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Il Niger paradigma del confronto tra potenze in Africa

Il ritiro statunitense, l’ingresso degli Africa Corps russi, gli accordi cinesi per il petrolio e l’interesse per l’uranio dell’Iran. Niamey, un tempo paradigma democratico nel Sahel, in mezzo allo scontro tra potenze. L’analisi di Emanuele Rossi

Gli Stati Uniti faranno rientrare i circa mille soldati di stanza in Niger, seguendo le indicazioni della giunta militare di Niamey, al potere dal luglio scorso dopo il golpe che ha rovesciato il presidente Mohammed Bazoum – per anni faro democratico in mezzo a una regione, il Sahel, destabilizzata già da altri colpi di stato. La scelta nigerina contro gli americani segue una decisione analoga presa verso i francesi e rappresenta un problema su due fronti.

Il primo riguarda la capacità operativa di lotta al terrorismo nella regione: il Sahel è un hub logistico e amministrativo per diversi gruppi armati, alcuni dei quali (i più importanti) collegati ad Al Qaeda e soprattutto allo Stato Islamico – che sta in effetti risorgendo anche grazie alla spinta africana. Gli Stati Uniti – sebbene abbiano abbandonato le operazioni sul campo dopo la morte di tre Berretti Verdi nell’imboscata di Tongo Tongo nell’ottobre del 2017 – hanno in Niger due basi attive. Una di queste, la Air Base 201 di Agadez, costata 110 milioni di dollari, ospita i droni armati che osservano, e all’occorrenza martellano, movimenti e leadership dei gruppi terroristici. Perdere questa capacità di intelligence e azione avrà, almeno nel breve termine, effetti negativi nelle attività di counter-terrorism in Africa.

Il secondo problema riguarda la sostituzione in corso in Niger (come altrove nella regione) del sistema di cooperazione con l’Occidente a beneficio di altri paesi, i quali sostengono di rappresentare (o meglio costruire) un modello di governance degli affari internazionali diverso dall’ordine liberale basato sulle regole che hanno tutelato la sicurezza collettiva negli ultimi settanta anni. La giunta al potere a Niamey ha intrapreso diverse forme di contatti e accordi con attori internazionali rivali di Stati Uniti e Unione Europea. Si è, per esempio, accordata con la Russia per l’invio di unità degli Africa Corps, probabilmente arrivate nel paese attraverso l’hub logistico che l’ex gruppo Wagner ha costruito in anni di cooperazione con la milizia dominante nell’Est libico. Inoltre, ha stretto un Memorandum of Understanding con la China National Petroleum Corporation (nota come CNPC) per lo sfruttamento del giacimento di Agadem e il collegamento dello stesso con il porto di Cotonou, in Benin, tramite un’infrastruttura il cui progetto, curato da Petro China (sussidiaria di CNPC), trasformerà il paese in un esportatore di greggio e derivati. Infine, la giunta golpista starebbe portando avanti negoziati con l’Iran per fornirgli l’uranio che in precedenza veniva importato dalla Francia. In cambio la Repubblica islamica potrebbe fornire equipaggiamento militare, come droni armati, che l’Occidente non vende a governi instabili e non democratici.

Il programma atomico di Teheran, la penetrazione nel sistema di sicurezza ed energetico africano di Mosca e Pechino e la necessità di non arretrare nella lotta al terrorismo rappresentano dei fattori di rischio e testimoniano la perdita di influenza dell’Occidente nella regione. È evidente che il combinato disposto ha portato Washington a cercare di spingere su iniziative di dialogo pragmatico con l’attuale leadership di Niamey, le quali però si sono rivelate generalmente non efficaci.

