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Il filo rosso che lega l’Ucraina al Mediterraneo

Intervento del Presidente di Med-Or Marco Minniti in occasione della firma del protocollo di collaborazione tra l’Università di Foggia e la Fondazione, venerdì 22 aprile 2022

Innanzitutto, grazie per la vostra presenza, grazie per la presenza delle Autorità che sinceramente apprezzo moltissimo.
Ringrazio moltissimo l’Università di Foggia e il suo Rettore per aver avuto l’idea di costruire questa collaborazione che io considero molto importante.
Quando ci siamo incontrati qualche settimana fa nella sede della Fondazione Med-Or sembrava che avessimo incominciato un percorso particolarmente lungo e invece il Magnifico Rettore ha accelerato al massimo e siamo stati oggi in condizione di firmare questo accordo di collaborazione che io considero particolarmente importante.

Se mi è consentito ringrazio tantissimo anche la Rappresentanza Studentesca, organo del corpo accademico, perché ritengo che sia fondamentale il coinvolgimento degli studenti in questo progetto.

Qual è il progetto e qual è l’idea? Vedete, io sono convinto, e lo dico a maggior ragione oggi, nel momento in cui tutte le attenzioni sono concentrate giustamente su una guerra nel cuore dell’Europa, che una parte fondamentale della storia del mondo nei prossimi vent’anni si giocherà nel Mediterraneo, nel rapporto con l’Africa e nel rapporto con il Vicino ed Estremo Oriente.
Non vi sembri una cosa in controtendenza. C’è un filo rosso che lega quello che sta avvenendo in questo momento in Ucraina con quanto avviene, è avvenuto e avverrà nel Mediterraneo.

Voglio soltanto citarvi tre grandi temi.

La guerra in Ucraina, ha fatto, per esempio, esplodere una gigantesca questione umanitaria, una drammatica crisi umanitaria, nel cuore dell’Europa.
Nel momento in cui stiamo parlando abbiamo oltre cinque milioni di profughi che hanno lasciato l’Ucraina e sono stati accolti in Europa. L’Italia circa centomila. Cifre non banali.

Poi c’è un secondo tema, si chiama crisi alimentare. Voi direte, ma che c’entra la crisi alimentare con l’Ucraina? C’entra eccome. Per una ragione semplicissima: perché noi siamo affacciati sull’Africa. E dobbiamo saperlo, questo impatta sull’Italia, ma su alcuni paesi del Nord Africa l’impatto è drammatico: c’è una dipendenza diretta della produzione di grano della Russia e dell’Ucraina, di cui immediatamente c’è un riflesso nella produzione alimentare. Noi siamo in zone dov’è molto diffusa l’industria alimentare, l’industria della trasformazione del grano. È chiaro che il blocco del commercio, e un domani forse anche della produzione del grano, avrà ripercussioni non banali. Ma mentre l’Italia è un Paese del G7, nei paesi del Nord Africa la dipendenza è molto forte, per alcuni paesi del Nord Africa è intorno al 90%.

Terzo, la crisi energetica. Se qualcuno avesse avuto dei dubbi, nel momento in cui è esplosa la guerra in Ucraina abbiamo immediatamente disvelato un fatto, e cioè che l’Europa ha una dipendenza strategica dalla produzione energetica innanzitutto della Russia. E la dipendenza è talmente strategica che oggi noi siamo stretti in una drammatica contraddizione: cioè l’Europa è contro la guerra, è contro l’invasore russo, e tuttavia non riesce ad applicare fino in fondo le sanzioni. Perché se applicasse fino in fondo le sanzioni, e arrivasse all’embargo per il petrolio e il gas russo, avrebbe conseguenze immediate sulla gestione dell’economia e della vita dell’Europa stessa. Per cui siamo di fronte a una gigantesca contraddizione.
In questi sessanta giorni l’Europa ha inviato finanziamenti all’Ucraina per un miliardo di euro e ha continuato a pagare la produzione petrolifera di gas alla Russia per trentacinque miliardi di euro, praticamente quasi un miliardo al giorno.

