Il bivio della politica americana
All’avvicinarsi delle elezioni di Mid-Term, crescono i dubbi sulla tenuta della maggioranza repubblicana al Congresso. Il punto di Stefano Marroni
Per mesi, raccontano ora alla Casa Bianca, Donald Trump ha affrontato l’avvicinarsi delle elezioni di novembre rinchiuso in una bolla. Immerso in una realtà virtuale, costruita per lui da consiglieri e amici forse fin troppo consapevoli di quanto al Comandante in capo dispiaccia scoprire che a volte il mondo non va come lui vorrebbe che andasse: “Ho paura che gli stiano trasmettendo una visione troppo in rosa di come stanno andando le cose”, confidava il capo dello staff Susie Wiles quando era ormai già chiaro la guerra con l’Iran si era trasformata nel pantano da cui da ormai sette mesi gli Usa non riescono a tirar fuori le scarpe. E che – soprattutto – l’America profonda che lo ha riportato al potere cominciava a dire di lui quel che nel 2024 diceva di Joe Biden.
Poi, nelle ultime settimane, a poco a poco anche nel chiuso dello Studio Ovale – confida più di una fonte ai media americani - la situazione è cambiata. A Trump, con sempre meno cautela hanno cominciato a spiegare che facendo ancora finta di niente i risultati di midterm si sarebbero rivelati i peggiori di sempre per un presidente in carica. E l’uomo in privato ne ha preso atto. Per reagire in pubblico alla sua maniera. Dipingendo la campagna come una sfida tra lui e “il comunismo”. Riunendo i Gop a Dallas in una bombastica convention fuori stagione. Facendo sapere che da qui al 3 novembre farà almeno 25 comizi nei distretti elettorali che secondo i suoi strateghi potrebbero decidere la partita. E lasciando per la prima volta filtrare nelle pieghe dei suoi discorsi che sì, effettivamente un po’ di inflazione ora c’è, e i prezzi della benzina stanno aumentando: ma ne vale la pena, e comunque “tutto si aggiusterà dopo il voto”. Anche la guerra con gli ayatollah non è propriamente finita, ha dovuto riconoscere dopo avere periodicamente detto il contrario: ma solo perché lui non ha ancora deciso – spiega - se spazzare via o meno il loro paese dalla carta geografica.
Non è detto che basti. Come non è detto che la gente creda che in caso di vittoria repubblicana ogni americano adulto riceverà un assegno da 5 mila dollari, una promessa su cui nessuno nella Washington che conta (e men che meno alla Fed) è disposto a scommettere un cent. Ma Trump è già resuscitato più volte, nella vita professionale e in quella politica. Lo scontro lo esalta, promette di mandare uomini in divisa ai seggi, ha tentato di limitare il voto per posta senza riuscirci solo per l’intervento della Corte Suprema. E sulla campagna del Gop sono piovuti centinaia di milioni di dollari raccolti direttamente da lui tra i vip di big tech e i signori delle criptovalute. Questo spiega perché i dem avvertano la possibilità di vincere ma si preparino senza toni trionfali a una battaglia che si annuncia durissima, nonostante i sondaggi più che favorevoli e la serie di vittorie che da maggio 2025 li hanno premiati in tutte le sfide di rilievo, a volte sovvertendo i pronostici anche in realtà – dalla Florida al Missouri – in cui il tycoon è abituato a vincere a mani basse.
Resta però il senso di una difficoltà dei repubblicani che ha molte ragioni. E la prima è l’intreccio tra una guerra scatenata alla leggera e i suoi riflessi nella vita di tutti i giorni di milioni di americani che solo due anni fa lo votarono in larga parte proprio per il suo no alle “never ending wars” e per la promessa di domare l’inflazione. Secondo un’analisi apparsa a fine luglio su Politico, il 57 per cento degli americani sostiene che il costo della vita è cresciuto “più di quanto possa ricordare”. E analogamente, quasi la metà degli americani rimprovera a Trump più che a Biden l’andamento dell’economia nel suo complesso.
Ma naturalmente è la benzina, il lievitare del suo prezzo alla pompa l’incubo di una nazione che sull’uso dell’auto privata ha costruito un pezzo importante della sua identità moderna. A meno di due mesi dal voto, il prezzo al gallone è del 37 per cento più alto rispetto a un anno fa. Il costo del riscaldamento domestico è salito del 52 per cento in agosto, e il diesel di un pesantissimo 69 percento. È un clima che innesca anche false percezioni, se tre americani su cinque credono che il prezzo al gallone nella loro zona sia cresciuto più di quanto in realtà lo sia: ma si intreccia con il dato di quasi 63 americani su cento che considerano la guerra con l’Iran la prima ragione dell’aumento del prezzo della benzina da quando Trump è presidente. Tra loro, la pensa così il 59 per cento di chi due anni fa votò il tycoon e il 70 per cento di chi votò Kamala Harris.
