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Henry Corbin. Mille mondi in una vita imaginale

di Ginevra Leganza

La grande passione di Henry Corbin per la cultura islamica e l’Oriente nel racconto di Ginevra Leganza. Quinto appuntamento con le "Vite nella storia del Mediterraneo", la rubrica a cura di Pietrangelo Buttafuoco.

Erano tre i mesi previsti per completare la sua missione. Nel subbuglio del 1939 Henry Corbin si incammina, destinazione Istanbul. Lo accompagnano la moglie Stella e Julien Cain, direttore della Biblioteca Nazionale di Francia. Ma un’impresa di studio ha tempi tutti suoi. E così i mesi diventano anni. Sei anni, per la precisione. Un’estesa parentesi di vita dedita a rinvenire i manoscritti di Sohravardī, mistico persiano del XII secolo che sempre guiderà Corbin sulle vie dell’Oriente interiore.

La Seconda Roma trattiene a lungo il pensatore francese nella ricerca della filosofia luminosa. Ma di lì a poco un altro incanto lo attende. Nuovo e ben più potente. È il 1945. Lo studioso arriva in Persia, nel cuore delle cose. Sulla carta – scherzo fatale del caso – sono di nuovo tre i mesi di indagini supposte in loco. Ma l’Iran incatena il filosofo, e lo fa suo per sempre. Lo annoda a sé, stretto, e non lo lascia andar via. Se la filosofia è in fondo “nostalgia di casa” – così la pensavano prima Novalis e poi Heidegger – tutta l’esistenza di Henry Corbin subirà il richiamo di Teheran. Lui, che di Heidegger fu il primo traduttore francese, mai più riuscirà a separarsi da quella patria imprevista. Sarà il terreno del suo rigoglio intellettuale. La Persia come casa dell’anima. E pure tornato in Francia, dov’è nato e ha studiato, la nostalgia è una musica che gli risuona in testa. Un canto cui non sa resistere. Neppure quando l’ascesa accademica lo porta a dirigere il dipartimento di islamistica e religioni dell’Arabia, presso l’École pratique des hautes études a Parigi. Allora chiederà il permesso di spendere tre mesi all’anno laggiù. Ancora tre mesi.

Ogni autunno torna in Persia, a caccia di tesori inediti, materiali da presentare al ritorno, nel corso delle lezioni parigine. E per controsenso ironico quei tre mesi autunnali sono la sua primavera. Di ciclo in ciclo, di anno in anno, si abbevera alla fonte orientale.

Nei momenti esatti in cui comincia e finisce la Seconda guerra mondiale, in quelle due date che cambiano passo e pensiero all’occidente, Corbin si sgancia dal corso delle cose: prima a Istanbul e poi a Teheran. Si slancia in direzione di una verità universale, dalle parti del sapere libero, senza alcuna soglia posta dalla storia. Parte, viaggia. E la sua stessa immagine si porta dietro il disegno di un viaggio. La traccia di un tragitto permanente, come dirà qualche decennio più tardi. E non c’è tema migliore del viaggio, forse, per segnare i contorni di una figura come la sua. Quella di un uomo immerso nell’errare. Dolcemente pensoso nelle terre dove sorge il sole.

Nato a Parigi il 14 aprile 1903, Henry Corbin si abitua sin da subito a valicare confini. Varca le porte di casa ancora infante, quando una zia decide di adottarlo. La madre Emilie muore pochi giorni dopo il parto e il padre Arthur, non riuscendo a sopportarne l’assenza, distoglie lo sguardo da chi, quella morte, l’aveva provocata. Abdica alla cura del figlio.

Dopo le frontiere famigliari, vengono nuovi confini. Geografici, certo, ma pure intellettuali. Corbin traduce i tedeschi. È uno storico della filosofia, un cultore della lingua araba. Anche se a un certo punto fa incursione nel sanscrito. È filologo e islamista. Iranista. Genericamente orientalista. Corbin studia e restituisce il sufismo. Si avventura negli gnosticismi abramitici e, malgrado la formazione cattolica, si ritrova in fede protestante-calvinista. Muore massone, membro della loggia di Saint-Germain en Laye.

Personaggio complesso? Multiforme? Politropo? Henry Corbin vive mille mondi in una vita sola. E si lamenta sul serio del morbo che va sotto il nome di “bieco accademismo”. Un bacillo che lo assilla di continuo senza riuscire a infettarlo mai. Detesta lo specialismo ottuso di quanti lo accusano. E lo specialismo ottuso, a sua volta, lo detesta. L’università gli rinfaccia di possedere un intelletto smodato, di non essere specializzato, di passare con troppa facilità da Essere e tempo all’iranologia, di saltare qua e là, da Friburgo a Ispahan, e – non da ultimo – di aver trasformato la sua cattedra universitaria in un pulpito di sciismo.

