La politica americana verso le elezioni di Midterm
La situazione politica interna negli Stati Uniti alle luce delle evoluzioni della guerra in Iran e della sfida elettorale di Midterm. Il punto di vista di Stefano Marroni
A quagmire”, un pantano. Da decenni, nella politica americana, è l’immagine associata alle guerre scatenate dai più disparati inquilini della Casa Bianca senza riuscire a vincerle e – quel che è peggio - nemmeno ad uscirne. Cominciarono Kennedy, Johnson e Nixon in Vietnam. Poi toccò a Bush jr e Obama in Afghanistan e in Iraq. Ma nulla lasciava pensare che anche Donald Trump si sarebbe ficcato fino alle ginocchia in una guerra complicata, contro un nemico organizzato, senza aver chiari né gli obiettivi politici e militari né le possibili conseguenze globali di un attacco forse scatenato – ha rivelato il New York Times – sulla base di una piuttosto avventurosa suggestione israeliana. Quella cioè di un cambio al vertice del regime degli ayatollah, in cui la decapitazione della Guida Suprema avrebbe coinciso con la liberazione dell’ex presidente Mamhoud Ahmadinejad – una ex duro e puro della rivoluzione islamica ormai ai ferri corti con il potere dei pasdaran - e la sua promozione al vertice dello Stato: una ripetizione in grande stile, insomma, dell’operazione venezuelana, il cui successo – lo ha confessato lui stesso – ha a suo tempo “ingolosito” il Comandante in capo.
Ancora una volta si è inverato l’assioma per cui la storia nel ripetersi passa dalla tragedia alla farsa. E ovviamente Ahmadinejad – ferito anche lui nel bombardamento che ha sterminato il gruppo dirigente iraniano – si è affrettato a riallinearsi. Ma soprattutto l’operazione fin dall’inizio è andata di traverso a larga parte del mondo Maga, e aperto nuove crepe nel rapporto tra il tycoon e la variegata base elettorale che lo scelse nel 2024. A dispetto degli sforzi della Casa Bianca per negare l’evidenza, le cose non sono andate per il verso giusto. E a quasi due mesi dall’attacco del 28 febbraio, nel mezzo di una tregua che non risolve i problemi, il ginepraio nel Golfo promette guai per il presidente. In un intreccio che lega ormai in modo strettissimo le vicende internazionali e la politica interna in vista delle elezioni di Midterm e - ormai - anche delle presidenziali che nel 2028 decideranno il successore di Trump.
In casa repubblicana, tutti seguono con apprensione sondaggi che sembrano bollettini di guerra. L’indice di approvazione del presidente è sceso ancora, e si attesta ormai al 37 per cento. Il 64 per cento degli americani considera un errore la guerra in Iran, e il boom dell’inflazione e del prezzo dei carburanti ha compromesso il rapporto con i repubblicani dei tanti che due anni fa anche negli stati “blu” fa voltarono le spalle a Biden proprio per l’insoddisfazione per l’andamento dell’economia. Il tycoon sembra aver perso il tocco magico nei confronti dei giovani elettori maschi, che ai democratici addebitavano non solo le loro difficoltà nel trovare lavoro e mettere su famiglia ma anche la percezione che le politiche woke declinate al femminile non li tenessero in considerazione: nel ’24, il 49 per cento apprezzava l’approccio di Trump, contro il risicato 28 per cento di oggi.
Per questo il Comandante in capo ha iniziato a correggere il tiro, intervenendo su più fronti: a cominciare dall’immigrazione, uno dei capisaldi del suo successo ma anche la fonte di una seria crisi di consenso nelle comunità con importanti presenze latinoamericane. Chi segue più da vicino l’evolversi degli equilibri nella squadra del presidente spiega così la predita di influenza del vicecapo dello staff Stephen Miller, suggeritore e poi artefice delle politiche più aggressive nei confronti dell’immigrazione culminate nella morte di due cittadini americani a Minneapolis. Nel primo mandato di Trump, fu sua l’idea di separare dai genitori i bambini entrati illegalmente come strumento di dissuasione dell’immigrazione clandestina, una pratica così impopolare che lo stesso presidente fu costretto a mettere da parte. Questa volta – al netto della defenestrazione di un fedelissimo di Miller come Greg Bovino dalla guida dell’Ice – a parlare è la diminuzione del numero degli arresti eseguiti dall’amministrazione, che sotto la guida di Tom Homan persegue essenzialmente gli immigrati responsabili di reati e non indistintamente tutti i latinos. Risultato, in marzo l’ICE ha bloccato in tutto il paese 30 mila persone contro le 36 mila arrestate in gennaio. E in totale il numero degli ospiti dei centri di detenzione è sceso a sessantamila unità dai settantamila di inizio 2026.
