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I colloqui in Oman e la visita di Netanyahu a Washington

I colloqui diplomatici in Oman e la visita di Netanyahu negli Stati Uniti. Sullo sfondo il build-up militare statunitense e le tensioni interne in Iran

Gli interlocutori colloqui tra Usa e Iran, programmati inizialmente a Istanbul, sono infine andati in scena, su richiesta di Teheran, in Oman, nella capitale Muscat, negli ultimi anni assurta anch’essa a nuova capitale diplomatica degli affari politici mediorientali. Questa volta l’incontro ha visto protagonisti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner. I colloqui sono terminati senza accordi o meccanismi di de-escalation significativi, ma hanno aperto una nuova fase di dialettica diplomatica tra le due parti, con il ministro degli esteri iraniano che ha definito positiva l’atmosfera dei colloqui. Da quanto emerge dalle agenzie, le delegazioni hanno interloquito maggiormente sulla questione del nucleare e dell’annesso elemento dell’arricchimento dell’uranio; la questione dei temibili sistemi missilistici iraniani sarebbe invece stata meno discussa. Sebbene nella forte diffidenza reciproca e nel contesto di alta tensione sul campo, si registra infatti allo stesso tempo un primo, timido nuovo inizio di una fase di interlocuzione diplomatica, che vede la questione del nucleare iraniano e lo scongiuramento di una nuova fase conflittuale come priorità massime. Altro segnale dello stato di fondo di diffidenza reciproca e tensione, è stata la comunicazione da parte di Washington circa l’invito ai cittadini statunitensi di lasciare l’Iran. Tale comunicazione si somma al clima di alta tensione e fibrillazione dell’opinione pubblica e di una larga parte della gioventù iraniana che appare pronta ad attivarsi per nuove ondate di proteste. Quella gioventù iraniana nella quale cresce la speranza che questa volta l’amministrazione Trump decida per una reale azione militare che possa dare una spallata al potere degli Ayatollah. Una speranza che, come occorso tra dicembre e gennaio scorso, rischia di trasformarsi in una sanguinosa disillusione e in una lunga e dolorosa chimera.

I colloqui di Muscat: ottimismo e diffidenza sullo sfondo dell’escalation militare

Si rammenti, in primis, come tali delicati colloqui svoltisi in Oman, sono occorsi nel contesto di una situazione sul campo di massima pressione e deterrenza nei confronti di Teheran da parte delle forze armate e navali statunitensi, che hanno ammassato nel Golfo Persico un’imponente armata, come definita da Trump. Come accennato, sempre in riferimento alla situazione sul campo in Iran, l’atmosfera è incendiaria in seguito alle sanguinose repressioni dei manifestanti delle settimane scorse, alle quali si sommano e si contrappongono le manifestazioni indette dal regime per il il 47° anniversario della vittoria della Rivoluzione Islamica, sostenute dalla parte di popolazione più conservatrice, religiosa sciita e filogovernativa.

Dal lato della Repubblica islamica, l’estendersi delle negoziazioni serve anche a temporeggiare per quanto possibile e, nel frattempo, continuare da un lato il controllo e la repressione del dissenso, dall’altro per proseguire il cammino negoziale sul nucleare, con la richiesta, come occorso in quel di Muscat, circa il diritto all’arricchimento di uranio per scopi civili. Annosa questione quella del nucleare iraniano, sulla quale molti attori diplomatici nei decenni tentarono di trovarvi una soluzione definitiva, ma senza successo: dai britannici ai francesi, dai turchi alle passate amministrazioni statunitensi. Questione nucleare per Washington (e per Israele) tuttora prioritaria tra le issues discusse in Oman, seguita da un’altra questione altrettanto preoccupante - in primis per Israele, visti i danni prodotti nella guerra dei dodici giorni del giugno scorso - ossia quella del summenzionato arsenale missilistico iraniano, in particolare i missili ipersonici e balistici come i Fattah II e Sejil. Oltre alle più prioritarie tematiche di natura militare, altre tematiche e richieste di Washington riguardano altresì la questione del legame e sostegno di Teheran ai propri proxies mediorientali - dagli Houthi yemeniti agli Hezbollah libanesi sino alle fazioni armate sciite filo iraniane nel vicino Iraq -, così come il fattore interno riguardante la brutale repressione delle proteste.

Gli Stati Uniti per ora sono stati al gioco, concedendo tempo ai meccanismi diplomatici, pur consci delle difficili chances nell’ottenere risultati decisivi, mantenendo una costante pressione militare e una continuata minaccia verbale di intervento militare, per bocca dello stesso presidente Trump, nel caso i negoziati non andassero nella direzione auspicata.

La visita lampo di Netanyahu a Washington

In una situazione di palese incertezza, sia negoziale che operativa, e in una qualche apparente divergenza su tempistiche e decisioni da prendere nei confronti del regime degli Ayatollah, il premier israeliano si è recato tempestivamente nella capitale statunitense. A Washington Netanyahu ha incontrato Trump in seguito ai colloqui omaniti, manifestando le preoccupazioni da parte di Israele circa la possibilità di un accordo con l'Iran che, nella volontà di una soluzione diplomatica - viste le non poche incognite che una nuova fase di guerra porterebbe - il presidente statunitense potrebbe accettare, anche nel solco di quelle promesse elettorali marcate da un reiterato non-interventismo in Medioriente. Ma accettare un potenziale accordo che non affronti in maniera risolutiva la questione nucleare, e prima ancora quella del programma missilistico iraniano, insieme al sostegno alle milizie proxy nella regione, costituirebbe non pochi enigmi e rischi securitari e strategici nella prospettiva di Tel Aviv. Si vedrà solo con l’avvenire quanto incisiva sarà stata la pressione esercitata su Trump dal premier israeliano in questo veloce incontro con l’alleato statunitense. La situazione rimane per ora decisamente fluida, sospesa tra speranzose quanto precarie prospettive negoziali e una situazione sul campo incandescente, tra un progressivo build-up militare statunitense, le pressioni ed esigenze strategiche di Israele e le forti tensioni e divisioni interne all’Iran.

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Riproponiamo l'articolo pubblicato da "Il Messaggero" il 31 Gennaio 2026

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