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Le metamorfosi del terrore in Nigeria

L'articolo di Ginevra Leganza

Combattenti, disertori, terroristi e banditi. La parabola di Boko Haram non è più solo quella di una guerriglia jihadista che da circa vent’anni insanguina la Nigeria. Essa è altresì la storia di continue trasformazioni. Di affiliati che, nei modi più diversi, si sfilano e cambiano pelle.

Negli ultimi anni, migliaia di combattenti hanno abbandonato quelle armi. Soprattutto dopo la morte del leader storico Abubakar Shekau, nel 2021, e l’ascesa del rivale Islamic State West Africa Province (Iswap), la metamorfosi del terrore è andata incontro a un’accelerazione. Il capo di stato maggiore della difesa Christopher Musa ha parlato, a tal proposito, di oltre 120 mila insorti e famigliari arresisi dall’avvio delle campagne di resa; nel febbraio 2025 i militari hanno poi indicato in 789 unità gli ex combattenti di Boko Haram e Iswap inseriti nel programma governativo di deradicalizzazione e reintegrazione denominato Operation Safe Corridor. Un programma, beninteso, destinato esclusivamente al reinserimento civile che non ha previsto l’arruolamento nelle forze armate (anche in risposta alle accuse, diffuse nell’opinione pubblica, secondo cui ex jihadisti sarebbero stati incorporati nell’esercito). E poiché il programma ha inglobato solo una piccola parte degli ex combattenti, il problema è di quanti, una volta usciti dai campi di riabilitazione, siano sfuggiti a ogni monitoraggio. Di quanti uomini, cioè, stiano contribuendo a sfumare le categorie del terrorismo africano. Ma facciamo un passo indietro.

Mappa alla mano, sappiamo che tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun le frontiere sono porose. Al punto che i gruppi armati, le reti criminali e le milizie locali convivono e si sovrappongono. E le appartenenze diventano mobili. Se alcuni ex combattenti rientrano quindi nelle comunità d’origine, se altri confluiscono nelle economie illegali che prosperano nel Sahel, ve ne sono altri ancora che si spostano verso nuove formazioni armate. Ed è esattamente in questo contesto, per esempio, che si inseriscono i Lakurawa. Il gruppo jihadista attivo nel nord-ovest della Nigeria, collegato secondo alcune analisi agli ambienti salafiti armati del Sahel, che è considerato dalle autorità una nuova minaccia capace di saldare insorgenza, controllo territoriale e criminalità transfrontaliera. Caso emblematico di come il jihadismo nigeriano non sia più un sistema chiuso, bensì un arcipelago di organizzazioni, riorganizzazioni e migrazioni che rendono sempre più difficile discernere tra terrorista, bandito e miliziano.

Terrorismo o banditismo?

E dunque: terroristi o banditi? Lo stato dell’arte impone oggi questa domanda. E la prima risposta viene dall’Institute for Security Studies (Iss Africa) che, in un’analisi sulla Nigeria settentrionale, spiega come le categorie utilizzate per descrivere l’insurrezione di Boko Haram non colgano la complessità del panorama armato. Secondo l’International Crisis Group, c’è però un momento preciso, ovvero un bandolo da cui tutto comincia.

È il 2016 quando lo Stato islamico destituisce Abubakar Shekau dalla guida della sua provincia dell’Africa occidentale e riconosce Abu Musab al-Barnawi come nuovo leader dell’Islamic State West Africa Province (Iswap). Da quel momento, il jihadismo nigeriano si divide in almeno due grandi filoni: da una parte la fazione rimasta fedele a Shekau, dall’altra Iswap, progressivamente rafforzatasi nell’area del Lago Ciad.

La morte dello stesso Shekau, avvenuta nel maggio 2021 durante uno scontro con combattenti di Iswap nella foresta di Sambisa, ha ulteriormente accelerato il processo di frammentazione. Reuters, che ha raccolto le conferme provenienti sia da fonti jihadiste sia dai servizi di sicurezza regionali, descrive quell’episodio come un momento decisivo nella ridefinizione degli equilibri tra i gruppi armati del nord-est della Nigeria. Dopo la sua scomparsa, numerosi combattenti hanno scelto di aderire a Iswap, mentre altri si sono consegnati alle autorità nell’ambito dei programmi di reinserimento. Ma il fenomeno non riguarda più soltanto il bacino del Lago Ciad. In un rapporto pubblicato nel 2025, l’Iss osserva come l’emergere di Lakurawa negli stati nord-occidentali di Sokoto e Kebbi rappresenti un ulteriore passaggio nella convergenza tra jihadismo e criminalità armata. Secondo i ricercatori dell’Iss, il gruppo avrebbe inizialmente sfruttato l’assenza dello stato nelle aree di confine con il Niger per presentarsi come forza di protezione contro il banditismo locale. Per poi consolidare forme di controllo territoriale attraverso tassazione delle comunità, imposizione di norme religiose e gestione delle attività economiche locali.

Tinubu dinanzi al terrore

È dunque evidente come le metamorfosi del terrore costituiscano, oggi, il vero banco di prova della presidenza di Tinubu. Secondo i dati raccolti dall’Acled, dal suo insediamento nel maggio 2023 circa 30 mila sono state le persone rimaste uccise in episodi di violenza. Numeri che continuano ad alimentare le critiche dell’opposizione e di parte della società civile nei confronti della strategia governativa. Eppure, nonostante il persistere dell’insicurezza in vaste aree del paese, Tinubu non sembra intenzionato a desistere. Soltanto poche settimane fa, il presidente ha infatti annunciato la propria candidatura per un secondo mandato sotto le insegne dell’All Progressives Congress (Apc) nelle elezioni previste il prossimo anno. Una scelta che trasforma inevitabilmente la sicurezza in uno dei temi centrali della prossima campagna elettorale. E che fa pensare come sulla capacità di contenere la violenza, anche dall’estero, verrà misurato il bilancio politico della sua presidenza.

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