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Il momento della verità del Libano

La finestra strategica aperta dopo Hezbollah. Il punto di Daniele Ruvinetti

Per oltre quarant’anni il Libano ha rappresentato uno dei principali esempi di sovranità incompiuta del Medio Oriente. La presenza di Hezbollah come attore militare autonomo, il ruolo esercitato dalla Siria prima e dall’Iran poi, la fragilità delle istituzioni statali e la ciclicità del confronto con Israele hanno impedito allo Stato libanese di esercitare il monopolio della forza sul proprio territorio, trasformando il Paese in uno dei principali teatri della competizione regionale.

La guerra (di fatto in corso) tra Israele e Hezbollah sembra tuttavia aver modificato alcuni dei presupposti su cui questo equilibrio si era retto per decenni. L’eliminazione di gran parte della leadership del movimento sciita, il degrado delle sue capacità militari e la pressione esercitata da Washington stanno creando una finestra politica che fino a pochi mesi fa appariva difficilmente immaginabile. Per la prima volta dagli anni Ottanta, la possibilità di riportare le armi sotto il controllo esclusivo dello Stato libanese non appartiene più soltanto alla retorica delle risoluzioni internazionali, ma è entrata al centro di un negoziato politico concreto.

È questa, probabilmente, la vera posta in gioco della fase attuale. La questione non riguarda soltanto il futuro di Hezbollah, ma la possibilità che il Libano torni finalmente a esercitare una sovranità piena.

Lo Stato al centro della strategia americana

La proposta recente presentata dall’inviato speciale americano Thomas Barrack al governo libanese riflette un approccio diverso rispetto ai tentativi compiuti in passato. L’obiettivo dichiarato rimane il disarmo di Hezbollah, ma il metodo scelto riconosce implicitamente che tale risultato non può essere ottenuto attraverso un’imposizione immediata.

Il negoziato promosso dagli Stati Uniti si fonda infatti su una logica progressiva. In cambio di un graduale trasferimento delle responsabilità di sicurezza allo Stato libanese, Israele dovrebbe interrompere gli attacchi contro Hezbollah, ritirarsi dalle ultime posizioni occupate nel Libano meridionale e favorire, insieme alla comunità internazionale, la ricostruzione economica del Paese. La risposta fornita da Beirut ribadisce l’obiettivo costituzionale del monopolio statale della forza, ma insiste sul fatto che qualsiasi progresso richieda, parallelamente, la cessazione delle operazioni militari israeliane e il ritiro completo delle truppe dal territorio libanese.

Questa differenza di impostazione è stata gestita senza provocare una rottura del negoziato. Al contrario, Washington ha accolto favorevolmente la risposta libanese, segnalando la volontà di mantenere aperto un percorso negoziale che, almeno in questa fase, privilegia la costruzione graduale della fiducia rispetto alla ricerca di un accordo definitivo.

I colloqui svoltisi a Roma il 14 e 15 luglio rappresentano il passaggio più concreto di questa impostazione. Le parti hanno definito le linee guida per l’istituzione delle cosiddette pilot zones: aree nelle quali il ritiro progressivo delle forze israeliane dovrebbe procedere parallelamente al dispiegamento dell’esercito libanese e all’assenza di gruppi armati non statali. Più che una soluzione definitiva, queste zone costituiscono un banco di prova. Se il modello dovesse funzionare, potrebbe essere progressivamente esteso ad altre porzioni del Libano meridionale.

La novità non risiede tanto nella richiesta di disarmare Hezbollah, presente da anni nelle risoluzioni internazionali, quanto nel tentativo di ricostruire progressivamente la capacità dello Stato di esercitare funzioni di sicurezza sul proprio territorio.

Il nodo Hezbollah

Proprio qui emerge il principale limite dell’attuale processo. L’indebolimento militare subito sotto i colpi israeliani non ha modificato la natura strategica di Hezbollah. Pur avendo ceduto parte delle proprie armi a sud del Litani, il movimento continua a mantenere consistenti capacità militari nel resto del Paese e considera il proprio arsenale un elemento essenziale della propria identità politica e della propria funzione deterrente.

