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Il piano ambizioso di Hassan Sheikh per la Somalia

di Luciano Pollichieni

Dopo 14 mesi di rinvii la Somalia ha un nuovo presidente. Eletto per la seconda volta alla guida del paese, Hassan Sheikh ha promesso di pacificare e unire la nazione, ma il tempo stringe e le sfide sono molteplici.

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Soomaali Heshiis ah, Dunidana Heshiis la ah”, una Somalia in pace con sé stessa e con il resto del mondo. Questo è stato il passaggio chiave del discorso che Hassan Sheikh ha tenuto dopo la vittoria delle elezioni presidenziali il 15 maggio scorso. Membro di spicco del clan degli Hawiye, Hassan Sheikh è stato eletto per la seconda volta come capo di stato del paese, dopo aver battuto il presidente uscente Mohammed Abdullahi ‘Farmaajo’ con una vittoria di largo margine al terzo scrutinio. Le scorse elezioni presidenziali rappresentano per molti versi un passaggio storico rilevante per la Somalia, che va oltre la fisiologica definizione di nuovi equilibri politici che caratterizza tutte le consultazioni elettorali nel mondo. Infatti, nonostante non possa essere definito un volto nuovo della politica somala, il sessantaseienne Hassan Sheikh ha lanciato sé stesso e il suo partito, lo Union for Peace and Development Party (UPDP), nella complessa missione di riunificare il paese dal punto di vista politico e di salvarlo da una serie di minacce che possono essere definite come esistenziali. Come succede spesso, specialmente in regioni fortemente interconnesse come il Corno d’Africa, sviluppi altamente localizzati hanno conseguenze su scala regionale, e le elezioni presidenziali somale del 2022 sembrano essere una nuova dimostrazione di questo assunto. Tuttavia, per comprendere queste implicazioni è importante, in primo luogo, contestualizzare il momento storico in cui la corsa elettorale ha avuto luogo.

Un’elezione lungamente rinviata

Per capire l’importanza delle presidenziali di quest’anno, bisogna partire dal ritardo con cui si sono tenute. Infatti, l’elezione del nuovo presidente avrebbe dovuto tenersi 14 mesi prima, nel febbraio del 2021. L’ex presidente Farmaajo aveva promesso durante la campagna elettorale del 2017 che le successive elezioni del 2022 si sarebbero svolte con l’elezione diretta dei rappresentanti da parte del corpo elettorale (eventualità non verificatasi). Tuttavia, già nel 2020, la sua amministrazione ha cominciato ad addurre diverse scusanti per giustificare i ritardi nel calendario elettorale: dalla pandemia alla crisi umanitaria, dalla crescita dell’insicurezza dovuta agli attacchi di Al-Shabaab alle rivalità tra i diversi clan. Questo stallo politico è culminato negli scontri armati che hanno avuto luogo a Mogadiscio nel dicembre del 2020, ma, soprattutto, ha portato a una polarizzazione politica di lungo termine che ha messo a rischio i diversi risultati positivi conseguiti dalle autorità somale fino a quel momento. Altresì ha rischiato di compromettere i delicati equilibri tra i clan, che rappresentano ancora l’elemento cardine della politica nazionale, e che evitano che il paese ripiombi nell’anarchia che ha caratterizzato gli anni ‘90. La decisione di Farmaajo di posticipare le elezioni ha fomentato un sentimento anti-presidenziale che è stato capace di oltrepassare i confini tra clan ed etnie, incrementando la diffidenza verso le istituzioni a livello nazionale. Infatti, una delle principali critiche mosse a Farmaajo durante il suo mandato è stata quella di essere poco incline al compromesso, mentre i suoi critici più aspri lo hanno apertamente accusato di usare le istituzioni statali come una proprietà personale e del suo clan, quello dei Darod. Al netto della propaganda e delle iperboli tipiche dell’agone politico a qualsiasi latitudine, è innegabile come durante il suo mandato Farmaajo abbia vissuto con un certo fastidio il dialogo partitico e clanico su alcune questioni fondamentali per il futuro della Somalia, come nel caso del rinnovo della missione dell’Unione Africana, l’AMISOM, o nella gestione delle nuove e strettissime relazioni con il Qatar e l’Eritrea. Di conseguenza, la percezione dell’ex presidente presso l’opinione pubblica somala, così come parte dell’élite del paese, è stata quella di un politico fortemente decisionista. In questo contesto, i ritardi nelle elezioni parlamentari e presidenziali hanno esacerbato le divisioni all’interno dello stesso apparato di governo somalo, soprattutto tra Farmaajo e il primo ministro Roble. In sintesi, il blocco politico legato alle elezioni è col tempo divenuto anche amministrativo e questo ha contribuito notevolmente alla crescita dell’insicurezza e all’esacerbarsi della crisi umanitaria che affligge il paese. Non solo: il ritardo elettorale ha aumentato lo scetticismo e fatto crescere la diffidenza anche tra i principali alleati della Somalia e da parte delle istituzioni internazionali, compreso l’FMI, che ha minacciato di sospendere i prestiti a Mogadiscio se le elezioni non si fossero tenute entro il 17 maggio di quest’anno. Il contesto in cui si sono tenute le presidenziali non poteva quindi essere più teso.

