In Azerbaigian, la Gerusalemme del Caucaso
Viaggio a Quba e Oghuz tra gli Ebrei della Montagna, memoria storica e diplomazia culturale
Nel cuore del Caucaso, a nord dell’Azerbaigian, esiste un luogo che sfida stereotipi e conflitti identitari del nostro tempo. Un villaggio dove gli ebrei vivono da secoli accanto ai musulmani, dove i rabbini entrano nelle moschee e gli imam partecipano alle feste ebraiche, dove la memoria dell’esilio si intreccia con quella della convivenza. È Qirmizi Qasaba — il “Villaggio Rosso”, conosciuto in epoca sovietica come Krasnaya Sloboda — considerato da molti la “Gerusalemme del Caucaso”.
Da Baku servono quasi due ore di viaggio verso nord-est per raggiungere Quba, antica città caucasica ai piedi del Grande Caucaso, a circa quaranta chilometri dal confine russo. Lungo la strada il paesaggio cambia lentamente: le colline aride lasciano spazio alle foreste, ai frutteti, ai fiumi impetuosi che scendono dalle montagne. Attraversiamo Siyazan, la regione delle “Cinque Dita”, picchi rocciosi dove gli abitanti salgono per esprimere desideri e pregare. Poco dopo, la pianura si apre sulla valle del Gudyalchay, il fiume che separa la città musulmana di Quba dall’insediamento ebraico più famoso del Caucaso.
Quba è una delle regioni storiche più antiche dell’Azerbaigian. Vi convivono oltre venti gruppi etnici: Lezgini, Tat, Ebrei della Montagna, Russi, Georgiani, Turchi mescheti, ma anche popolazioni autoctone rarissime come i Khinalig, i Griz, i Budug o gli Jek. Tutti cittadini azeri, tutti custodi delle proprie lingue e tradizioni. Una pluralità che qui non viene percepita come eccezione, ma come normalità.
“Da noi nessuno chiede se sei sciita o sunnita”, racconta Ramin Khudayev, responsabile regionale del Comitato statale per il lavoro con le associazioni religiose. “A Quba musulmani, ebrei e cristiani partecipano gli uni alle feste degli altri. È il nostro modo di vivere”.
Attraversato il ponte sul Gudyalchay, appare Qirmizi Qasaba. Tetti rossi, strade ordinate, case in mattoni decorate in stile caucasico-orientale. Qui vive una delle più grandi comunità degli Ebrei della Montagna dell’ex Unione Sovietica. Per molti studiosi, questo villaggio rappresenta l’ultimo shtetl – l’unico villaggio interamente ebraico - sopravvissuto al mondo fuori da Israele e dagli Stati Uniti.
Le origini della comunità risalgono al XVIII secolo, quando il khan di Quba, Fatali Khan, offrì protezione agli Ebrei della Montagna provenienti dal Daghestan e dalla Persia. Da allora il villaggio si trasformò in un centro ebraico prospero lungo le rotte commerciali caucasiche. Nel XIX secolo ospitava tredici sinagoghe.
Oggi ne restano attive due: la sinagoga Gilaki e quella delle Sei Cupole, Alti Gumbaz. La Sinagoga Gilaki, costruita nel 1896 dall’architetto Hillel Ben Haim, è l’unica che non venne mai completamente chiusa durante l’epoca sovietica. Le sue dodici finestre rappresentano le dodici tribù di Israele. Durante i restauri del 2000 fu scoperto un nascondiglio contenente circa cinquanta contenitori per rotoli della Torah, probabilmente occultati per salvarli dalle confische staliniane.
La sinagoga delle Sei Cupole, edificata nel 1888, venne invece trasformata in magazzino e laboratorio durante il regime sovietico. Restaurata tra il 1995 e il 2000, oggi è tornata a essere uno dei simboli spirituali della comunità.
“Qui gli ebrei non hanno mai conosciuto pogrom o antisemitismo”, mi racconta Pisar Davidovic Asadov, uno dei leader della comunità. “Siamo sempre stati protetti dalla popolazione locale e dallo Stato. I bambini camminano con la kippah senza paura”.
Gli Ebrei della Montagna parlano il juhuri, antico dialetto giudeo-persiano arricchito da influenze caucasiche ed ebraiche. Una lingua che rischiava di scomparire e che oggi viene insegnata nuovamente nei centri culturali di Quba e Mosca.
