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Pragmatismo e capacità di dialogo. Così il Golfo è diventato centrale

Riproponiamo l'articolo pubblicato da "Il Messaggero" il 24 Maggio 2026

Gli snodi diplomatici passano sempre più spesso attraverso i canali del Golfo. Per decenni il mondo arabo è stato osservato attraverso la lente dell’instabilità, delle rivalità intrinseche e dell’assenza di una leadership unitaria. Samuel Huntington nel celebre saggio “The Clash of Civilizations” riteneva che la civiltà islamica non fosse destinata a esercitare un ruolo centrale sul panorama internazionale a causa della mancanza di un unico stato-guida e soprattutto per via delle profonde divisioni etniche, religiose e politiche esistenti al suo interno. Eppure, proprio quella pluralità di interessi e sensibilità che Huntington considerava un elemento di debolezza ha finito per favorire la nascita di uno spazio negoziale unico nel suo genere. In un sistema sempre più frammentato e multipolare, i paesi del Golfo sono emersi come interlocutori centrali in quasi tutti i principali processi di mediazione internazionale, dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per il dossier iraniano e il Corno d’Africa.

La loro centralità deriva anzitutto dalla posizione geografica. Le monarchie del Golfo si trovano a cavallo tra Mediterraneo, Africa, Asia continentale e Oceano Indiano, lungo alcune delle direttrici commerciali ed energetiche più importanti del pianeta. Ma la geografia da sola non basta a spiegare il loro peso crescente. Negli ultimi anni, le leadership della regione hanno perseguito una strategia estremamente pragmatica, ampliando i rapporti contemporaneamente con Stati Uniti ed Europa, ma anche con Cina, Russia, India, Giappone, Turchia e paesi del Global South, mantenendo allo stesso tempo canali aperti con Israele e Iran.

Con ogni interlocutore è stata utilizzata una leva diversa: la stabilità economica, gli investimenti, la produzione energetica, oppure il ruolo logistico, la lingua araba e la fede islamica. Ed è stata soprattutto la capacità di dialogare con tutti gli attori, senza irrigidirsi in blocchi ideologici, a consentire ai paesi del Golfo di acquisire credibilità diplomatica. A differenza di approcci più classici, spesso fondati sulla condizionalità politica e sulla pressione pubblica, le monarchie arabe hanno costruito gran parte della loro influenza negoziale su pragmatismo, discrezione e neutralità operativa.

Il caso più noto è probabilmente quello del Qatar, divenuto negli anni uno degli attori diplomatici più attivi della regione. Doha ha ospitato i negoziati tra Stati Uniti e Talebani culminati negli accordi del 2020 e più di recente è stata coinvolta nelle trattative tra Hamas e Israele. Non è un caso che Washington abbia designato il Qatar come Major Non-NATO Ally, riconoscendone il ruolo strategico e la capacità di mantenere rapporti funzionali tanto con gli Stati Uniti quanto con attori difficilmente avvicinabili dalle cancellerie occidentali. Allo stesso modo, il sultanato dell’Oman – paese famoso per la sua discrezione e affidabilità – è diventato negli anni il principale canale di interlocuzione con Teheran, pur ospitando sul suo territorio basi militari impiegate regolarmente dagli USA per le operazioni nella regione.

A loro volta, anche Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno progressivamente trasformato la mediazione in uno strumento di proiezione strategica. Per Riad e Abu Dhabi, il coinvolgimento nei grandi dossier internazionali non rappresenta soltanto un esercizio diplomatico, ma una leva attraverso cui accrescere il proprio peso politico. Non sorprende che Riad abbia ospitato colloqui sia sulla guerra a Gaza sia sul conflitto tra Russia e Ucraina, proponendosi come piattaforma negoziale credibile per interlocutori tra loro antagonisti. Parallelamente, gli Emirati hanno utilizzato dossier come quello Etiopia-Eritrea o il recente scambio di prigionieri tra Kiev e Mosca per estendere le proprie relazioni internazionali, che infatti li vedono interlocutori privilegiati in quasi tutti i principali formati – dai Brics alla SCO, passando per i fora a trazione occidentale.

Naturalmente, queste mediazioni non sono prive di interessi strategici. Le monarchie del Golfo puntano a rafforzare il proprio peso internazionale, consolidare la sicurezza regionale e far crescere le loro economie. Tuttavia, la loro efficacia deriva dalla flessibilità e dalla capacità di adattarsi a seconda dei contesti – la prima regola per ogni processo negoziale. Vi è poi un elemento culturale da tenere a mente, che spesso è sottovalutato. Nel pensiero strategico arabo la mediazione occupa da secoli un ruolo centrale. Il concetto di “sulh”, la riconciliazione tra le parti, è profondamente radicato nella tradizione politica della regione ed è legato al senso dell’onore, della stabilità e della preservazione dell’equilibrio comunitario. La figura del mediatore non rappresenta soltanto un arbitro neutrale, ma anche un garante della dignità delle parti coinvolte.

Mentre molti altri attori appaiono sempre più intrappolati in logiche di contrapposizione rigida, i paesi del Golfo stanno occupando uno spazio diverso: quello dell’interlocutore capace di parlare con tutti. Ed è probabilmente proprio questa capacità di muoversi tra blocchi, interessi e rivalità differenti a rendere oggi le monarchie arabe una delle risorse diplomatiche più rilevanti del sistema internazionale contemporaneo.

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