Le prossime sfide per il nuovo inquilino di Villa Somalia

Al di là del dato strettamente politico, il risultato delle elezioni presidenziali è una buona notizia per quanto concerne il consolidamento democratico e lo stato di diritto in Somalia. Infatti, la rielezione di Hassan Sheikh e il fatto che, seppure dopo molti rinvii, le elezioni hanno avuto luogo, dimostra come al netto delle sue peculiarità il sistema elettorale e il corpo politico somalo siano capaci di resistere ad alcuni stress test importanti. Ciò nonostante, non poche sfide attendono al varco Hassan Sheikh. In primo luogo, dopo aver vinto una campagna elettorale, capitalizzando sulla necessità di ritrovare la coesione interna, il nuovo inquilino di Villa Somalia dovrà essere abile nel mettere in pratica tali concetti, navigando attraverso le notoriamente agitate acque della politica nazionale. In questo contesto, sarà importante vedere come la nuova presidenza gestirà l’elezione del nuovo primo ministro. Infatti, al di là della questione degli equilibri di potere tra i clan, Hassan Sheikh dovrà muoversi in un contesto politico “da resa dei conti” che ha caratterizzato la Somalia nelle settimane successive alla sua elezione, con la sospensione del ministro degli esteri Abisaid Muse, uomo vicino a Farmaajo, su iniziativa del premier uscente Roble in persona. Per il momento, Hassan Sheikh sta gestendo il dossier delle nomine in maniera unitaria, cercando di coinvolgere le diverse anime della politica somala all’interno della nuova amministrazione. Lo dimostrano la nomina a primo ministro di Hamza Abdi Barre, storico importante parlamentare della regione del Medio Giuba, originario di Chisimaio, e quella di Abdishakur “Warsame” (uno dei più influenti politici del clan Habr-Gedir e rivale del presidente durante le elezioni) alla carica appena creata di inviato speciale per la siccità e il cambiamento climatico, così come quella di Sheikh Sherif Ahmed, (ex presidente della repubblica, del clan degli Abgaal e anch’egli rivale di Hassan Sheikh durante le presidenziali) nominato come inviato speciale per la riconciliazione con il Somaliland. In secondo luogo, la nuova amministrazione è chiamata a compiere scelte importanti per quanto riguarda l’insurrezione di Al-Shabaab. Nonostante una soluzione puramente militare non sembri ottenibile, Hassan Sheikh ha promesso di sconfiggere il gruppo terroristico sul campo, assumendo una postura che potrebbe portare alle prime frizioni con una parte dell’opinione pubblica somala. Questa chiede l’implementazione o quantomeno il tentativo di trovare una soluzione politica al conflitto, eventualità che sarebbe comunque in linea con il programma elettorale del neoeletto presidente. In questo contesto, la nuova presidenza dovrà anche dimostrare ai partners internazionali la propria capacità di agire autonomamente e di amministrarsi in maniera pienamente indipendente. L’Unione Africana ha ribadito più volte come il fine ultimo della missione varata ad aprile di quest’anno, l’ATMIS (African Union Transition Mission in Somalia), sia quello di trasferire integralmente l’esercizio della forza alle autorità somale e questo restringe notevolmente le tempistiche per Mogadiscio di dimostrare la propria capacità di difendere i suoi cittadini da sola. A livello regionale, mentre la Somalia era focalizzata sulla risoluzione delle proprie crisi interne, importanti sviluppi hanno caratterizzato la geopolitica del Corno d’Africa, partendo dall’allargamento dell’East African Community dopo l’ingresso della Repubblica Democratica del Congo, finendo con la presenza crescente degli Emirati e l’assertività della Russia nella regione. Su questo contesto fluido s’instaura poi la questione del conflitto in Etiopia e del crescente coinvolgimento dell’Eritrea nelle ostilità. In quest’ambito, diventerà importante capire come Hassan Sheikh imposterà le relazioni con Asmara e il suo presidente Afwerki (uno dei più entusiasti supporter di Farmaajo). In sintesi, insieme al compito difficile di stabilizzare il paese, Hassan Sheikh è chiamato anche a dare una direzione politica chiara e strategicamente sensata alla Somalia. Al di là delle tante variabili che potrebbero influenzare il lavoro della presidenza di Hassan Sheikh, resta l’ambiziosità alla base della sua piattaforma politica: proporre l’unità come strategia di governance per un paese divenuto famoso come l’archetipo della frammentazione politica.

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