Capite qual è la gigantesca contraddizione? È il segno dell’interconnessione dell’economia mondiale. Il mondo è molto più interconnesso di quanto noi possiamo pensare.
Guardate, nemmeno la pandemia è riuscita a cancellare l’interconnessione. Eppure, non si poteva uscire di casa, e nonostante questo non ha fermato l’interconnessione perché il mondo è fortemente interconnesso.

Uno studioso americano di origine indiana, Parag Khanna, ha scritto un libro il cui titolo è Connettography, e cioè l’idea che non è possibile più nemmeno leggere la geografia se non attraverso il principio della connessione, per cui dobbiamo misurarci quasi con un approccio di una nuova scienza, cioè la connettografia. La geografia senza la connessione non è più comprensibile.

Crisi umanitaria, crisi alimentare e crisi energetica.
Queste tre grandi crisi si riflettono già oggi - ma possono nei prossimi mesi diventare ancora più complicate - nel Mediterraneo, nel rapporto con l’Africa e nel rapporto con il Vicino ed Estremo oriente.
Cerchiamo di renderla più semplice.
Noi potremmo arrivare nelle prossime settimane, se non c’è un piano di sostegno particolarmente elevato, al fatto che in alcuni paesi dell’Africa non ci sarà più la possibilità di distribuire e di produrre pane. Non cose molto complicate, il pane.
Sono paesi in cui abbiamo già visto per esempio in altri momenti della storia delle rivolte sociali, perché è evidente che se non c’è il pane è difficile gestire un rapporto con la popolazione.
Se c’è una crisi alimentare può esserci una drammatica ripresa di una crisi umanitaria.
D’altro canto, sappiamo che il Mediterraneo è al centro dei grandi processi migratori.

Immaginate una grande crisi umanitaria nel Mediterraneo e la crisi umanitaria prodotta dalla guerra in Ucraina. L’Europa sarebbe stretta in una sorta di morsa umanitaria, cosa non semplicissima da gestire.
Fino ad adesso l’Europa ha gestito bene la crisi umanitaria provocata dall’Ucraina, con solidarietà, nessuno si è sottratto.
Ho parlato volutamente dei centomila arrivi in Italia, perché appunto l’Italia, che è molto lontana dall’Ucraina, ha accolto centomila persone ma naturalmente so perfettamente che il peso maggiore lo hanno sofferto la Polonia, l’Ungheria, i Paesi Baltici.
Siamo certissimi che di fronte ad un flusso imponente migratorio nel Mediterraneo i Paesi Baltici saranno così solidali come siamo stati noi? Non è soltanto un problema di volontà, è un problema anche di gestione concreta. Dal momento che c’è un paese che ha un milione e mezzo di profughi, può pensare realisticamente di prenderne degli altri che vengono da fuori?

