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Il significato dell’incontro diplomatico tra Israele e Republika Srpska

Israele alla ricerca di nuove alleanze e il significato dell’incontro tra Benjamin Netanyahu e la politica della Republika Srspka Željka Cvijanović. Sullo sfondo la rivalità turco-israeliana

L’adagio pseudoepigrafico, attribuito a sir Winston Churchill, secondo cui “The peoples of the Balkans produce more history than they can consume” sembra si possa riadattare (però sostituendo history con diplomacy) alla recente visita del 22 giugno in Israele compiuta da Željka Cvijanović, membro serbo della Presidenza [tripartita] della Bosnia ed Erzegovina (BiH), dove ha colloquiato con il premier Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Saar. L’incontro, protrattosi per due giorni, è stato occasione per esprimere gratitudine al leader israeliano per la lunga e proficua collaborazione e per l’attenzione dello Stato ebraico nei confronti delle posizioni politiche espresse dalla Republika Srpska all’interno della federazione di Bosnia ed Erzegovina. L’occasione è stata propizia per rinsaldare i legami economici, rafforzando la collaborazione tra i ministeri competenti dei governi di Israele e della Republika Srpska. Ma è proprio in riferimento a questo scambio di reciproci impegni diplomatici bilaterali che l’adagio pseudo-churchilliano entra in causa: le tensioni politiche sono sorte allorquando il governo federale bosniaco ha presentato una nota di protesta nei confronti di Tel Aviv dopo che la bandiera di Bosnia ed Erzegovina è stata omessa nel corso del summenzionato incontro, sostituita dal vessillo della Republika Srpska. Tale dinamica, denuncia la nota di protesta, è avvenuta in spregio della costituzione federale bosniaca, che attribuisce al solo governo centrale la conduzione della politica estera e, per conseguenza, dei rapporti diplomatici.

L’iniziativa israeliana rischia così di incunearsi nei delicati equilibri interetnici e inter-religiosi dei Balcani e in specie della Bosnia ed Erzegovina che, dopo gli Accordi di Dayton (1995), risulta composta da tre entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (formata da bosgnacchi musulmani sunniti e croati cristiano-cattolici), la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (abitata in prevalenza da serbi cristiano-ortodossi) e il Distretto di Brcko (amministrato congiuntamente). In particolare, la posizione israeliana mirante a sostenere la tutela della componente cristiana della Bosnia ed Erzegovina, rischia di (ri)accendere antichi dissapori interetnici e interreligiosi che da secoli incidono sulla stabilità della regione, riaprendo quelle linee di faglia tipiche dello scontro di civiltà reso famoso da Samuel Hungtinton. Dal canto suo, la rappresentante serbo-bosniaca, sin dall’attacco del 7 ottobre 2023, ha sempre mostrato la propria vicinanza a Israele, opponendosi anche ai mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro Netanyahu.

Il bilaterale Cvijanović-Netanyahu si inserisce, inoltre, nella più ampia cornice di un costituendo allineamento serbo-israeliano, ove si consideri che nel 2025, a New York, Netanyahu aveva già avuto modo di incontrare il Presidente della Serbia Aleksandar Vučić, ottenendo da quest’ultimo il sostegno di Belgrado in seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023. Anche in quell’occasione non erano mancate conseguenti frizioni diplomatiche. L’ambasciatore della Bosnia ed Erzegovina alle Nazioni Unite aveva infatti definito l’incontro di Vučić con Netanyahu un esempio di politica senza principi. Il partenariato strategico tra israeliani e serbi è, in tal senso, il riflesso della rivalità turco-israeliana nel Mediterraneo orientale e nella regione mediorientale. La Turchia, nel suo imponente slancio diplomatico e militare neo-ottomano, proietta la sua azione nei Balcani, concentrando la sua influenza principalmente sulle comunità bosgnacche e sostenendo concretamente la Kosovo Security Force. Ankara e Pristina nel maggio 2026 hanno infatti raggiunto un Accordo di cooperazione e finanziamento militare, siglato dal ministro della Difesa kosovaro Ejup Maqedonci, e dall’omologo turco Yaşar Güler, a margine della Savunma, Havacılık ve Aerospas (SAHA) Expo di Istanbul. Questa profondità strategica turca nei Balcani ha suscitato notevoli attriti tra Belgrado e Ankara determinando, per reazione, il rinnovato riavvicinamento serbo-israeliano, in ossequio all’antica formula delle relazioni internazionali per la quale amicus meus, inimicus inimici mei (più noto nella fraseologia anglosassone the enemy of my enemy is my friend). La rivalità ormai apparentemente sempre più accesa (almeno nei toni) tra turchi e israeliani si estende lungo un arco geopolitico che corre dalla Siria sino al cuore dei Balcani, passando per le complesse dinamiche geopolitiche e geoeconomiche del Mediterraneo Orientale.

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