Nel villaggio è stato inaugurato nel 2019 il primo Museo degli Ebrei della Montagna del mondo, ospitato in una vecchia sinagoga restaurata grazie alla fondazione STMEGI e al sostegno di imprenditori originari della comunità, come German Zakharyayev, presidente della fondazione, God Nisanov e Zarakh Iliev.
All’ingresso del museo due leoni custodiscono la porta, simbolo della tribù di Giuda. All’interno, abiti rituali, manoscritti in juhuri, tappeti con menorah e motivi caucasici, fotografie di matrimoni, strumenti religiosi e testimonianze dell’epoca sovietica raccontano la storia di una “mini-civiltà”, come la definiscono i curatori.
“Da qui sono passati eserciti, imperi, rivoluzioni”, dice il vice direttore Naum Naftaliev. “Ma noi siamo rimasti. Abbiamo lavorato questa terra insieme agli altri popoli del Caucaso e l’abbiamo difesa quando necessario”.
La memoria della guerra è ancora presente. A Quba viene ricordato Albert Agarunov, eroe ebreo della prima guerra del Karabakh, morto nel 1992 combattendo per l’Azerbaigian. Una strada del Villaggio Rosso porta il suo nome.
“Il Presidente Aliyev sostiene economicamente tutte le diverse comunità religiose”, spiega Pisar. “Moschee, chiese e sinagoghe vengono restaurate senza distinzione”.
In un Caucaso segnato da guerre, rivalità etniche e radicalizzazioni religiose, l’Azerbaigian si propone come spazio di stabilità interreligiosa e dialogo interculturale.
A Quba questa immagine prende forma nei gesti quotidiani: gli Ebrei della Montagna raccolgono offerte per le famiglie dei caduti musulmani durante le commemorazioni del 20 gennaio; i musulmani partecipano alle festività ebraiche; i rabbini entrano nelle moschee e gli imam visitano i cimiteri ebraici.
“Non abbiamo mai pensato di essere tolleranti”, mi dice sorridendo Pisar Asadov. “Per noi è semplicemente la vita normale”.
Più a ovest, nella regione di Oghuz, un’altra piccola comunità continua a custodire l’eredità degli Ebrei della Montagna.
Qui restano circa trenta famiglie. Due antiche sinagoghe dominano ancora il quartiere ebraico: quella del Quartiere Inferiore, costruita nel 1849, e quella del Quartiere Superiore, edificata nel 1897 dal rabbino Barukh.
Durante il periodo sovietico la sinagoga del Quartiere Superiore fu trasformata in deposito di sale. Restaurata dopo il 2004, oggi è nuovamente aperta al culto.
“Le sinagoghe non sono mai state chiuse per paura”, racconta Shirin, membro della comunità. “Molti sono emigrati in Israele, Russia o Stati Uniti, ma mantengono ancora le loro case qui”.
Nella sinagoga del Quartiere Superiore, il custode El Shad Yousif mostra con orgoglio le Torah custodite nel tempio: una di colore rosso donata dalla Francia nel 1994, un’altra di colore blu offerta dal nipote del rabbino Barukh.
Anche qui, come a Quba, la convivenza appare parte integrante dell’identità locale. “Non ci siamo mai sentiti discriminati”, dice Shirin. “Possiamo praticare liberamente la nostra religione. Questa è casa nostra”.
Mentre il Medio Oriente continua a essere attraversato da guerre confessionali e nuove fratture identitarie, il nord dell’Azerbaigian offre una narrazione diversa del Caucaso: quella di una convivenza costruita nel tempo e ben radicata.
Quba e Oghuz non sono soltanto luoghi della memoria ebraica. Sono anche laboratori di diplomazia culturale dove identità, religione e appartenenza nazionale convivono in equilibrio reale basato sulla cittadinanza.
Nel Villaggio Rosso, sulle rive del Gudyalchay, gli Ebrei della Montagna continuano a pregare in juhuri sotto le cupole delle antiche sinagoghe caucasiche. E mentre il mondo intorno cambia rapidamente, questo piccolo angolo del Caucaso continua a custodire una lezione geopolitica rara: la convivenza può ancora essere parte dell’identità di uno Stato.