Crisi energetica. Voi avete visto che il governo italiano sta lavorando per diversificare le importazioni. E dov’è andato? In Africa. Algeria, Congo, Angola. Ma c’è un grande tema. Nel Mediterraneo, seppur allargato, si affacciano i grandi paesi produttori di petrolio del mondo, e cioè la penisola arabica. È evidente che lì si gioca un punto cruciale della partita ma qui c’è un punto delicatissimo.
Dopo la crisi e la guerra in Ucraina il mondo ha chiesto ai paesi arabi. Il cartello prima si chiamava Opec (ed era il cartello dei produttori di petrolio del mondo), poi ne hanno fatto un altro che si chiama Opec Plus perché si è aggiunta la Russia. Tutti hanno fatto appello perché si aumentasse la produzione di petrolio, perché nel momento in cui c’è il blocco dei rapporti con la Russia se aumenti la produzione degli altri paesi rendi ininfluente la produzione russa. Cosa che il mondo vorrebbe. E tuttavia la risposta del cartello Opec più Opec Plus è stata no, non si aumenta la produzione di petrolio.
Dietro a questo no non c’è una ragione economica, perché è evidente che aumentando la produzione aumentano anche i ricavi, anche se naturalmente alcuni scommettono sull’aumento del costo del petrolio (e quindi i ricavi aumentano anche se vendi di meno).
C’è un problema di un’incomprensione politica. Cioè nel mondo ci sono due grandi assi in questo momento: l’asse della solidarietà nei confronti dell’Ucraina, e cioè di coloro di quei paesi che considerano con tanta nettezza che c’è un invasore (la Russia) e un invaso (gli ucraini).
Poi c’è un’altra parte del mondo che pur giudicando che c’è un invasore e un invaso è distante da questi fenomeni, da questa partita, si sente non pienamente coinvolto, e viene chiamato tecnicamente “l’asse dell’indifferenza”.
Non vi rivelo nulla di particolarmente segreto se vi dico che in questo momento l’asse dell’indifferenza coinvolge la maggioranza della popolazione del mondo.
È chiaro di cosa stiamo parlando? Perché c’è quest’asse dell’indifferenza? Perché come voi sapete ad un certo punto, quando ci sono tornanti particolarmente complessi della storia, ognuno porta nella storia immediata quello che è successo prima. Tutti arrivano a valutare l’elemento storico forti di un’esperienza passata, per cui ad un certo punto c’è qualcuno che dice “sì è drammatico che ora ci sia un invasore e un invaso, ma perché prima non vi siete occupati, per esempio, degli attacchi del terrorismo internazionale a grandi paesi arabi?” O “Perché non vi siete occupati prima dell’Africa?”.
Ad un certo punto, quando arrivi ai grandi tornanti della storia, il tema delle recriminazioni storiche diventa particolarmente rilevante.

Perché vi ho fatto questa lunga premessa? Per dirvi una cosa semplicissima, che noi oggi stiamo parlando di cooperazione nell’ambito del Mediterraneo.
Questa cooperazione è una chiave di volta per superare questa indifferenza, per evitare che l’indifferenza possa diventare diffidenza. Perché non possiamo ragionare “day by day”, e se lo facciamo compiamo un drammatico errore.
La vicenda dell’Ucraina ci pone di fronte al fatto che dobbiamo avere una visione, una strategia: non si può governare il mondo senza avere una visione, giorno per giorno sono soltanto guai.
Nessuno si illuda che aspettando le cose si risolvano da sole.

Cooperazione partendo da un assunto, che è che ci sono strumenti come l’alta formazione, quindi la cooperazione nel campo universitario, la cooperazione nel campo culturale, la cooperazione nel campo dell’insegnamento della lingua che avvicinano straordinariamente i popoli, non li dividono.

Faccio un esempio, vi racconto un piccolo episodio.
Nei giorni scorsi ho fatto un giro dei paesi arabi e sono andato in Bahrain. Il Bahrain è un piccolo Regno, uno di quei Regni super ricchi la cui forza deriva dalla fortuna geografica. Sono stati sfortunati per millenni, poi con la scoperta dell’energia e del petrolio sono diventati particolarmente fortunati. Quello che gli è stato negato per milioni di anni gli è stato restituito in fretta, in poche decine di anni.
Parlando con i rappresentanti di questo paese ero convinto di proporgli una cosa molto interessante dicendogli che la nostra intenzione è costituire, cosa che faremo, un istituto in Italia per l’insegnamento della lingua araba. Sì, loro erano contenti ma ad un certo punto ci hanno detto “Ma perché non facciamo l’opposto? Perché non insegniamo la lingua italiana in Bahrain?”. Mi ha colpito profondamente, tutto potevo pensare tranne che in Bahrain fossero interessati all’insegnamento della lingua italiana.
Abbiamo cambiato programma, stiamo lavorando per insegnare la lingua italiana in Bahrain.
Soltanto per farvi capire qual è l’appeal che noi abbiamo e del quale non siamo nemmeno consapevoli. Viviamo in un mondo separato.

Noi abbiamo delle “chance”, dei compiti e dei ruoli a cui non possiamo venire meno, perché quella parte del mondo guarda all’Italia come un ponte verso l’Europa e l’Italia appare come un ponte più facile da poter utilizzare per ragioni storiche, politiche, di carattere culturale. Per una ragione semplicissima, perché se voi guardate quello che è il nostro Mezzogiorno vedete dei segni delle presenze arabe in Italia.
Noi a volte non lo sappiamo, loro lo sanno. Noi a volte abbiamo dei patrimoni sotto casa e non lo sappiamo, loro lo sanno. E per questo guardano a noi come un interlocutore “naturale”.

