Approfondimenti

Israele si prepara al voto del 27 ottobre

A poco più di un mese dalle elezioni, Israele si prepara al voto. Il punto di Anna Maria Cossiga

Non è la prima volta, nel recente passato, che Israele si trova in una situazione politica e sociale complessa a ridosso delle urne. Basti pensare agli anni compresi tra il 2019 e il 2022, in cui si sono svolte cinque tornate elettorali consecutive e soltanto Naftali Bennet e Yair Lapid sono riusciti a “spodestare” “Re Bibi” per un breve periodo, in rotazione, tra il giugno 2021 e il dicembre 2022. Dopo le elezioni del ’22, Netanyahu ha formato il governo definito da più parti “il più a destra della storia di Israele”, includendo personaggi come Itamar Ben Gvir, leader del partito Otzmah Yehudit (Potere Ebraico) e Bezalel Smotrich, leader di Sionismo Religioso, entrambi fermi sostenitori degli insediamenti, nei quali vivono, e la cui costruzione, legale o no, appoggiano.

Lo Stato ebraico andrà di nuovo alle urne il prossimo 27 ottobre con il governo uscente di cui si è appena detto e con Netanyahu voglioso di ricoprire nuovamente il posto di premier, e di premier più a lungo in carica nella storia dello Stato di Israele: lo è stato infatti dal 1996 al 1999, poi dal 2009 al 2021, infine dal dicembre 2022, per un totale di 19 anni al potere. Le prossime elezioni, però, sono del tutto particolari e anche l’atmosfera in cui si svolgeranno sarà atipica. Per prima cosa, sono le prime che hanno luogo dopo le tragiche vicende del 7 ottobre 2023. Un pogrom di quel genere non può essere dimenticato né l’enorme shock da esso provocato può essere superato in breve tempo. La maggior parte degli ebrei israeliani –il 68%- afferma che gli eventi del 7 ottobre- 2023 sono il fattore più importante nella scelta del partito da votare. A questo si aggiunge il fatto che già da tre anni gli elettori chiedono al governo di organizzare una commissione pubblica che indaghi su quanto accaduto, ma Netanyahu ha sempre respinto la richiesta, scontentando buona parte dell’elettorato. Sulle possibilità di un suo ritorno al governo pesa anche, adesso, il recente “scandalo” svelato dal quotidiano Haaretz, secondo cui sarebbe stato avvisato dal presidente degli EAU, Mohamed Bin Zayed, che Hamas era in procinto di organizzare un attacco contro Israele di portata massiccia. Pare che il premier non gli abbia dato molta importanza, evitando anche di discuterne con i vertici di sicurezza. Netanyahu ha commentato che lo scoop del quotidiano è una clamorosa menzogna e che farà causa al giornale. Tutto, però, è ancora da vedere.

Le liste presentate sono 38 e i partiti vengono divisi in due blocchi che corrispondono, più o meno, a quella che era la maggioranza e a quella che era l’opposizione, più un certo numero di piccoli raggruppamenti, per la maggior parte di destra, che potrebbero influire notevolmente sulla formazione del governo se riusciranno a superare la soglia di sbarramento del 3,25%. Il partito principale del “blocco dell’opposizione” è Yashar, di centro-destra, guidato da Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore, considerato il vero sfidante dell’attuale premier. Allo stesso blocco appartengono anche, tra gli altri: Insieme, fondato da Yair Lapikd e Naftali Bennet, partito di centro; i Democratici, che uniscono ciò che è rimasto del Partito Laburista di un tempo e il partito di sinistra Meretz, capeggiati da Yair Golan; Ysrael Beitenu, storico partito dei russi israeliani, di destra e fortemente laico, il cui leader è Avigdor Lieberman. Il “blocco della maggioranza” comprende invece lo storico Likud, guidato dall’altrettanto storico premier Netanyahu; i partiti della maggioranza uscente, e cioè i due ultra-ortodossi Shas e United Torah Judaism, insieme agli estremisti Otzmah Yehudit e Sionismo Religioso, più i piccoli partiti di destra da poco costituiti. Tra questi, quello che potremmo definire più in vista è Popolo d’Israele, guidato dall'ex generale di brigata dell’IDF, Ofer Winter, di orientamento fortemente nazional-religioso. Winter, che non si è alleato con nessun altro raggruppamento di simili tendenze politiche, ha dichiarato che il suo partito appoggerà il premier uscente nella formazione di un eventuale nuovo governo.

A questi partiti si aggiungono quelli arabi: Lista Araba Unita (Ra’am), in cui si è candidato un ebreo israeliano, Yoav Segalovich, già nel partito Yesh Atid, e Lista Unita. È la prima volta che un ebreo fa parte di un partito arabo, e in una posizione preminente, dato che è il numero due della lista.

In base agli ultimi sondaggi, il blocco “di Netanyahu” e quello “dell’opposizione” sono testa a testa, ma né l’uno né l’altro raggiungerebbero i 61 seggi sui 120 necessari per la formazione del governo. Se lo stallo permanesse anche dopo i risultati reali, i due blocchi dovrebbero trovare il numero di alleati necessari per ottenere i 61 seggi necessari. Una possibilità sarebbe coinvolgere nel nuovo governo qualcuno dei partiti arabi; possibilità abbastanza remota, dal momento che l’unico esecutivo recente con la presenza di deputati arabi è stato quello del ’21-’22, di cui sono stati premier Naftali Bennet e Yair Lapid. È più probabile che vengano scelti i nuovi raggruppamenti di orientamento di destra o di centrodestra, anche perché sembrano rispondere maggiormente alle idee degli elettori. Benché, infatti, dal ’22 in poi, le manifestazioni antigovernative si siano susseguite prima, con cadenza settimanale, contro la riforma giudiziaria e poi per la liberazione degli ostaggi in mano ad Hamas, ciò che avrà a cuore chi andrà a votare il 27 ottobre è la sicurezza del paese. Come abbiamo detto, la strage perpetrata dai miliziani di Gaza, ancora in attività, non si dimentica in fretta, e la minaccia di Hezbollah in Libano è ancora viva, cessate il fuoco o no. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che i ¾ degli elettori, di ogni posizione politica erano a favore della guerra contro l’Iran. Le guerre menzionate vengono considerate dagli israeliani come guerre di difesa contro un nemico dello stato e del popolo ebraico e combatterle significa difendere entrambi. È possibile, perciò, che gli elettori, principalmente ebrei, voteranno per i partiti che li convinceranno di avere più di tutto a cuore la sicurezza del paese e delle persone.

Un recente commento sul quotidiano The Times of Israel, ha ipotizzato che, dal momento che molti partiti condividono una posizione di destra con al centro proprio la sicurezza e che i due maggiori schieramenti sono testa a testa nei sondaggi, si potrebbe arrivare ad un governo di unità nazionale tra Yashar di Eisenkot e Likud di Netanyahu, con i due leader alla guida. In Israele tutto può succedere. Intanto, Otzmah Yehudit e il Likud hanno chiesto al Comitato Centrale per le Elezioni di non permettere alla Lista Araba Unita di prendere parte al contesto elettorale e i Democratici hanno richiesto lo stesso per Otzma Yehudit.

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