La diplomazia cinese nella guerra in Iran
La diplomazia cinese dietro i sipari della guerra in Iran. Dopo l’Ucraina, anche nella complicata guerra di Washington e Tel Aviv contro Teheran, Pechino emerge come attore diplomatico globale. I riverberi dell’accordo Iran-Arabia Saudita del 2023. Sullo sfondo il cruciale incontro Trump-Xi del prossimo maggio
Il ruolo di attore diplomatico internazionale di Pechino: un destino inevitabile?
Mentre Trump conduce una guerra impopolare e dai risultati per ora avvolti nell’incertezza, la Repubblica Popolare Cinese è costretta a inserirsi nel contesto in trasformazione come pacificatore: un ruolo che le continue trasformazioni degli scenari di potere e la ristrutturazione degli equilibri globali in corso sembrano voler cucire addosso a Pechino. In situazioni di confronto geopolitico così importanti, dove si scontrano interi schieramenti e blocchi di alleanze, come occorso anche per la annosa guerra in Ucraina, Pechino viene a trovarsi in un ruolo di difficile gestione: stretta tra la difesa dei suoi interessi primari nel dato conflitto – sia quello ucraino o quello iraniano - e il ruolo di powerbroker della diplomazia internazionale, anche in ragione dell’ambizione e del crescente ruolo concreto di potenza ascendente e contraltare della superpotenza americana.
Il track record diplomatico della Cina nel Golfo: il precedente dell’accordo tra Iran e Arabia Saudita del 2023
Alla luce dello scontro in atto nel Golfo, risulta di interesse il ruolo che Pechino esercitò proprio nel quadrante mediorientale nel marzo del 2023, con la firma di un accordo di de-escalation tra i due rivali storici dell’area, nonché pilastri uno dell’Islam sunnita, l’altro di quello sciita, ossia Arabia Saudita e Iran. Un accordo che, sebbene venne salutato al tempo come una brillante e inaspettata soluzione diplomatica per la regione mediorientale, non resse il test of time, come si evince dalla drammatica situazione in corso. Risulta interessante vedere col senno di poi, alla luce del quadro conflittuale di oggi tra Stati Uniti e Iran, il background che portò alla firma di quegli accordi, in quanto affiorano meccanismi conflittuali e issues geopolitiche che, mutatis mutandis, rappresentano per lo più i medesimi vasi comunicanti della geopolitica mediorientale che ritroviamo anche oggi, alla base dell’offensiva lanciata da Israele e Stati Uniti contro Teheran. È di interesse vedere che il contesto di sicurezza nel quale si evolse il dialogo che portò alla firma dei sopracitati accordi, fu quello relativo alle tensioni regionali che seguirono l’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano da parte della prima amministrazione Trump nel 2018. La reazione degli iraniani al cambio repentino di policy, ossia quella della massima pressione implementata allora da Trump, si è declinata nell’aumento della tensione nella regione del Golfo, con azioni ibride e militari contro le infrastrutture del grande rivale sunnita saudita, anche tramite la sponda yemenita fornita dalle milizie armate proxy degli Houthi.
Altro punto di svolta importante all’epoca fu una mancata concreta risposta dell’amministrazione Trump al pesante (e gravido di conseguenze economiche) attacco missilistico che Teheran sferrò nel settembre 2019 a due cruciali impianti per la raffinazione del greggio della Saudi Aramco: ciò spinse i sauditi a cercare il coinvolgimento di potenze terze, e ad aprire un sentiero di dialogo con gli stessi iraniani, poi mediato da Pechino. Risulta quindi chiaro come, oltre alla volontà cinese di aumentare la sua posizione di protagonista diplomatico su scala globale, Pechino abbia interesse nel promuovere processi di distensione in un’area geografica fondamentale per il proprio approvvigionamento petrolifero, sia dall’Iran che soprattutto dalla Arabia Saudita. Dinamiche del tempo che si riverberano su quelle attuali dunque, e che contribuiscono a una maggiore comprensione dell’evoluzione geopolitica regionale che ha condotto alla situazione di altissima instabilità odierna.
Il cruciale incontro di maggio Trump – Xi a Pechino
La Cina ha intensificato il suo impegno diplomatico all’interno del quadro contestuale bellico in Iran, preparando al contempo un prossimo vertice che si annuncia di grande rilievo tra Xi Jinping e Donald Trump. La diplomazia di Pechino, guidata dal ministro degli esteri Wang Yi, eminente diplomatico e politico nonché tra gli artefici della politica estera cinese attuale, ha sinora cercato di bilanciare i suoi rapporti con Teheran, mantenendo allo stesso tempo quel dialogo tra potenze in essere con Washington, evitando critiche dirette a Washington e incoraggiando per quanto possibile un orizzonte negoziale. Vari i colloqui telefonici e le visite regionali nell’intento di virare verso una fase di de-escalation. Si ricordi, come già accennato, che per la Cina, oltre che una questione di aumentato peso diplomatico, la ricerca di una soluzione si interseca altresì con i suoi bisogni primari di approvvigionamento energetico, vista la rilevante dipendenza di Pechino dal petrolio mediorientale: scenari di conflitto prolungato o interruzione dei flussi energetici, comprese le minacce alla sicurezza delle rotte marittime, avrebbero un impatto non irrilevante sulla sua sicurezza economica.
Quali potrebbero essere le priorità del vertice sino-statunitense, per ora fissato per maggio, che si profila all’orizzonte? Indipendentemente da come andranno i cruciali colloqui di questi giorni che dovrebbero tenersi in Pakistan - nazione con forti legami strategici con la Cina, non approfondibili in questa circostanza analitica, ma sui quali torneremo in futuro -, è plausibile che l'imminente incontro tra Xi e Trump si concentrerà in modo precipuo sulla stabilizzazione delle relazioni bilaterali. Maggiore focus sarà plausibilmente posto sulla cooperazione commerciale ed economica, evitando plausibilmente questioni geopolitiche più delicate come Taiwan o sulla grande competizione tecnologica e sulle terre rare, con l’intento strategico da parte cinese di garantire una stabilità sulle dimensioni bilaterali che appaiono oggi più prevedibili, anche alla luce della ormai nota caratteristica dell’interlocutore statunitense che, proprio dell’imprevedibilità comunicativa e strategica, ha fatto una sua arma negoziale e geopolitica.