In questo senso, noi abbiamo firmato due accordi di cooperazione per l’insegnamento della lingua italiana fuori dai confini nazionali, uno lo abbiamo fatto con la Somalia. Non era semplicissimo, è un fatto molto importante perché firmare con un governo di un paese complesso come la Somalia, un paese post-coloniale, l’insegnamento della lingua italiana è il segno di un investimento verso il nostro paese, perché voi sapete che quando c’è un passato coloniale solitamente si è portati a non avere rapporti con il paese che è stato espressione di un dominio coloniale. Non è così, in Somalia la lingua italiana è la seconda o la terza lingua. Ed è stato molto bello che i governanti di quel paese che pure ha problemi complicatissimi, perché è ad un punto cruciale del Corno d’Africa, e voi sapete quanto il Corno d’Africa è complesso - c’è una sfida terroristica drammatica, c’è un problema di “controllo” del paese particolarmente difficile - però abbiamo costruito questo progetto.
Il progetto è già partito, ma sapete qual è la cosa più incredibile? È che c’è l’onda di quello che io chiamo soft power, del potere dolce, che è un potere che si propaga più rapidamente di quello che possiamo pensare.
Per cui, noi firmiamo questo accordo per l’insegnamento della lingua italiana in Somalia il 21 dicembre, e il 3 gennaio mi arriva sul telefonino un PDF dalla Somalia, ed era il PDF della prima trasmissione in lingua italiana di Radio Mogadiscio. Erano trent’anni che non c’era più una trasmissione in lingua italiana a Radio Mogadiscio.
Naturalmente non fa parte del nostro accordo ma il Governo somalo, per dimostrare il segno di amicizia, ha accelerato il fatto che Radio Mogadiscio potesse avere un notiziario in italiano. Ogni giorno dalle 14 alle 15 c’è un notiziario internazionale in lingua italiana. La cosa più simpatica, se uno volesse collegarsi, è che l’apertura è la sigla del TG1.
Tanto per farvi capire quanto abbiamo delle chance e quanto non le comprendiamo.

Nei giorni scorsi abbiamo firmato un partenariato per l’insegnamento della lingua italiana in Libano. Hanno ben altri problemi in Libano, so perfettamente che non risolviamo il problema, ma è una cosa importante.
In questo momento, aggiungo per conoscenza, l’Italia ha un contingente militare in Libano ed è il più importante contingente militare delle Nazioni Unite. Non è un aiuto? Non è importante che mentre ci sono lì i nostri militari ci sia un accordo per l’insegnamento della lingua italiana in Libano? Non è un segnale in senso lato del riconoscimento del ruolo dell’Italia? Io penso di sì.

Infine, due ultime considerazioni.

L’alta formazione, lo scambio di formazione universitaria.
Mentre noi stiamo parlando qui e mentre firmeremo l’accordo con l’Università di Foggia ci sono tre vostri colleghi, due ragazzi e una ragazza provenienti dal Marocco che stanno frequentando un corso di laurea presso la LUISS, l’Università a Roma. Dovevate vedere l’emozione quando gli abbiamo consegnato la borsa di studio, quanto fossero contenti. Io andrò in Marocco il prossimo 24 del mese di maggio, c’è una cooperazione molto intensa, ma la prima cosa che gli ho detto quando gli abbiamo consegnato le borse di studio, è che c’è un’unica condizione: che voi vi impegnate a tornare nei paesi di provenienza, perché l’unica cosa di cui non abbiamo bisogno è il “furto di intelligenza”.
Noi dobbiamo comprendere che nel rapporto tra noi e l’Africa, tra l’Europa e l’Africa, è formare classi dirigenti di quei paesi.
Per cui noi siamo protagonisti dell’alta formazione, la più qualificata possibile, ma vogliamo che ritornino in quei paesi, perché vogliamo avere classi dirigenti di quei paesi che siano responsabili verso i loro popoli.
Perché la verità è che l’Africa non è un continente povero, ci raccontiamo un cumulo di sciocchezze.
Siamo a volte talmente convincenti nel dire sciocchezze che ci crediamo pure noi.
Non è così, l’Africa è un continente non ricco, ricchissimo.

