronti a bassa e media intensità lungo l’intero perimetro strategico dello Stato ebraico. In questa fase, l’Iran ha continuato a operare prevalentemente attraverso il proprio sistema di proxy, preservando formalmente una distanza operativa dal confronto diretto.

Particolarmente rilevante, sotto il profilo militare, è stata l’azione degli Houthi yemeniti nel Mar Rosso a partire dal novembre 2023, con attacchi contro il naviglio commerciale occidentale. L’obiettivo era duplice: colpire indirettamente Israele e i suoi alleati sul piano economico e dimostrare la capacità iraniana di proiettare instabilità lungo choke points marittimi strategici. La risposta occidentale si è concretizzata nell’attivazione delle missioni navali “Aspides” (UE) e “Prosperity Guardian” (USA-UK), volte a garantire la sicurezza delle rotte commerciali, segnando un primo ampliamento operativo del conflitto.

Il passaggio decisivo verso il confronto diretto tra Israele e Iran si è verificato nella primavera 2024. Il 1° aprile, un raid aereo israeliano ha colpito il consolato iraniano a Damasco. La risposta di Teheran, tra il 13 e il 14 aprile, con l’“Operazione True Promise”, ha segnato la prima azione militare diretta iraniana contro Israele dalla rivoluzione del 1979: centinaia di droni e missili lanciati verso il territorio israeliano, affiancati da attacchi delle milizie proxy. Oltre il 95% dei vettori è stato intercettato grazie al sistema multilivello di difesa aerea israeliano e al supporto di assetti occidentali e regionali. L’episodio ha rappresentato non soltanto un salto quantitativo nell’intensità dello scontro, ma anche una trasformazione qualitativa della postura iraniana: per la prima volta, Teheran ha accettato il rischio dell’esposizione diretta, riducendo la tradizionale ambiguità strategica che aveva caratterizzato il proprio impiego dei proxy.

La dinamica azione-reazione è proseguita nei mesi successivi. Il 19 aprile Israele ha colpito una base nei pressi di Isfahan. Dall’estate 2024 Tel Aviv ha inoltre avviato una sistematica campagna di decapitazione della leadership dell’Asse della Resistenza: eliminazioni mirate a Beirut e a Teheran, fino all’“Operazione Grim Beeper” del settembre 2024, con la compromissione dei sistemi di comunicazione di Hezbollah in Libano. Nei giorni seguenti, una serie di raid aerei ha colpito vertici operativi dell’organizzazione, incluso il segretario generale Hassan Nasrallah. Tali operazioni hanno inciso profondamente sulla catena di comando e controllo del principale proxy iraniano nel Levante, alterando gli equilibri interni all’architettura di deterrenza costruita da Teheran negli anni precedenti.

La reazione iraniana del 1° ottobre 2024, con l’“Operazione True Promise II”, ha confermato questa traiettoria. Pur mantenendo attivo il coinvolgimento delle milizie alleate, Teheran ha nuovamente fatto ricorso a un lancio massiccio di missili balistici e vettori a lungo raggio contro Israele. Nonostante l’elevato tasso di intercettazione, alcuni ordigni hanno raggiunto obiettivi sensibili, incluse le basi di Nevatim e Tel Nof, segnalando un parziale adattamento tattico e una crescente disponibilità a testare le capacità difensive israeliane. La progressiva normalizzazione dello scambio diretto di fuoco tra i due Stati ha così contribuito a un’ulteriore erosione delle soglie di contenimento precedentemente osservate.

Israele ha risposto il 26 ottobre con tre ondate di attacchi aerei contro circa 20 siti nell’Iran centro-occidentale: basi militari, lanciatori mobili, infrastrutture energetiche, radar e postazioni antimissilistiche, comprese batterie dotate di sistema S-300. L’ampiezza e la profondità dei target colpiti hanno mostrato una crescente disponibilità israeliana a operare direttamente sul territorio iraniano, superando una delle principali linee di cautela strategica mantenute negli anni precedenti.

Parallelamente, nei primi giorni di ottobre 2024, le IDF hanno avviato un’incursione terrestre nel Libano meridionale, intensificando la pressione su Hezbollah lungo il confine settentrionale. A metà ottobre è stato eliminato a Rafah Yahya Sinwar, figura chiave di Hamas nella Striscia di Gaza, completando una fase di neutralizzazione dei principali vertici operativi dei proxy iraniani.