Nelle scorse settimane, migliaia di manifestanti si sono radunati per le strade della capitale del Niger per chiedere la fine immediata della cooperazione con gli Stati Uniti e le immagini circolate hanno ricordato quelle del Mali o del Burkina Faso. Le proteste sono state “arricchite” di slogan antioccidentali e bandiere russe, con l’infowar di quegli attori rivali che ha esaltato il contesto e con possibili operazioni di psy-ops e propaganda varia che hanno contribuito alla costruzione di un ambiente di disinformazione che ha favorito le manifestazioni. Eppure, resta che certe operazioni complesse che toccano le masse sono efficaci solamente se esiste un sostrato nel quale riescono ad attecchire. Nel caso nigerino questo sostrato è alimentato da una forma di antioccidentalismo che affonda radici storiche nella reazione al colonialismo e oggi contesta l’inefficacia e l’inefficienza delle cooperazioni in corso.

Tali aspetti fanno del Niger un caso paradigmatico, perché sono condivisi anche altrove in Africa Niamey è stata relativamente protetta dalle attività dei gruppi jihadisti, eppure inizia a percepire una crescita di interessi delle due principali fazioni – la qaedista Jama'at Nasr al-Islam wal Muslimin (sigla: JNIM) e ISSP, ossia la Islamic State Sahel Province. I gruppi terroristi sono attori opportunistici e sfruttano il contesto per i propri interessi: consapevoli del dibattito sull’Occidente in seno all’opinione pubblica, lo hanno sfruttato per la propaganda, pensata per la creazione di proseliti. La tematica condivisa è l’equa ostilità a tutte le forze straniere, spingendo su un desiderio sovrano che finora ha colpito le forze occidentali, ma che in futuro potrebbe riguardare anche i russi, o i cinesi e gli iraniani, dovessero i loro business diventare eccessivamente ingombranti.

Qui sta il problema nel problema: se la tendenza di crescita soprattutto di ISSP continua, potrebbe portare l’organizzazione a diventare più attraente della giunta e ciò rappresenterebbe una sfida complicata. C’è una crescente preoccupazione che nel tempo e con risorse sufficienti, un ramo dello Stato islamico nell’Africa sub-sahariana possa cercare di stabilire un califfato auto-amministrato, attirando combattenti da altre parti dell’Africa e forse anche da più lontano. Il Niger diventa importante in queste dinamiche e per questo le forze dello Stato Islamico stanno combattendo JNIM col fine di conquistare il fulcro della narrazione jihadista. In mezzo, i cittadini locali percepiscono un sostanziale calo di sicurezza che li porta per ora a sostenere la giunta, ma con il latente rischio di cambiamenti pragmatici.

Lo scorso settembre, Mali, Burkina Faso e Niger – tre paesi governanti da giunte golpiste arrivate al potere per risolvere i problemi di sicurezza e caratterizzate da narrazioni pubbliche simili – hanno costruito la cosiddetta “Alleanza degli Stati del Sahel”, annunciando la volontà di uscire dall’organizzazione di cooperazione regionale ECOWAS e l’intento comune di unire le forze contro le “ribellioni” e le “aggressioni straniere”. Il problema sta nelle capacità tecniche e politiche. L’interesse delle giunte è soprattutto la propria sopravvivenza, mantenendo il consenso attraverso un’incessante propaganda e repressioni, tanto che spesso i nemici sono più individuati tra gli oppositori che tra i gruppi armati – attività che assecondano fornitori di sicurezza come i russi e altre controparti che seguono i propri interessi.

Unito a questo elemento politico c’è però quello tecnico-militare: senza le capacità fornite dalla cooperazione con le forze occidentali, quelle giunte potrebbero rischiare di non essere preparate nelle reali attività di contrasto ai gruppi terroristici. Non è chiaro quanto Cina, Russia e Iran possano e vogliano investire nel rendere efficaci quelle capacità. Anche per questo un ridotto contingente italiano resta a Niamey, cercando di lavorare (tecnicamente e per quanto possibile politicamente) con la giunta, con la stabilità regionale e la sicurezza quali interessi superiori.

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