Nel momento in cui stiamo parlando c’è un grande tema che attraversa il mondo, che spaventa il mondo, che si chiama questione dei metalli delle terre rare.
Sono i metalli che consentono alle nuove tecnologie di essere all’avanguardia. Se noi vogliamo avere uno sviluppo compatibile dal punto di vista ambientale abbiamo bisogno dei metalli delle terre rare.
Ognuno di noi ha uno smartphone in tasca, e senza i metalli delle terre rare non è tecnicamente realizzabile.
Una parte fondamentale dei metalli delle terre rare viene dall’Africa.
Sapete qual è il primo detentore al mondo di metalli delle terre rare? La Cina, non gli Stati Uniti. È prima di gran lunga. Lo si deve al fatto che producono metalli delle terre rare già loro, e al fatto che la Cina ha per tempo pensato ad un progetto di partnership cinese in Africa.
Il principale interlocutore dei governi africani è la Cina.
Noi abbiamo firmato un interessante accordo di cooperazione nel campo energetico con l’Algeria. Due mesi fa l’Algeria è stato uno dei primi paesi africani a produrre un vaccino anti-Covid proprio.
Anche qui, il brevetto era europeo o statunitense? No, era cinese.
Voi comprendete che qui ci sono rapporti saldissimi, perché se uno consente ad un paese di poter produrre in proprio un vaccino per proteggersi dalla pandemia e quindi dal rischio di morte, si saldano rapporti difficilmente separabili.
Il problema dell’Africa non sono le risorse, sono le classi dirigenti di quei paesi, che a volte hanno depredato e a volte non sono all’altezza.
E quindi l’idea di poter costruire un percorso di formazione di quelle classi dirigenti è un elemento fondamentale non solo per l’Italia, ma per l’Europa. Aggiungo io, per le grandi democrazie occidentali.
Tecnicamente si chiama “inseminazione”. Cioè, io costruisco le condizioni di qui a cinque/dieci anni per avere rapporti più favorevoli, non sono ossessionato dalla quotidianità perché la quotidianità nel rapporto con questi paesi non porta da nessuna parte.
Bisogna conquistare il loro cuore, il loro cervello, ad un grande progetto e loro sono disponibili a farlo ma vogliono fiducia.
Vogliono sapere se ci sono persone disponibili ad investire sul tempo.
Noi abbiamo un’altra concezione del tempo, per noi è tutto e subito, per loro è un’altra idea del tempo, per fortuna.
Sapete qual era lo slogan cinese quando erano in drammatica difficoltà 43 anni fa? “Nascondi le tue capacità e aspetta il tuo momento”.
Tenetele insieme e non ve le dimenticate mai queste parole.
Capite qual è il rapporto con il tempo? Noi siamo esattamente l’opposto, a volte trasmettiamo il messaggio di avere più capacità di quelle che effettivamente abbiamo.
E questo produce da un lato rassicurazione, ma in altri può produrre ansia.
Tra l’altro, non sappiamo mai aspettare il nostro momento.
Comprendete che c’è una gigantesca sfida che è culturale di pensiero? Se non sai queste cose non puoi capire questi popoli, se non puoi capire questi popoli non puoi competere, se non puoi competere non puoi nemmeno presentare un disegno alternativo perché è evidente che loro sono delle autocrazie e noi siamo delle democrazie, e io vorrei che le democrazie si affermassero nel mondo. E tuttavia, se vogliamo contrastare le autocrazie dobbiamo capire qual è il modello di pensiero delle autocrazie. Se uno non conosce non può nemmeno contrastare e combattere.