“Alcuni hanno malignato che, deluso dalla filosofia di Heidegger, mi sia rivolto al sufismo” dichiara nel 1976 a Radio France-Culture, in una lunga intervista che è un vero e proprio saggio. “Che idiozia” dice a gran voce. E quegli idioti non sapevano, appunto, che Heidegger e Sohravardī erano i semi di un innesto antico. Quarant’anni prima della calunnia, Corbin avanzava su due fronti in simultanea. Da un lato coi primi scritti dedicati al mistico persiano della luce, dall’altro coi fatali incontri tedeschi. Dalla sua Parigi il sentimento della conoscenza si snoda in mille rivoli. Ma sono sempre due le direzioni predilette: la vicina Germania e la remota Persia. Da Boehme, Brentano e Dilthey alla traduzione del teologo svizzero Karl Barth – sorgente dell’afflato protestante – Corbin si prepara all’appuntamento della sua vita. Nel 1934 vede per la prima volta Martin Heidegger. E scova, in quell’uomo cupo, i raggi di una stella nuova.

Non v’è dubbio sia idiota pensare che un filosofo debba occuparsi di una cosa sola. È frutto di un pensare stanco quello di chi vede in un amante del sapere una sorta di monomaniaco, fissato e iper-specializzato. Faceva bene a indignarsi Henry Corbin. Ma è legittimo chiedersi quale sia il filo che cuce oriente e occidente in un nodo solo. Martin Heidegger, per il francese, era il centro di una coscienza sopita in occidente. L’Europa, nel corso dei secoli, dimentica il rapporto privilegiato con la verità. Una verità che valica i confini della storia e del razionalismo. Il filosofo tedesco è una chiave imprescindibile e prossima. Esce fuori – e Corbin lo segue – dalle secche del razionalismo. Il Secolo del Lumi non mantiene le sue promesse. L’uomo è molto più della carne immersa nella storia. E la filosofia, grazie a Heidegger, torna a essere esercizio di comprensione. Ermeneutica, per l’appunto. “Ciò che ho scoperto con gioia in Heidegger è l’antica filiazione dell’ermeneutica dalla teologia”. E insomma, il punto è chiaro. Nel verso discendente della parabola europea, il filosofo tedesco riporta in auge il senso primo del significato, l’importanza del contenuto. Laddove l’uomo nuovo si cimenta coi significanti, con le forme sterili, prive di verità, Corbin ritorna nel cuore delle cose senza tempo e senza storia. Si muove nello spazio, e non importa il tempo... Può essere Heidegger o Sohravardī o ancora Ibn Arabi, ma quel che conta è il nucleo profondo delle cose: il significato. Che è solo un altro modo per dire “verità”. Heidegger è il trovatore del suo tempo, certo. Ma il messaggio supera i suoi mittenti su un piano più alto.

E a tal proposito, irrompe il sogno del mondo immaginale. Il mondo cui danno adito i vortici sufi, le vertigini del logos… Non conta, infatti, quale che sia il movente. Importa soprattutto che si sventi la “catastrofe dello Spirito”. Il morbo che l’occidente, abbassando le sue difese, ha contratto. L’immaginazione non è chimera e non è delirio. È un vasto ecosistema di disciplina. È il mondo regolato dalla mistica, innervato dal pensiero. Il luogo in cui il significato accade e si dona sotto un faro splendente. Immaginare è lo scopo della ricerca. Ed è il fine ultimo di chi eviti la scomposizione del vero in relativistica vacuità.

Non è facile sintetizzare in una riga sola la vita e l’opera di Corbin, angelo filosofico, animatore del circolo di Eranos, traduttore e scopritore del pianeta gnostico dell’Islam sciita. Non è semplice chiuderlo in poche righe. Ma una formula, forse, ci soccorre. La sua esistenza è “contemplazione serena della mobile attività terrena, che si ripete sempre in cerchio o a spirale, inclinazione che ondeggia tra due mondi”. Parole di Goethe. Il poeta spiegava così il senso del Divano occidentale-orientale. E la stessa vita di Corbin è un divano ramingo che da una parte all’altra si muove. Sempre in cerca di simboli per arrivare al centro di tutto. Dal capogiro dell’immaginazione al cuore vivo del reale.

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