Nello storico delle elezioni di Midterm, fisiologicamente negative per gli inquilini della Casa Bianca, un indice di gradimento del presidente sopra il 50 per cento produce in media per il suo partito la perdita di 14 seggi, e di 32 quando è inferiore. Più che abbastanza, cioè, per mandare in fumo la risicata maggioranza dei repubblicani, in un contesto in cui anche al Senato per il Gop la corsa appare più difficile del solito. Ma anche qui il presidente non è rimasto a guardare, consapevole di avere ancora molte carte in mano. In primis, il sostegno generoso dei magnati dell’industria e del terziario, tutti ormai schierati con un presidente che ha abbassato le loro tasse, fatto volare Wall Street a dispetto delle turbolenze innescate dai dazi e difeso con i denti i loro interessi sui mercati internazionali, dall’automotive al big tech per finire con Boing. Di più, c’è il fatto che a fronte dell’impennata dei prezzi di carburanti, affitti e beni di prima necessità - che spinge i democratici a scommettere molto sulla difesa delle capacità di spesa degli americani – il mercato del lavoro sembra sostenuto, a meno dell’estendersi dei cataclismi che l’avvento dell’intelligenza artificiale sta scatenando su Amazon, Meta e le migliaia di piccole imprese che producono software. E – soprattutto – Trump sa che la crisi di consenso nell’elettorato nel suo insieme – democratici, indipendenti e swing voters – non sfiora la sua presa ferrea su chi vota repubblicano, che persino su un tema spinoso come la guerra è schierato al 70 per cento con il presidente.
Per questo il tycoon non ha esitato a dire pubblicamente che a lui non interessano gli effetti della guerra sulle condizioni di vita degli americani, se è il prezzo da pagare per privare l’Iran dell’arma atomica. E per questo è intervenuto con una pesantezza senza precedenti non solo nella battaglia sul ridisegno dei collegi elettorali nei vari stati, ma soprattutto nelle primarie repubblicane, confermando di essere ancora lui, nel partito, il kingmaker capace di premiare i “fedeli” e scalzare chi non ritiene sia stato leale con lui. In Louisiana, l’autorevole senatore uscente Bill Cassidy ha pagato caro sia il voto del 2021 a favore dell’impeachment di Trump per l’assalto a Capitol Hill che la difesa dei vaccini delle politiche di Robert Kennedy jr., finendo addirittura fuori del ballottaggio che il 27 giugno vedrà di fonte la semisconosciuta Julia Letlow (a cui la benedizione di Trump ha fruttato il 45 per cento dei voti), e John Fleming, tesoriere dello Stato ed ex membro dello staff di Trump nel primo mandato. Stesso copione in Alabama e Kentucky, vittima illustre in questo caso Thomas Massie, uno dei critici più severi della politica estera e di quella fiscale di Trump alla Camera dei Rappresentanti. In Georgia, la vendetta di Trump si è abbattuta su Brad Raffensperger, il locale segretario di Stato a cui nel 2020 il presidente sconfitto chiese invano di “trovargli 11 mila voti” per ribaltare l’esito della consultazione e che osò dirgli che non era possibile.
E poi c’è il Texas, in assoluto uno degli Stati più “rossi” dell’Unione. Qui il prescelto della Casa Bianca è il procuratore uscente dello Strato Ken Paxton, un super trumpiano sopravvissuto ad accuse che vanno dall’adulterio alle frodi finanziarie, che il presidente ha messo in pista per far fuori Bill Corbyn, una delle figure più autorevoli di Capitol Hill dopo quattro legislature consecutive in Senato. In questo caso, però, gran parte dei senatori del Gop ha fatto sentire forte la preoccupazione per una scelta che – dicono - rischia di favorire la vittoria di uno degli astri nascenti del Partito democratico, James Talarico. “Nessuno di noi è in grado di controllare quel che fa il presidente”, ha detto tra i denti il capogruppo John Thun, del South Dakota. “Ha preso questa decisione: ma questo non mi farà cambiare opinione…”. Trump ha il diritto a sostenere chi vuole, ha aggiunto un’altra personalità del Senato come Lindsey Graham, del South Carolina: “Ma non c’è bisogno di essere uno scienziato nucleare per immaginare che la strada di Paxton sarà molto, molto in salita…”.
