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Israele e Palestina: si può aprire una nuova fase di distensione?

di Daniele Ruvinetti

Stati Uniti e Unione Europea muovono pressioni allo Stato ebraico perché si aprano nuove forme di dialogo e sostegno al popolo palestinese. E nel complesso, anche grazie agli Accordi di Abramo qualcosa sembra muoversi verso gli altri paesi vicini.

Non sono state diffuse immagini dell'incontro di Ramallah di fine agosto fra il Presidente dell'Autorità Palestinese, Abū Māzen, e il Ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. Una scelta di comunicazione voluta dai leader delle due comunità per evitare clamori (in ogni senso), ma il valore dell'incontro è profondo: era dal 2010 che non avveniva, e le posture tenute dai vari rappresentanti politici sono, appunto, posture di circostanza.

In realtà l'incontro era noto, approvato e piuttosto auspicato, perché nel percorso di distensione in atto all'interno del Mediterraneo Allargato – percorso complesso, non privo di ostacoli e possibili deviazioni –, la questione israelo-palestinese rimane centrale e non può essere lasciata indietro.

Sul Governo israeliano – che Yair Lapid guiderà fra due anni, se questa coalizione continuerà ad avere la fiducia politica –, Stati Uniti e Unione Europea muovono pressioni, consapevoli che sarebbe complicato chiedere all'attuale premier Naftali Bennett l'avvio di un processo di pace, per non parlare di un accordo definitivo (non è nel programma). Ma si aspettano almeno che il clima possa cambiare: che vi possano essere forme di dialogo e distensione, magari riassumibili in senso pratico attraverso il sostegno economico e, in generale, che la presenza israeliana possa essere meno un'occupazione e più una condivisione di spazi. Scenario complesso, ma qualcosa sembra muoversi.

Nuovi permessi di lavoro in Israele sono stati concessi ai palestinesi (oltre diecimila); nuove abitazioni sono state autorizzate nel blocco C della Cisgiordania controllata dagli israeliani; e una sovvenzione diretta di svariati milioni di dollari è stata anticipata da Israele tramite le tasse raccolte per conto dei palestinesi. Sono linee di sopravvivenza che servono, perché la Pandemia ha messo in crisi l'economia palestinese. Come tutte le altre si dirà. Tuttavia, dato il punto di partenza già piuttosto basso, come in altre aree del mondo, il rischio è che anche in Palestina le pessime condizioni di vita possano essere matrice di radicalizzazioni ed estremismo.

Ciò che adesso può fare Israele per la Palestina è garantire una cornice più equilibrata nelle relazioni, permettendo ai cittadini palestinesi di accedere a migliori standards of living. È fondamentalmente quello che chiede al governo Bennett l'amministrazione Biden: gli Stati Uniti sono da sempre broker della crisi e, con i democratici alla Casa Bianca, la posizione potrebbe diventare più attiva verso il dialogo rispetto a quella tenuta dall’amministrazione precedente. A fine settembre, per esempio, è stato il Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense a parlare con il Presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, di quanto Joe Biden sia favorevole alla soluzione a due Stati.

Se la situazione sembra deviare dalla traiettoria in cui era stata posta anche dalla presenza a Washington dell'amministrazione Trump, sbilanciata sul lato israeliano, è altrettanto vero che si stanno osservando in tutto il bacino del Mediterraneo Allargato alcuni sviluppi positivi grazie anche agli accordi di Abramo.

Israele dialoga (in modo proficuo) con l'Egitto, ma grazie agli Accordi ha cominciato a rivolgersi anche verso altre componenti essenziali del mondo arabo: su tutte gli Emirati Arabi Uniti, e in forme indirette e meno esplicite, anche l'Arabia Saudita e la Giordania (il tema del viaggio “segreto” di Bennett da re Abdullah II riguarda la crisi idrica giordana, ma è nota l'importanza di Amman sulla questione israelo-palestinese).

Le violenze di qualche mese fa nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est hanno mostrato al governo israeliano che il rischio di un conflitto interetnico tra arabi ed ebrei è conseguente allo status quo. Per Bennett e alleati diventa una necessità di carattere strategico sfruttare il momento, per trovare una forma di stabilizzazione che, ovviamente, sarebbe un valore aggiunto per l'intera regione.

Il rischio delle azioni dei gruppi armati, da Hamas alla Jihād Palestinese, è evidente. Lo Shin Bet, l’Agenzia di Intelligence per gli Affari Interni dello Stato di Israele, ha per esempio sposato la decisione del Governo di rilasciare maggiori permessi di carattere lavorativo e commerciale ai palestinesi. La ragione non riguarda tanto questioni di carattere umanitario, ma anche aspetti tattico-strategici: dare più prosperità ai palestinesi per tenerli lontani dai gruppi armati.

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