Il quadro strategico si è ulteriormente modificato nel dicembre 2024 con la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria. Per Teheran, Damasco costituiva un corridoio logistico essenziale per il rifornimento delle milizie sciite, in particolare Hezbollah. La perdita di tale continuità territoriale ha indebolito l’architettura regionale dell’Asse della Resistenza, riducendo la capacità iraniana di esercitare pressione diretta sul fronte settentrionale israeliano e restringendo gli spazi di deterrenza indiretta.

Sul piano politico-strategico, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha determinato il ripristino di una strategia di “massima pressione” verso l’Iran, attraverso un irrigidimento del regime sanzionatorio e un’intensificazione delle operazioni militari statunitensi in Yemen contro gli Houthi. Nei primi mesi del 2025 Washington ha tentato, parallelamente, di riaprire un canale negoziale sul programma nucleare iraniano, proponendo limitazioni all’arricchimento dell’uranio in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Le trattative, dopo segnali iniziali di apertura, si sono arenate nel maggio 2025 di fronte al rifiuto iraniano di accettare condizioni quali la cessazione dell’arricchimento e lo smantellamento dell’infrastruttura nucleare.

Allo scadere della primavera 2025, il confronto tra Israele e Iran non era più soltanto una guerra per procura a bassa intensità, ma un confronto in cui entrambi gli attori avevano progressivamente interiorizzato la possibilità dello scontro diretto come opzione praticabile. L’indebolimento relativo dell’architettura proxy iraniana, il fallimento del negoziato sul nucleare e la percezione israeliana di una minaccia esistenziale legata al possibile raggiungimento di capacità atomiche da parte di Teheran hanno creato le condizioni per il salto di fase: la Guerra dei Dodici Giorni.

La Guerra dei Dodici Giorni e l’Operazione Midnight Hammer

Nella notte tra il 12 e il 13 giugno 2025 Israele ha avviato un’operazione militare su larga scala contro la Repubblica Islamica, segnando il passaggio dalla competizione armata a intensità variabile a un conflitto apertamente interstatale. L’operazione, denominata “Rising Lion”, aveva un duplice obiettivo strategico: interrompere il programma nucleare iraniano e degradare in modo significativo le capacità militari convenzionali e missilistiche di Teheran.

Sul piano tattico-operativo, la prima fase è stata caratterizzata da una classica campagna di soppressione delle difese aeree e di paralisi del sistema di Comando e Controllo. Nelle prime ore, i velivoli dell’aeronautica israeliana hanno colpito i principali nodi della difesa aerea attorno a Teheran e nelle regioni nord-occidentali, prendendo di mira radar, siti missilistici terra-aria, lanciatori mobili e depositi di munizioni. Parallelamente, raid mirati tra Teheran e Qom hanno eliminato figure chiave dell’establishment militare e del programma nucleare. La simultaneità tra decapitazione della leadership e neutralizzazione delle difese ha inciso in modo diretto sulla capacità iraniana di coordinare una risposta immediata.

Una volta indeboliti gli scudi difensivi, l’offensiva si è concentrata sui siti nucleari e sulle infrastrutture connesse all’arricchimento dell’uranio: Natanz, Esfahan, Fordow, Arak e strutture collegate nella capitale. Oltre agli attacchi aerei convenzionali, sono stati impiegati sciami di droni e, secondo diverse indicazioni, autobombe e asset clandestini preposizionati sul territorio iraniano, a conferma di una preparazione multilivello dell’operazione.

Con il progressivo conseguimento della superiorità aerea sulla capitale e sul nord-ovest del paese – condizione che ha consentito anche a velivoli meno avanzati di operare nel teatro – la campagna è entrata in una seconda fase di ampliamento geografico e funzionale dei target. Sono stati colpiti radar (in particolare sistemi Ghadir), aeroporti, piste, hangar, velivoli e, in via prioritaria, infrastrutture missilistiche, lanciatori mobili e depositi. Successivamente, l’azione si è estesa a infrastrutture energetiche, logistiche e industriali nelle province del Khuzestan, Bushehr, Semnan, Razavi Khorasan, Fars, Hormozgan e Yazd: raffinerie di gas e petrolio, depositi di carburante, industrie elettroniche e missilistiche, oltre a edifici governativi legati al controllo interno, inclusi il carcere di Evin e sedi del Law Enforcement Command, della polizia cyber (Fata) e della milizia Basij. Dopo oltre 200 attacchi confermati, non risultavano colpiti asset della marina iraniana, mentre erano state registrate diffuse interruzioni elettriche e delle comunicazioni, nonché cyber-attacchi contro il sistema finanziario e le infrastrutture digitali del regime.