Ultima considerazione e finisco.
Le lingue. L’obiettivo che naturalmente non è nell’accordo che abbiamo fatto con l’Università di Foggia, e che però sta dentro ad una cooperazione più ampia, per noi è quello di istituire in Italia un Istituto per l’insegnamento della cultura e della lingua araba. È una cosa molto importante.
Primo, per ragioni di cooperazione internazionale: la lingua araba è la lingua di un pezzo fondamentale del mondo.
Secondo, c’è una storia della nostra tradizione.
Terzo, c’è un elemento di sicurezza, nel senso che oggi l’insegnamento della lingua araba in Italia è molto lasciato alle associazioni di coloro che sono sul territorio, è lasciato spesso agli imam delle moschee. Un grande paese insegna la lingua araba nel rapporto con le proprie istituzioni.
In questo senso l’idea di poter avere anche delle cattedre di insegnamento della lingua araba presso le nostre università diventa un elemento particolarmente importante.
Quello è un pezzo del nostro futuro.

Allora voi comprendete che in questi tre foglietti di carta c’è dietro una visione e un’idea.
Io sto facendo il predicatore disarmato in Italia, vado in giro e cerco di convincere le persone del fatto che questa sia la cosa più giusta da fare. Perché questo è anche il ruolo per l’Italia e perché l’Italia deve pensare a come essere un ponte verso questi mondi. Se non ci giochiamo noi il ruolo nel Mediterraneo, chi se lo può giocare?
C’è un dato strutturale, io non so chi di voi crede o non crede all’Onnipotente, io ci credo ma non ho problemi verso coloro che non credono all’Onnipotente, e tuttavia l’Onnipotente, non c’è nessun merito nostro, ha collocato l’Italia al centro del Mediterraneo.
Se uno è al centro deve stare al centro, se uno che è stato collocato al centro non sta al centro viene meno al suo ruolo storico.
Perché il ruolo dell’Italia è tecnicamente essere ponte tra culture e civiltà.
Ma mentre fino a centocinquanta anni fa queste culture potevano apparire marginali oggi non sono più marginali nel mondo, perché l’Europa senza l’Africa non ha alcun futuro, perché oggi l’Africa è lo specchio dell’Europa. Se l’Africa starà male, l’Europa starà male, non ci sono muri che si possono costruire. La nostra sfida è là. E se starà male l’Africa starà male tutta l’Europa, e aggiungo, tutto il mondo. È chiaro qual è il senso della partita?

Ritornando quindi alla giornata di oggi, in questo scenario la cooperazione con l’Università di Foggia, che avviene dentro un quadro di una cooperazione più ampia, perché la Med-Or Foundation ha firmato prima di questo accordo un accordo con la Conferenza dei Rettori Italiani, con la CRUI, di cui siamo particolarmente orgogliosi.
C’è un accordo quadro della CRUI con la Fondazione Med-Or e dentro questo quadro c’è un accordo particolarmente importante con l’Università di Foggia: se ci pensate è un approccio sistemico.

Infine, un’ultimissima notizia.
Avantieri abbiamo firmato un accordo di cooperazione con il Ministero degli Affari Esteri italiano, nel senso che la Fondazione Med-Or si impegna a fornire analisi valutative al Ministero degli Affari Esteri del nostro paese.
Non è un fatto usuale che avvenga, è un fatto molto importante.
Primo perché avviene gratuitamente, e secondo perché non è usuale che una Fondazione fornisca materiale di analisi ad un Ministero di Affari Esteri.
Lo ritengo particolarmente importante, sono particolarmente orgoglioso di questo perché è l’idea di quello che penso io, e cioè della Fondazione Med-Or come un pezzo del Sistema-Paese.
È una Fondazione privata, e tuttavia messa al servizio del Sistema-Paese, e che trova nel rapporto con le Università e con le istituzioni del nostro paese un elemento particolarmente rilevante della sua missione.

Ho cercato di spiegarvi nella maniera più semplice possibile per quale ragione ritengo importantissimo l’accordo che stiamo per firmare, e per questa ragione sono particolarmente grato a tutti voi, primo fra tutti al Magnifico Rettore.

Grazie e buona giornata.

Leggi qui l'intervento in arabo.

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