Hormuz: stress test geopolitico per l’Oman
L'articolo di Eleonora Ardemagni
Per l’Oman, la crisi aperta fra Stati Uniti e Iran è uno stress test geopolitico senza precedenti. Abituato a mitigare le tensioni mediorientali da mediatore, stavolta Muscat è parte della crisi stessa: un cambio di prospettiva che mette a dura prova la politica della terzietà sulla quale il Sultanato ha costruito la propria forza strategica. Oggetto degli attacchi iraniani e insieme attore della mediazione per la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, l’Oman fatica ora a bilanciare le pressioni dell’Iran, quelle degli Stati Uniti e gli interessi dei paesi arabi del Golfo, di cui è parte.
Mentre la crisi fra Stati Uniti e Iran si riaccende, rivelandosi un conflitto intermittente e a intensità variabili, la strategia omanita punta alla ricomposizione regionale. Con margini di manovra, però, sempre più limitati. Il tradizionale “omanibalancing”, cioè la capacità del Sultanato di controbilanciare minacce interne ed esterne (riadattamento della teoria dell’omnibalacing), non è mai stato così faticoso e, finora, infruttuoso per Muscat.
Muscat e la politica delle pressioni multiple
Di fronte alla guerra e poi ai negoziati per il Memorandum d’intesa, l’Oman ha adottato una strategia doppia: si è mosso insieme agli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e, al contempo, ha intrattenuto colloqui bilaterali con Teheran per Hormuz. Per il momento, questa strategia non ha però prodotto vantaggi politici rilevanti per Muscat. Infatti, anche il Sultanato è oggetto di attacchi con droni da parte iraniana, sebbene in quantità inferiore ai vicini; soprattutto, la navigazione al largo dell’Oman, compreso nell’omonimo golfo situato a est di Hormuz, rimane altamente a rischio.
Sul piano politico, il negoziato parallelo per la navigazione nello Stretto ha inoltre alimentato, specie all’inizio, incomprensioni e dubbi tra Muscat e Washington e, in misure minore, con gli alleati del CCG. In un quadro regionale già mutevole e concitato, la posizione dell’Oman sull’ipotesi di pedaggi per Hormuz è stata infatti percepita, in una prima fase, come ambigua ed eccessivamente accomodante nei confronti degli obiettivi di Teheran. In seguito, Muscat ha chiarito il proprio pensiero, prendendo posizioni pubbliche più nette su Hormuz, nonché più in sintonia con gli auspici arabi e americani provocando, di contro, un aumento degli attacchi iraniani contro i propri interessi.
Analizzando in sequenza dichiarazioni ed eventi, emerge quanto l’Oman sia sotto pressione politica da parte di Iran e Stati Uniti: queste pressioni sono multiple, tra loro contrapposte, e hanno l’obiettivo comune di condizionare la strategia omanita nella crisi. La dinamica causa-effetto è eloquente. A fine maggio, l’Iran annuncia che un protocollo con l’Oman è in via di definizione per la gestione congiunta dello Stretto di Hormuz: da parte iraniana non si menzionano “pedaggi” ma possibili “tasse per servizi”. Di lì a poco, arriva la reazione statunitense, aspra e soprattutto pubblica: il presidente Donald Trump minaccia apertamente l’alleato Oman di bombardamenti (27 maggio), mentre il Segretario al Tesoro Scott Bessent ventila l’imposizione di “sanzioni” (28 maggio) qualora Muscat facilitasse la richiesta di pedaggi.
A fine giugno, l’Oman apre un nuovo corridoio temporaneo per l’uscita delle navi da Hormuz (24 giugno), in coordinamento con l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). Il corridoio si presenta più sicuro di quello predisposto dall’Iran poiché passa per le acque territoriali omanite: un fattore che sfavorisce il controllo iraniano sulla navigazione nello Stretto. Subito dopo, il 25 e il 27 giugno, l’Iran colpisce due navi in transito per il corridoio omanita dopo aver ammonito le compagnie di trasporto a non utilizzare rotte non autorizzate da Teheran.
Dall’inizio di luglio, la ricalibrazione della posizione dell’Oman su Hormuz è contemporanea al peggioramento del quadro regionale, con il cessate il fuoco sempre più inosservato. I leader di Oman e Francia, durante la visita del Sultano Haitham bin Tariq Al-Said all’Eliseo (29 giugno), si esprimono a favore della libertà di navigazione “senza condizioni o restrizioni”, dicendosi inoltre d’accordo a “condurre operazioni di sminamento congiunte”. In un’intervista a un media francese, il ministro degli esteri omanita afferma (1 luglio) che Muscat “non è a favore di imposte di transito”, anche perché vietate dalla legge internazionale. Il Sultanato sta tuttavia valutando come poter “migliorare” la protezione ambientale, i servizi alla navigazione e di risposta alle emergenze nello Stretto: formula di compromesso per lasciare aperto uno spiraglio negoziale con Teheran. L’Oman lancia così un segnale agli Stati Uniti sullo sminamento -prospettiva respinta dagli iraniani- e si riallinea alle posizioni anti-pedaggi delle altre monarchie del Golfo. La risposta di Teheran è chiara: due petroliere, tra cui una saudita, e una metaniera qatarina vengono colpite (7 luglio) mentre utilizzano, con l’approvazione degli Stati Uniti, la rotta omanita per uscire da Hormuz.