La risposta iraniana, avviata circa 18 ore dopo l’inizio dell’offensiva, si è articolata nell’operazione “True Promise III”. Teheran ha lanciato droni, missili da crociera e soprattutto missili balistici contro Israele in differenti ondate. La quasi totalità dei droni è stata intercettata prima dell’ingresso nello spazio aereo israeliano, mentre una parte dei missili è riuscita a superare il sistema difensivo multilivello composto da Arrow 3, Arrow 2, David’s Sling e, in misura minore, Iron Dome, causando danni a Tel Aviv, Haifa e nelle aree circostanti. Il tasso di intercettazione stimato intorno al 90% ha confermato l’efficacia del dispositivo difensivo, pur non azzerando il rischio.

Le prime ondate hanno raggiunto le 100–150 unità, per poi ridursi progressivamente a 35–40 e successivamente a 10–12 missili; solo il 19 giugno si è registrato un temporaneo aumento oltre le 20 unità con l’impiego dei sistemi più sofisticati. Complessivamente sarebbero stati lanciati oltre 500 missili. Il progressivo ridimensionamento delle raffiche, unito all’assenza di un sostegno significativo da parte dei proxy regionali, ha ulteriormente limitato l’efficacia della risposta iraniana. Degno di nota il riposizionamento degli asset missilistici dalle regioni occidentali, più esposte agli attacchi dell’IAF, verso aree centrali, con conseguente ricorso a vettori a maggiore gittata quali Ghadr-H, Emad, Sejjil-1 e Khorramshahr.

La terza fase del conflitto si è aperta nella notte tra il 21 e il 22 giugno con l’intervento diretto degli Stati Uniti, nell’operazione “Midnight Hammer”. Dopo un massiccio riposizionamento di forze – inclusi Carrier Strike Group nel Mediterraneo orientale e nell’area mediorientale, afflusso di velivoli in basi europee e del Golfo e un dispiegamento con evidente funzione diversiva – Washington ha colpito i siti di Fordow, Natanz ed Esfahan. L’attacco è stato condotto da sette bombardieri stealth B-2 Spirit partiti dalla base di Whiteman (Missouri), supportati da circa 125 velivoli tra assetti ISR, scorta, guerra elettronica e rifornimento in volo. Prima del bombardamento, un sottomarino – probabilmente un SSGN classe Ohio – ha lanciato circa 30 missili da crociera Tomahawk. I B-2 hanno sganciato 14 bombe GBU-57 “bunker buster” (12 su Fordow, 2 su Natanz), mentre i Tomahawk hanno colpito Esfahan. In totale sarebbero state impiegate circa 75 armi guidate di precisione.

La risposta iraniana si è concretizzata il 23 giugno con attacchi missilistici contro la base americana di Al-Udeid in Qatar, senza provocare danni significativi. A seguito di questa reazione circoscritta, Washington ha annunciato una tregua, chiudendo una fase di dodici giorni che ha visto un’intensa sequenza di operazioni aeree, missilistiche e cyber e che ha ridisegnato in modo sostanziale l’equilibrio militare tra Israele, Iran e Stati Uniti, preparando il terreno alla fase successiva del conflitto.

Il fallimento dei negoziati e l’avvio dell’operazione Epic Fury/Roaring Lion

Nei mesi successivi alla tregua del 23 giugno 2025, il teatro mediorientale ha conosciuto una fase di significativa diminuzione delle ostilità tra Israele, Stati Uniti e Iran. L’intensità delle operazioni militari si è drasticamente ridotta, perlopiù limitata a sporadici raid aerei, mentre il confronto è tornato su livelli più contenuti, prevalentemente informativi, cyber e diplomatici. In questo lasso di tempo – tra l’estate e la fine del 2025 – il dibattito strategico internazionale si è concentrato su un interrogativo cruciale: quanto profondi e duraturi fossero stati i danni inflitti al programma nucleare iraniano.