Per la leadership guidata da Naim Qassem, rinunciare alle armi significherebbe mettere in discussione il principio stesso su cui Hezbollah ha costruito la propria legittimità fin dagli anni Ottanta. Non sorprende quindi che il movimento abbia scelto una strategia di cooperazione limitata, sufficiente a evitare uno scontro diretto con le istituzioni libanesi e con la comunità internazionale, ma insufficiente a produrre un reale processo di smilitarizzazione.

Questa posizione spiega anche la prudenza mostrata dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Nawaf Salam. Entrambi riconoscono la necessità di rafforzare l’autorità dello Stato, ma ritengono che un tentativo di disarmo imposto possa riaprire le fratture confessionali interne, soprattutto finché Israele continuerà a mantenere una presenza militare nel Libano meridionale.

Il dilemma della sicurezza israeliana

Parallelamente, anche Israele sembra aver modificato in profondità il proprio approccio strategico. L’esperienza del 7 ottobre e i successivi conflitti hanno rafforzato l’idea che la deterrenza non sia più sufficiente a garantire la sicurezza delle comunità di confine. Sta emergendo una dottrina che privilegia il controllo diretto delle aree limitrofe, la profondità strategica e la libertà di intervento militare oltre i confini nazionali. L’esistenza di zone cuscinetto lungo le frontiere con Gaza, il Libano e, più recentemente, la Siria riflette questa evoluzione.

Nel caso libanese, tale impostazione produce però una tensione evidente. Israele collega il proprio ritiro al completo disarmo di Hezbollah; Beirut sostiene invece che il rafforzamento dello Stato richieda, come condizione preliminare, la fine dell’occupazione israeliana. Entrambe le posizioni rispondono a esigenze di sicurezza comprensibili, ma finiscono per alimentare un circolo vizioso nel quale ciascuna parte condiziona le proprie decisioni alle scelte dell’altra.

È proprio questo rischio che il meccanismo delle pilot zones cerca di superare, sostituendo la ricerca di una soluzione complessiva con un processo incrementale basato su risultati verificabili.

Una finestra che potrebbe non ripresentarsi

Resta infine la variabile iraniana. Teheran continua a considerare Hezbollah uno degli strumenti principali della propria proiezione strategica nel Levante. Tuttavia, l’indebolimento subito dal movimento e la crescente pressione economica e politica sul Libano potrebbero modificare, almeno in parte, il rapporto tra il valore militare dell’organizzazione e il costo necessario per mantenerlo.

È ancora prematuro sostenere che l’Iran sia disposto ad accettare una trasformazione di Hezbollah in un attore esclusivamente politico. Più realistico è immaginare un tentativo di preservarne l’influenza limitando al minimo le concessioni sul piano militare, nella speranza che l’attuale pressione internazionale si attenui nel tempo.

In questo quadro, il successo del processo avviato dagli Stati Uniti dipenderà meno dalla disponibilità di Hezbollah ad arrendersi — uno scenario che appare improbabile — che dalla capacità delle istituzioni libanesi di dimostrare, gradualmente, di poter esercitare le funzioni che per decenni sono rimaste nelle mani di attori armati non statali.

La finestra apertasi dopo la guerra potrebbe quindi rappresentare un’opportunità storica per il Libano. Non perché il problema Hezbollah sia vicino a una soluzione definitiva, ma perché, per la prima volta da molti anni, il centro del confronto regionale non è più la sopravvivenza della milizia sciita, bensì la ricostruzione della sovranità dello Stato libanese. Se questo processo riuscirà a consolidarsi, il Libano potrebbe uscire dalla condizione di terreno di competizione tra potenze regionali e tornare ad agire come un attore statale. Se invece dovesse fallire, è probabile che il Paese ricada nel ciclo che ne ha segnato la storia recente: uno Stato troppo debole per esercitare pienamente la propria autorità e troppo importante, per la sua posizione geografica, per sottrarsi alle rivalità del Medio Oriente.

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