È con queste realtà che si confrontano le truppe del Gop nelle aree più contese, consapevoli che nell’area non MAGA dei loro elettori l’insofferenza per Trump è ai livelli di guardia, e che quasi la maggioranza degli elettori dichiara che il prezzo dei carburanti avrà un impatto sulle loro scelte di voto: “E’ un balletto maledettamente difficile quello che molti candidati stanno ballando”, sintetizza sul filo dell’ironia uno strategista dell’Arizona. “Come puoi condividere il dolore dei tuoi elettori senza scatenare l’ira di Donald Trump?”
Il punto, secondo Juan Felipe Riaño, un economista che ha studiato le conseguenze politiche dell’inflazione, è che gli elettori capiscono bene che ogni aumento di prezzo dei carburanti si traduce in una diminuzione dei loro salari reali: “Più chilometri devono fare, più l’effetto è pesante. Chi vive nelle aree rurali o nei settori più periferici delle grandi aree urbane - spiega a The Atlantic – ha più da perdere perché affronta ogni giorno trasferimenti più lunghi. Sono le aree più ‘rosse’ del paese, quelle in cui vivono milioni di elettori che i dem cercheranno di persuadere a votare per loro, perché in media l’elettore medio di un distretto controllato dai repubblicani fa il 26 per cento di miglia in più sulla sua auto di un suo omologo in un distretto democratico”.
A fare il resto, ci pensa la disillusione dei neri e soprattutto dei latinos, in termini demografici la principale falla aperta da Trump nella tradizionale base democratica. Pesa l’andamento dell’economia, pesa il fastidio dei toni usati dal presidente verso un Pontefice americano e cattolico che oltretutto parla spagnolo come loro, pesa soprattutto la violenza in cui l’amministrazione ha perseguito soprattutto nei confronti degli immigrati latinoamericani la lotta all’immigrazione clandestina: “Si è andati oltre il segno, in molti si sono sentiti traditi ”, ha detto a Face the Nation di Cbs la deputata della Florida Maria Elvira Salazar, chiedendo a Trump di “non disperdere l’enorme patrimonio del voto latino che è stato capace di portare al Gop”.
In questo clima, a meno di cinquanta giorni dal voto, sulla carta la scommessa del Gop sembra di quelle impossibili. E persino Trump ha ricordato alla sua base che in tutte le elezioni di midterm il partito del presidente in carica viene penalizzato. “La variabile più importante è il giudizio sull’operato del presidente”, spiegava uno dei più noti pollster repubblicani, Whit Ayres, quando il gradimento di Trump viaggiava attorno al 39 per cento. “Quando il suo tasso di approvazione è sopra il 50 per cento, la perdita media alla Camera per il suo partito è di 14 seggi. Quando è sotto il 50 per cento, la perdita è di 32…”.
A oggi, la media dei sondaggi ha allargato ancora la forbice tra chi non condivide l’operato del Comandante in capo (quasi il 62 per cento) e chi nonostante i dubbi lo sostiene ancora (poco più del 35): tradotto in seggi, significherebbe non solo la fine della fragile maggioranza (219 contro 214) che fin qui ha visto la Camera dei Rappresentanti ratificare quasi tutte le scelte della Casa Bianca, ma addirittura il solidificarsi di una fortissima maggioranza democratica, che con 225-230 seggi contro 200-205 sarebbe in grado di bloccare tutti i provvedimenti sottoposti al vaglio del Congresso ma anche di aprire un conflitto devastante sui poteri che da 2024 Trump si è attribuito su temi come la guerra, la politica estera, la lotta all’immigrazione e l’economia: i temi centrali, cioè, della sua agenda. Di più, sarebbero a rischio impeachment questioni su cui anche il presidente probabilmente ha forzato la mano: dagli arricchimenti suoi e della famiglia ai perdoni presidenziali elargiti in cambio di denaro e favori, dalle intimidazioni a istituzioni e università al braccio di ferro con i media sempre al limite del Primo Emendamento, dalla gestione dei file Epstein alle costosissime opere destinate a celebrare la “sua Washington”, le vasche del Lincoln Memorial, la drastica ristrutturazione della Casa Bianca per costruire una mastodontica ball room.