Le dichiarazioni ufficiali statunitensi avevano parlato di gravi distruzioni nei siti di Fordow, Natanz ed Esfahan; tuttavia, permanevano incertezze circa la reale compromissione delle attività di arricchimento, in particolare nei complessi più protetti e interrati. La possibilità che Teheran fosse in grado di ricostituire, almeno in parte, le proprie capacità nel medio periodo rimaneva al centro delle valutazioni delle cancellerie occidentali. Proprio in questo contesto, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale americana, pubblicata a novembre 2025, aveva comunque delineato un progressivo alleggerimento della presenza militare nella regione, ritenendo che la fase più acuta del confronto fosse stata superata e che fosse possibile ridurre l’esposizione diretta statunitense.

Questo equilibrio precario è stato messo in discussione dall’aggravarsi della crisi interna all’Iran a gennaio 2026. L’emergere di proteste diffuse, accompagnate da una repressione violenta, ha riportato il dossier iraniano al centro dell’attenzione internazionale. In parallelo, la Casa Bianca ha recapitato a Teheran un ultimatum: riaprire i negoziati su programma nucleare, arsenale missilistico e legami con le milizie proxy regionali, oppure affrontare un nuovo intervento militare.

A differenza della sofisticata manovra diversiva che aveva preceduto “Midnight Hammer”, la nuova fase è stata caratterizzata da un dispiegamento esplicito e massiccio di forze con finalità coercitive e negoziali. Nel Golfo è stato rischierato il Carrier Strike Group della USS Abraham Lincoln, mentre nel Mediterraneo orientale ha preso posizione quello della USS Gerald R. Ford. Complessivamente, l’area ha ospitato oltre 15 unità di superficie – tra cui due portaerei nucleari, undici tra incrociatori e cacciatorpedinieri e tre ulteriori mezzi da combattimento – pari a circa il 35% delle unità navali impiegabili dalla US Navy. Uno schieramento che, per ampiezza, richiamava i grandi cicli operativi del 1990-91 e del 2003. Alla componente navale si è affiancato un dispositivo aereo superiore ai 150 velivoli, tra assetti imbarcati e rischierati nelle basi regionali: F-22 per la superiorità aerea, F-35 e F/A-18 multiruolo, F-15E e F-16 per strike di precisione, A-10 per attacchi al suolo, EA-18G Growler per la guerra elettronica, piattaforme ISR come RC-135 e P-8A, droni MQ-9, sostenuti da una robusta catena di rifornimento con KC-135 e KC-46. L’architettura complessiva indicava una postura pronta alla soppressione e distruzione delle difese aeree e alla conduzione di attacchi in profondità contro obiettivi ad alta protezione.

Tra fine gennaio e metà febbraio, mentre si svolgevano negoziati in Oman e a Ginevra, tale massa critica è stata utilizzata per esercitare una pressione militare e psicologica su Teheran. In sede negoziale, gli Stati Uniti, sostenuti da Israele, hanno spinto per includere simultaneamente tre pilastri: smantellamento del programma nucleare, limitazione dell’arsenale missilistico e scioglimento delle milizie affiliate all’Asse della Resistenza. Teheran, al contrario, ha voluto discutere del solo dossier nucleare, cercando al contempo di dilatare il più possibile le tempistiche delle trattative. Rispetto alle richieste americane circa la cessazione permanente dell’arricchimento di uranio, lo smantellamento dei tre principali siti nucleari e il trasferimento delle riserve di uranio all’estero, il regime sarebbe stato disposto soltanto a sospendere temporaneamente l’arricchimento per un periodo limitato e a ridurre a gradi inferiori il livello delle attuali riserve, sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Per tale concessione la Repubblica islamica avrebbe chiesto in cambio la rimozione completa delle sanzioni. Una richiesta ambiziosa, considerato che Teheran si trovava in una posizione negoziale sensibilmente più debole rispetto al 2015, non solamente sul fronte internazionale ma soprattutto internamente, data la netta sconfitta militare subita a giugno e, soprattutto, la prosecuzione delle proteste in tutto il paese.

Per entrambi gli attori, il nodo centrale che ha causato lo stallo è risultato essere la sostenibilità politica del negoziato. Le richieste di Washington sembravano andare oltre ciò che Teheran poteva concedere senza compromettere la propria tenuta interna. In parallelo, un accordo circoscritto al solo nucleare non sarebbe stato sufficiente per soddisfare Stati Uniti e Israele. Il fallimento dei colloqui ha quindi segnato il passaggio dalla coercizione alla forza.

