Konza Technopolis. La smart city della Savana
L'articolo di Ginevra Leganza
Nel cuore della savana keniota, a circa settanta chilometri da Nairobi, ecco il sogno di Konza Technopolis. Lungo la direttrice che collega la capitale al porto di Mombasa, è uno dei progetti più audaci del continente africano. Foto e reportage, oggi, disegnano un paesaggio ancora incerto. Una città semi-invisibile di strade vuote e semafori senza traffico. Edifici immersi in un territorio a tratti arido. Tra gli altri, è il Kenya Advanced Institute for Science and Technology, l’università costruita in collaborazione con la Corea del Sud e destinata a diventare il cuore accademico della città.
Ed ecco allora i piani del governo keniota. La città del futuro, per il presidente William Ruto, dovrebbe trasformarsi in una smart city da 240 mila abitanti. Un capoluogo pensato per innestare tecnologia e sviluppo economico. Di più: Konza dovrebbe essere l’apice di una strategia molto ampia. Di una linea che mira a posizionare Nairobi come leader tecnologico africano. Non è un caso, infatti, che sul calco californiano l’area attorno alla città sia stata ribattezzata Silicon Savannah. La Savana del Silicio che, in un’eco di rimandi alla Valle di Santa Clara, riflette la realtà del settore digitale.
Alcuni dati del Gordon Institute of Business segnalano, a tal proposito, come la crescita sia andata incontro a un’accelerazione, nel 2009, con l’arrivo del cavo sottomarino Teams: l’infrastruttura-volano che ha potenziato la connettività del paese, che collega Mombasa all’emiratina Fujairah, e che, ancor oggi, suscita effetti positivi in termini di crescita del Pil (stimato in aumento, nel 2026, dal Fondo monetario internazionale). Se il Kenya è dunque la principale economia dell’Africa orientale, lo deve in buona parte all’exploit di cui Konza è tanto il corollario quanto il tentativo di istituzionalizzare un fermento. In un certo senso, però, essa è anche il microcosmo dove i rapporti internazionali di Nairobi – assai diversificati – trovano una pista di atterraggio. La città del Tech si alimenta, infatti, degli investimenti cinesi come del rapporto con la Corea del Sud e con l’università Kaist di Daejeon. Anche l’Italia, con il gruppo vicentino Icm, contribuisce alla costruzione di infrastrutture di base stimando – a progetto concluso – la presenza di 200 mila abitanti.
Il talento africano dietro il sogno
Eppure Konza, oggi, non è soltanto un territorio magnetico per gli investitori stranieri. La sua ambizione dipende anche, in larga parte, dalla capacità di sviluppare capitale umano qualificato. La Technopolis è infatti nel solco di altri esperimenti preliminari tra i quali si annovera, per esempio, l’incubatore di startup iHub e, ancora, la Moringa School che dal 2014 a oggi ha formato migliaia di professionisti e il cui motto è: “Formare il talento tecnologico africano”.
Una città intelligente, in tale quadro, è dunque l’esito di una politica mirata. Il precipitato di ben specifiche premesse. A livello politico, basti dire che il governo keniota ha adottato negli ultimi quattro anni diverse misure per sostenere il settore secondo un approccio ibrido. Volendo eludere statalismi non meno che politiche laissez-faire, Nairobi ha intrecciato lo Startup Bill (per agevolare fiscalmente il settore) alla Strategia nazionale sull’intelligenza artificiale del 2025. Una legge e una cosiddetta soft law che, secondo i modelli europei, indica le traiettorie perlopiù etiche delle future normative. Parallelamente, anche Google e Microsoft hanno aperto a investimenti miliardari: Google, nello specifico, con un hub di sviluppo e il finanziamento del cavo sottomarino Equiano; e Microsoft, attiva a Nairobi, con una partnership per il cloud e l’intelligenza artificiale, tra cui l’accordo con l’emiratina G42 e i programmi di formazione su larga scala. Interventi, questi, che hanno rafforzato connettività e capacità tecnologiche. E che, pur non immediatamente attivi su Konza, stanno creando oggi le condizioni per lo sviluppo dei poli tecnologici venturi.
La soglia critica
A completare il quadro, però, emerge pure una linea di frattura. Una dialettica, fisiologica ma non banale, tra ambizione e condizioni materiali. Le fondamenta di Konza rispondono infatti alla volontà di creare un ecosistema integrato per l’outsourcing di processi aziendali e lo sviluppo di software. La Konza Technopolis Development Authority è stata incaricata, in tal senso, di plasmare la visione del governo in distretti tecnologici, aree residenziali, servizi interconnessi da infrastrutture intelligenti. E tuttavia, come sottolinea il sito di Huduma Global – il servizio per la diaspora keniota – l’implementazione si è scontrata con ostacoli strutturali dovuti principalmente a ritardi burocratici, alla mancanza di un ambiente urbano dinamico e alla discontinuità politica. Non secondaria – sottolinea Huduma – è poi la questione ambientale: la posizione semi-arida della zona espone il progetto a uno stress idrico crescente. Eppure, i segnali di avanzamento restano. Il data center operativo, lo sviluppo accademico, le infrastrutture di base indicano che Konza non è più un rendering – ossia un miraggio di terre aride. Il punto, semmai, è se riuscirà o meno a superare quella soglia: attrarre investimenti e radicarsi nell’economia reale.