Anche nell’altra partita aperta in vista di Midterm, quella del redistricting, Trump sembra avere in mano le carte che contano, dopo aver chiesto con decisione ai suoi di ridisegnare le mappe elettorali in modo da limitare una possibile riscossa dei dem: anzitutto per il sostegno che nelle mani decisive gli continua a fornire la super maggioranza conservatrice della Corte Suprema. Nel giro di poche settimane, i giudici hanno prima dato il via libera al gerrymandering del Gop in Louisiana, sostenendo che spacchettare i distretti a maggioranza nera per diluirne il voto non era una forma di discriminazione razziale ma una legittima scelta politica, e con ciò aprendo ora la strada alla stessa manovra in tutti gli stati del Sud, da Texas all’Alabama, dal Tennessee alla South Carolina. E poi hanno confermato la bocciatura del redistricting varato dai democratici in Virginia, e poi approvato in un apposito referendum da tre milioni di elettori.
Ce n’è abbastanza per pensare che a novembre ai democratici servirà una vittoria schiacciante per cambiare davvero gli equilibri parlamentari e legare le mani al presidente, che nel frattempo – messa da parte la speranza di poter correre per una terza volta – avrà modo di continuare a fare affari, coltivare la grandezza della sua eredità politica e anche sciogliere il nodo dell’endorsement di chi designerà come candidato alla successione.
In pista, allo stato, ci sono i suoi due principali collaboratori, “i miei ragazzi”, come li chiama lui: il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, l’unico dopo Henry Kissinger a cumulare la guida del Dipartimento di Stato con l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale. In partenza, Vance era sembrato di gran lunga il favorito, e nel 2025 fu lo stesso Rubio a dichiarare che “JD è in pole position”. Poi, quando si è trattato di far politica davvero, la scarsa esperienza dell’autore di “Elegia Americana” è venuta fuori in tutta chiarezza, in una parabola scandita dai tentativi di impedire la guerra su cui lo stesso Trump ha ironizzato, dal fallimento della missione di pace con l’Iran e dai maldestri tentativi di rimediare – da fresco convertito al cattolicesimo – allo strappo tra il presidente e papa Leone XIV. E così, a prendere prepotentemente la scena è stato Rubio, ormai la spalla più accreditata della aggressiva politica estera di Trump: “Quando ho un problema – ha confessato il presidente – chiamo Marco e lui lo risolve…”.
Forte di alleati influenti – a cominciare dall’onnipresente capo dello staff della Casa Bianca, Suzie Wiles – e al centro di una rete di rapporti anche trasversali costruita nei suoi 14 anni alla commissione Esteri del Senato, Rubio è il cattolico praticante che Trump ha potuto spedire in Vaticano dal papa sapendo che avrebbe saputo incassare senza un plissè la sberla rifilata al pontefice ancora a poche ore dall’incontro. Ma anche il regista politico del blitz che ha portato alla liquidazione di Nicholas Maduro: “E’ l’unico – spiegano in Campidoglio - capace di prendere le distanze dal Capo senza farlo arrabbiare”.
Secondo uno stile che ha reso celebre fin da quando in tv era l’host di “The Apprentice”, Trump ama mettere i suoi più stretti collaboratori l’uno contro l’altro. E nelle scorse settimane ha fatto sapere di aver personalmente condotto un sondaggio tra i suoi amici e sostenitori per scegliere su quale dei due “kids” gli convenga puntare. Il mondo MAGA da cui proviene preferisce ancora Vance, e tra i repubblicani – secondo un recente sondaggio di Pew – il vicepresidente ha il favore di due elettori su tre contro i tre su quattro che apprezzano Rubio. Ma “il piccolo Marco” – come lo dileggiava Trump nelle primarie del 2016 – ha ancora davanti a sé l’occasione della vita. Perché se riuscirà davvero ad aprire al presidente anche le porte della sua preda più ambita, a solo novanta miglia da Miami, il cubano Rubio – l’unico americano che parla direttamente con lo stato maggiore dell’Havana e la scorsa settimana ha spedito nell’isola il capo della Cia per colloqui ufficiali “sulle questioni di reciproco interesse” - sarà, di fatto, il vero front runner repubblicano di America 2028.