All’alba del 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno infatti avviato un’operazione militare congiunta denominata “Epic Fury” per Washington e “Roaring Lion” per Tel Aviv. Nelle prime ore dell’operazione, l’offensiva si è sviluppata mediante un massiccio impiego di missili da crociera lanciati da piattaforme navali e sottomarine, affiancati da raid aerei condotti con munizionamento stand-off. I primi attacchi hanno preso di mira installazioni militari e obiettivi ad alto valore strategico e simbolico, tra cui la residenza della Guida Suprema Ali Khamenei e la sede del Ministero della Difesa. Sebbene i raid abbiano interessato l’intero territorio nazionale, la concentrazione principale degli attacchi si è registrata su Teheran e su altri centri strategici dell’Iran centro-occidentale e delle aree costiere del Golfo.

A differenza delle operazioni precedenti, il disegno strategico della campagna non è stato limitato alla degradazione di singole capacità militari, ma ha puntato a colpire in modo diretto l’infrastruttura di potere del regime. L’obiettivo principale è stato quello di compromettere simultaneamente tre dimensioni fondamentali della proiezione iraniana: le capacità militari convenzionali, gli strumenti di proiezione esterna e l’apparato di controllo e repressione interna.

In termini operativi, la prima fase ha ricalcato i principi classici delle campagne aeree contemporanee. Le forze statunitensi e israeliane hanno avviato una sistematica azione di soppressione e distruzione delle difese aeree iraniane, colpendo radar a lungo raggio, batterie missilistiche terra-aria, centri di comando e reti di comunicazione militare. Parallelamente, sono state prese di mira le principali capacità ritorsive di Teheran: lanciatori mobili, basi missilistiche, depositi di droni, aeroporti militari e infrastrutture della marina – e relativi mezzi – con l’obiettivo di ridurre la possibilità di una risposta coordinata su larga scala.

Nelle fasi iniziali dell’offensiva sono stati impiegati prevalentemente gli assetti aerei più avanzati, in particolare velivoli di quinta generazione e piattaforme dedicate alla superiorità aerea (F22 e F35), armati con munizioni a lungo raggio. Questa scelta operativa ha consentito di colpire obiettivi ad alta protezione riducendo l’esposizione alle difese iraniane ancora attive. Con il progressivo indebolimento della rete radar e dei sistemi antimissile, la coalizione ha gradualmente esteso la propria libertà d’azione nello spazio aereo iraniano.

Nel giro di alcuni giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno raggiunto una condizione di superiorità aerea prima sull’area metropolitana di Teheran e successivamente su gran parte del paese. Tale evoluzione ha permesso l’impiego di velivoli meno avanzati (come gli F15, F16, F18 e gli A-10) e, soprattutto, l’utilizzo sistematico di munizionamento guidato di precisione stand-in, lanciato a distanza ravvicinata contro obiettivi tattici e infrastrutturali. Accanto ai caccia multiruolo impiegati nelle prime fasi, sono entrati progressivamente in azione anche velivoli da attacco e bombardieri strategici, come i B2, i B1 e i B-52, ampliando la portata geografica e funzionale degli strike.

In questa fase la campagna si è concentrata sulla distruzione sistematica delle infrastrutture militari iraniane: depositi di munizioni, centri radar, basi aeree, hangar e velivoli al suolo, nonché installazioni logistiche o legate al programma nucleare e varie industrie strategiche, come quelle energetiche, petrolchimiche e siderurgiche. Particolare attenzione è stata riservata alla componente navale dispiegata nel Golfo, nello stretto di Hormuz e, in misura minore, nel Mar Caspio: secondo diverse stime, oltre centocinquanta unità navali iraniane sarebbero state infatti colpite o affondate.

Parallelamente alla degradazione delle capacità militari convenzionali, gli attacchi hanno progressivamente preso di mira anche i nodi politici e istituzionali che costituiscono l’architettura decisionale del regime. Tra i target figurano strutture collegate al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e all’Assemblea degli Esperti, oltre a una serie di sedi operative dell’apparato di sicurezza e intelligence.

Un’attenzione crescente è stata inoltre dedicata alle infrastrutture responsabili del controllo interno e della repressione delle proteste. Installazioni appartenenti alle forze di sicurezza, alla milizia Basij, al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e alle strutture di polizia sono state colpite in modo particolare nella capitale e nelle regioni nord-occidentali a maggioranza curda, dove negli ultimi mesi si erano registrati episodi di forte instabilità interna. Contestualmente, diversi attacchi hanno preso di mira anche le infrastrutture mediatiche e di propaganda del regime, incluse stazioni di trasmissione e centri di broadcasting statali.