Sono i contorni di un incubo che potrebbe essere ancora peggiore se anche al Senato – che si rinnova solo per un terzo dei suoi 100 seggi – le cose per il Gop dovessero mettersi come sembrano annunciare molti segnali. La sfida qui è sul filo del rasoio, perché ai Dem (che oggi hanno 47 senatori) basterebbe guadagnare solo quattro seggi per espugnare un’istituzione che anche grazie alle sue modalità di elezione (ogni stato, piccolo o grande, elegge due senatori) è spesso stato un bastione repubblicano.
I media e i partiti – e in primo luogo la Casa Bianca – tengono gli occhi puntati perciò sul grappolo di stati che potrebbero decidere la partita. In prima fila c’è il Maine, dove - nonostante gli scandali che hanno localmente afflitto il suo partito - il democratico Troy Jackson sembra poter strappare abbastanza agevolmente il seggio all’uscente Susan Collins. In North Carolina nei giorni scorsi Trump è sceso personalmente in campo (con un comizio che le cronache hanno descritto però “non affollato come al solito”) nel tentativo evitare una debacle: quasi tutti i sondaggi prevedono che l’ex governatore Roy Cooper possa aggiudicarsi facilmente un seggio fin qui in mani repubblicane. In Ohio a ballare è il posto dell’uscente Jon Husted, che per ora insegue – ma molto da vicino - il suo sfidante dem, una vecchia conoscenza di Washington come Sherrod Brown. È in bilico anche uno dei seggi del tendenzialmente “rosso” Iowa, dopo che l’uscente Joni Ernst è stata costretta a rinunciare per aver goffamente sminuito (“Tutti dobbiamo morire, prima o poi”, disse) l’impatto dei tagli alla sanità pubblica sulla mortalità degli anziani: la super trumpiana Ashley Hinson ha vinto le primarie contro il più popolare Jim Carlin ma ormai è solo un paio di punti sopra lo sfidante Josh Ture. Persino in Alaska – che non ha un senatore democratico dal 2008 - la giovane Mary Peltola potrebbe spuntarla sull’uscente repubblicano, Dan S. Sullivan, che però guida ancora i sondaggi.
Una corsa a sé è quella in Michigan, uno degli stati blue che nel 2024 voltarono clamorosamente le spalle a Kamala Harris per il combinato disposto dell’inflazione in crescita e del sostegno dell’amministrazione Biden a Israele, che le costò molto caro in una realtà in cui la presenza dei musulmani è molto rilevante. Ma qui, a rendere improvvisamente competitiva la sfida per il Senato è stata la rinuncia a ricandidarsi di un veterano del campo democratico come Gary Peters, che ha deciso di “passare il testimone alla prossima generazione”, ritagliandosi un ruolo di direttore del centro di studi politici della Usc, a Los Angeles. Alle primarie Peters e la popolarissima governatrice Gretchen Withmer hanno sostenuto la moderata Haley Stevens, ma a vincere – sull’onda forse proprio di quel che successe nel 2024 - è stato un candidato liberal, il medico Abdul El-Sayed. Per impedire che venga eletto il primo senatore musulmano della storia degli Usa, l’AIPAC – la influente lobby filo israeliana - ha convogliato somme importanti prima su Stevens e poi sul candidato benedetto da Trump, l’ex representative Mike Rogers.
E poi c’è il Texas, dove Trump vinse nel 2024 con un margine del 14 per cento, e i dem non ottengono un seggio al Senato dal 1988: che si candida a diventare uno dei più intriganti laboratori politici americani se Ken Paxton, l’ex procuratore generale tra i protagonisti della battaglia per far dichiarare illegittima la sconfitta di Trump nel 2020, non batterà uno degli astri nascenti della galassia democratica, James Talarico. Bianco, cattolico, alle spalle una ricca esperienza alla Camera dei Rappresentanti e un fortissimo sostegno economico dei suoi elettori, Talarico era partito indietro ma ora è di un’incollatura avanti a Paxton in tutti i sondaggi. Anche qui pesa l’impopolarità crescente di Trump tra i latinos e i neri, che costituiscono in Texas la comunità afroamericana più grande di tutti gli Stati Uniti. E la sua scelta di puntare su un candidato che ha imposto per la sua lealtà ma ha alle spalle una serie di scandali finanziari e accuse di corruzione che hanno lasciato il segno anche nel suo partito. Nei giorni scorsi, a Dallas, due pesi massimi del Gop in Texas, l’ex presidente George W. Bush e l’ex senatore John Cornyn, hanno dato vita a un grande appuntamento di fundraising intitolato “Mantain The Majority”, pensato per sostenere i candidati Gop nelle competizioni più aperte un seggio al Senato come in Maine, Ohio, Alaska, Iowa, Minnesota e Michigan. Un nome mancava: quello di Paxton.