L’ulteriore escalation si consuma quando l’Oman, insieme agli altri cinque paesi del CCG, firma un comunicato congiunto (9 luglio) per condannare gli attacchi alle navi del Golfo. Nel comunicato, c’è un passaggio retorico ma importante per il posizionamento di Muscat su Hormuz: l’appello alla comunità internazionale, soprattutto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, affinché garantisca la libertà di navigazione nello Stretto “senza restrizioni e senza l’imposizione di tasse di transito o di servizio”. Una frase che chiude anche quello spiraglio di mediazione con Teheran che il Sultanato aveva lasciato aperto. Pochi giorni dopo, mentre il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran collassa, i pasdaran rivendicano (12 luglio) un attacco a centri di supporto logistico e piattaforme di rifornimento utilizzate dalle portaerei statunitensi presso il porto di Duqm più un attacco con droni al governatorato di Musandam, ovvero l’exclave omanita sullo Stretto. I droni colpiscono l’Oman mentre il paese stava ospitando colloqui con emissari iraniani di alto livello su Hormuz, in presenza anche di una delegazione del Qatar, che tuttavia proseguono a livello tecnico e politico. Per la prima volta dall’inizio della crisi, Muscat ha scelto però di convocare l’ambasciatore iraniano per proteste mediante nota formale.
Omanibalancing a rischio?
Per tutti gli attori coinvolti, l’Oman è fondamentale perché capace -appunto- di dialogare con tutti. Tuttavia, proprio la peculiarità di Muscat e il suo tradizionale “buon vicinato” espongono il Sultanato a pressioni multiple e contrapposte, nonché a possibili strumentalizzazioni, con epicentro Hormuz. Facendo pressione sull’Oman, l’Iran persegue forme di pedaggio dissimulato, mascherate da costi per servizi. Così facendo, Teheran prova a rafforzare anche la capacità di condizionamento nei confronti delle monarchie del Golfo, sostenitrici della libera navigazione e insieme interessate, però, a trovare un compromesso sostenibile con l’Iran pur di stabilizzare la regione e rilanciarsi economicamente.
In misura minore, anche le monarchie del Golfo stanno esercitando pressione su Muscat, e lo fanno da posizioni differenziate, data la polifonia del CCG sulla gestione della crisi iraniana. Paesi come il Qatar, che hanno continuato a vedere nella diplomazia l’unico strumento per risolvere lo scontro, guardano all’Oman come a un perno della mediazione, con il quale agire di sponda. A maggio, dal palco dello Shangri-La Dialogue di Singapore, organizzato dall’IISS, era stato il vice primo ministro di Doha a definire i pedaggi temporanei “negoziabili”. Invece, paesi come gli Emirati Arabi, che hanno subito il maggior numero di attacchi iraniani e si attestano su una linea di fermezza assertiva, vedono nell’Oman l’alleato meno allineato, e dunque più autonomo, del CCG nei rapporti con l’Iran.
Infine, ci sono le pressioni degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump guarda con circospezione alle mosse, percepite come ambivalenti, del Sultanato. D’altronde, l’Oman è la “meno preferita” delle monarchie del CCG agli occhi di questa amministrazione: oltre ai rapporti cordiali con Teheran, Muscat ospita parte della leadership politica degli Houthi yemeniti (che lì può incontrare per negoziati funzionari Onu, sauditi e pure gli americani), ha fortemente condannato l’uso della forza da parte di Israele in Medio Oriente ed esporta il 90% circa del proprio petrolio alla Cina. Nel contesto della guerra all’Iran, gli Stati Uniti premono sull’Oman affinché non offra -per esigenze di buon vicinato- troppi spazi di manovra politica a Teheran, a cominciare da Hormuz. Anche spingendo il Sultanato, con linguaggio crudo e improprio tra alleati, a uscire da possibili ambiguità diplomatiche.
Abituato a smussare i tanti spigoli della politica mediorientale, l’Oman è dunque chiamato ora a un vero stress test geopolitico, in uno scenario in cui le tradizionali coordinate politiche sono ormai saltate.