La ritorsione iraniana

Dopo un’iniziale fase di assestamento, determinata dallo sbandamento prodotto dai danni dell’operazione israelo-americana, l’Iran ha avviato una controffensiva articolata – che ha preso il nome di “True Promise 4” – presentata dalle autorità di Teheran come la “più devastante” nella storia della Repubblica islamica. A partire dal 28 febbraio, tale campagna si è concretizzata in lanci ripetuti di missili e droni, inizialmente diretti contro Israele e contro assetti diplomatico-militari statunitensi presenti nella regione, in particolare nel Golfo, per poi estendersi progressivamente alle infrastrutture regionali, soprattutto energetiche e commerciali, nonché allo Stretto di Hormuz, snodo strategico per i traffici marittimi globali. In parallelo, Teheran ha avviato anche una campagna interna finalizzata a neutralizzare presunte forze antigovernative ritenute potenzialmente in grado di destabilizzare ulteriormente il regime.

Vi sono, tuttavia, notevoli differenze rispetto a quanto accaduto nelle precedenti ritorsioni. Israele, anche in questo caso, è stato oggetto di un elevato numero di lanci di droni e soprattutto di missili balistici e da crociera, perlopiù intercettati dalle difese di Tel Aviv. Questa volta Teheran ha però preso di mira in modo più consistente gli avamposti diplomatici e militari statunitensi dislocati nella regione, con una progressiva estensione verso centri e infrastrutture economico-commerciali locali. Tra queste, dal 28 febbraio sono stati colpiti la base di Ali al Salem, Camp Arifjan, Camp Buehring e il porto di Shuaiba in Kuwait, la base aerea di Al Udeid in Qatar, il Comando della V Flotta USA in Bahrain, la base aerea di Prince Sultan in Arabia Saudita, nonché diverse installazioni sia militari che petrolifere statunitensi nel Kurdistan iracheno (Harir Air Base, Erbil Airport, Nasiryah Airbase, Sarsang oil field) e in Oman (porti di Duqm e Salalah). Nei giorni immediatamente successivi sono stati inoltre colpiti l’Ambasciata statunitense a Riad e quella in Kuwait (2 marzo), oltre al Consolato USA a Dubai (3 marzo). Da segnalare, inoltre, l’ampliamento del perimetro operativo oltre la dimensione strettamente regionale, come dimostrano l’attacco contro la base della Royal Air Force britannica di Akrotiri a Cipro, i missili che hanno violato lo spazio aereo turco, il lancio di un drone che il 5 marzo ha colpito l’aeroporto azero di Nakhchivan e soprattutto il lancio di due missili balistici contro la base di Diego Garcia il 21 marzo.

Gli attacchi iraniani, progressivamente diminuiti quanto a frequenza e letalità con il passare dei giorni, hanno avuto il preciso obiettivo di creare una percezione di insicurezza e caos sul piano economico, politico e sociale, tanto all’interno quanto all’esterno della regione. Nel complesso, ad esempio, gli Emirati Arabi Uniti risultano il paese più colpito, incluse le infrastrutture portuali di rilevanza strategica quali Zayed (Abu Dhabi) e Jabal Ali (Dubai). Seguono Qatar, Bahrain, Kuwait, Arabia Saudita, Oman, Iraq, Giordania e Siria. Le operazioni hanno interessato sia centri abitati sia infrastrutture chiave, determinando criticità rilevanti soprattutto in relazione alla produzione e allo stoccaggio di idrocarburi, oltre alla desalinizzazione dell’acqua e alla produzione di acciaio e alluminio. Anche laddove non colpite direttamente, l’insicurezza ed il caos generati dagli attacchi iraniani hanno portato le principali compagnie del settore operative nella regione ad interrompere o quantomeno a rallentare le proprie attività. In questo senso, QatarEnergy ha sospeso la produzione di gas naturale liquefatto (GNL) dopo gli attacchi contro i siti di lavorazione di Ras Laffan e Mesaieed, Saudi Aramco ha disposto la chiusura dell’impianto di Ras Tanura (il maggiore impianto di raffinazione del Regno), ed il Kurdistan iracheno (seguito anche dal governo centrale di Baghdad) ha interrotto l’export di greggio. Tale tendenza è stata seguita nei giorni seguenti anche dalla Kuwait Petroleum Corporation e da Bapco Energies del Bahrein dopo gli attacchi subiti nella giornata del 9 marzo. Le ripercussioni sui mercati energetici globali sono state immediate e particolarmente severe, con una rapida impennata dei prezzi degli idrocarburi registrata già nei primi giorni.

Parte integrante di questa strategia di pressione sulle economie del Golfo, e di riflesso sui mercati globali, è rappresentata dalle operazioni sullo Stretto di Hormuz. Situato tra Iran e Oman, lo Stretto costituisce uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo. Vi transita circa il 20% della produzione petrolifera globale e una quota rilevante delle esportazioni di gas liquefatto (GNL) proveniente dal Golfo. Alla luce di tale rilevanza strategica, dal 28 febbraio Teheran ha iniziato a prendere di mira le imbarcazioni commerciali in transito mediante dispositivi relativamente semplici, come i droni aerei e marittimi, e attraverso la posa di mine (Maham 3 e 7). Pur in assenza di una chiusura formale, il traffico marittimo è risultato di fatto gravemente compromesso con i transiti complessivi di tutte le tipologie di navi che durante l’offensiva sono diminuiti anche del 90% rispetto al periodo precedente al 28 febbraio e con le principali compagnie internazionali di shipping che hanno sospeso l’attraversamento dell’area.

Da notare, inoltre, come un ruolo rilevante nella risposta iraniana sia stato assunto dalle milizie proxy di Teheran. In Libano, Hezbollah – nonostante l’accordo con Israele per il cessate il fuoco di novembre 2024 –, dopo aver diffuso un comunicato di cordoglio per la morte della Guida Suprema, si è attivato con il lancio di missili e droni contro Israele a partire dal 1° marzo. Nella stessa giornata è giunta la risposta di Tel Aviv, che ha dato avvio a un’operazione aerea finalizzata a colpire sia i vertici che le infrastrutture del gruppo per azzerarne le attività. Il 3 marzo, inoltre, le IDF sono entrate via terra nel sud del paese, ampliando le operazioni a partire dal 16. In questo contesto, vi è da segnalare la posizione del governo libanese, che si è dichiarato estraneo a qualsiasi azione condotta dal proprio territorio, impegnandosi inoltre nel contrasto a Hezbollah, del quale sono state vietate tutte le attività politiche e militari. In Iraq, invece, diversi proxy – perlopiù compresi nelle PMF o nella coalizione dell’Islamic Resistance in Iraq (IRI) – hanno lanciato attacchi con missili e droni contro diversi siti strategici. Tra gli obiettivi colpiti ci sono avamposti militari, infrastrutture logistiche e installazioni energetiche, sia occidentali (presenti soprattutto nel Kurdistan iracheno) sia degli altri paesi della regione (in particolare dello stesso Iraq e di Siria, Arabia Saudita, Bahrein, Giordania e Kuwait). Washington e Tel Aviv hanno risposto con una serie di strikes mirati contro infrastrutture a vario titolo connesse ai proxy iraniani attivi in Iraq. Dal 27 marzo anche gli Houthi yemeniti hanno iniziato a lanciare attacchi contro Israele, seppur dalle più ridotte dimensioni rispetto al passato.

Parallelamente, sul fronte interno, la Repubblica Islamica ha intensificato una serie di iniziative volte a contenere e neutralizzare la proliferazione di attori capaci di costituire centri di potere alternativi e potenzialmente destabilizzanti per il regime. Oltre ad aver interrotto la connessione alla rete internet, al fine di prevenire possibili recrudescenze di sommosse popolari analoghe a quelle registrate all’inizio del 2026 sono stati presi di mira i principali gruppi di opposizione. Tra questi figurano i gruppi armati curdi, attivi soprattutto lungo il confine con l’Iraq, alcuni dei quali riuniti dal 22 febbraio 2026 nella Coalition of Political Forces of Iranian Kurdistan (CPFIK): a partire dal 4 marzo sono stati documentati attacchi iraniani mirati contro infrastrutture e sedi logistiche di questi gruppi sia in Iran sia nel Kurdistan iracheno. Anche la popolazione Baluchi, localizzata nelle province del Sistan e del Baluchistan al confine con il Pakistan e riunita prevalentemente nel Mobarizoun Popular Front (MPF), è stata oggetto di ripetute operazioni di contrasto da parte del governo centrale di Teheran.

Il Medio Oriente resta in bilico

Già dopo i primi giorni di combattimenti è apparso chiaramente come il conflitto esploso nel febbraio 2026 si sia configurato come uno degli scontri più ampi e complessi nella storia contemporanea del Medio Oriente, sia per il numero di attori coinvolti e la quantità di assetti militari impiegati, sia per le rilevanti conseguenze economiche e umanitarie prodotte su scala regionale. Per Stati Uniti e Israele, l’operazione Epic Fury/Roaring Lion non ha costituito soltanto una risposta alle capacità nucleari e missilistiche iraniane, ma si è inserita in una strategia più ampia volta a riconfigurare gli equilibri di potere regionali. Nelle intenzioni dei due alleati, infliggere un colpo decisivo a un regime già indebolito da mesi di proteste interne potrebbe aprire una frattura profonda nella struttura politica della Repubblica islamica, favorendo nel medio periodo dinamiche di trasformazione o persino di regime change. Le divisioni interne alla leadership iraniana, visibili anche nel dibattito sulla gestione della ritorsione e sull’opportunità di colpire in modo diretto i paesi del Golfo, così come le tensioni con alcune minoranze etniche nelle aree periferiche del paese, rappresentano potenziali fattori di ulteriore instabilità.

Tuttavia, come dimostrano numerosi precedenti storici, la vittoria militare sul campo non si traduce automaticamente in una vittoria politica. La possibilità di trasformare i successi operativi in un mutamento duraturo dell’assetto politico iraniano dipenderà in larga misura dalla presenza di spinte interne capaci di sfruttare l’indebolimento del regime. In assenza di tali dinamiche, Teheran potrebbe riuscire a preservare la propria struttura di potere – o peggio, vedere crescere il peso delle IRGC a scapito degli elementi più moderati – pur emergendo dal conflitto sensibilmente ridimensionata sul piano militare e regionale.

Un altro fattore cruciale riguarda il comportamento dei paesi del Golfo. Fin dalle prime ore dell’offensiva del 28 febbraio, le monarchie della regione hanno mantenuto un profilo relativamente prudente, limitandosi prevalentemente a rafforzare le proprie difese, a intercettare le minacce provenienti dall’Iran e a contenere l’impatto degli attacchi sulle infrastrutture strategiche e sull’opinione pubblica interna e internazionale. Tale scelta riflette il timore di essere trascinati in un conflitto ad alta intensità senza la certezza di un sostegno prolungato da parte dei partner, oltre al tentativo di limitare i danni economici e reputazionali subiti dalle loro economie. Allo stesso tempo, anche il sostegno all’Iran di attori esterni come Russia e Cina è apparso, almeno nelle fasi iniziali del conflitto, relativamente circoscritto alla condivisione di intelligence e a forme di supporto economico e, in misura minore, logistico.

In questo contesto, la strategia iraniana sembra sia stata orientata a prolungare il confronto il più possibile, intensificando la repressione interna e cercando al contempo di aumentare i costi politici, economici e militari dell’offensiva per gli avversari. L’obiettivo appare quello di resistere fino a quando Stati Uniti e Israele non dovessero ritenere eccessivo il prezzo della prosecuzione delle operazioni, favorendo così una possibile sospensione delle ostilità.

Gli sviluppi successivi restano tuttavia altamente incerti. In una prima ipotesi, il conflitto potrebbe evolvere verso una cessazione totale delle ostilità e aprire la strada a un nuovo negoziato diplomatico. In tale scenario, l’Iran dovrebbe accettare il rischio politico interno di un confronto negoziale nel quale potrebbe essere costretto a ridimensionare – o quantomeno rinviare nel tempo – le proprie ambizioni nucleari. Allo stesso modo, anche Israele dovrebbe accettare la cessazione delle operazioni militari e la necessità di una mediazione diplomatica.

Qualora invece un primo tentativo negoziale dovesse esaurirsi senza risultati concreti, non si potrebbe escludere un irrigidimento delle posizioni e una nuova fase di escalation. Il conflitto potrebbe riaccendersi attraverso ulteriori attacchi militari a distanza e un ampliamento dei teatri operativi e degli attori coinvolti, con il rischio di trascinare in modo più esteso sia gli Stati Uniti sia altri paesi della regione. In tale eventualità la guerra potrebbe protrarsi per un periodo prolungato, con esiti difficilmente prevedibili e con potenziali ripercussioni significative sulla stabilità regionale, sulla sicurezza internazionale e sull’economia globale.

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